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DOSSIER – Con La Crisi Mangio Meglio

DOSSIER – Con la crisi mangio meglio

Consumi a picco. Come conciliare budget e spesa sana. Le tentazioni alimentari a basso costo. Dieci regole pratiche per migliorare la qualità della vita. Ricettario pieno di gusto e risparmio

Non tutto il male vien per nuocere, dice il proverbio. Il crollo dei consumi indotto dalla crisi ha portato infatti a una stimolante riflessione su quelli alimentari. La speranza è che si inneschi un percorso virtuoso capace di portare a un miglioramento della qualità del cibo e quindi, di riflesso, della salute umana e del benessere ambientale.
I prodotti più validi costano, e i soldi sono pochi. Cerchiamo quindi di capire prima di tutto perché vanno preferiti questi alimenti e secondariamente come far quadrare budget e spesa sana.

Economia alimentare
La crisi ha impoverito gli italiani: calo record dei consumi, dice l’Istat, mai così male dal 1997. Purtroppo si risparmia anche sul cibo. Secondo un rapporto della Coldiretti, nel 2011 ogni famiglia ha ridotto di 5 kg il consumo di frutta e di 3 quello di verdura, per un totale di 8,3 milioni di tonnellate di vegetali in meno. Ma il mercato è prodigo di lasagne, cotolette, patatine fritte e altri cibi precotti a cifre appetitose: soluzioni ideali per tutte le tasche, se non fossero prodotti in genere poco sani.
Per fermare questa tendenza negativa sono scesi in campo esperti di varie discipline. Recentemente, per esempio, l’Associazione italiana dietisti ha stilato un decalogo per stimolare i consumatori ad acquistare prodotti di base sani, per quanto possibile a km 0, e a cucinare da sé: questa la strada maestra per chi vuole far quadrare i conti in casa e ammalarsi meno.

Cambiare si può (e si deve)
Siamo arrivati a una svolta, occorre cambiare direzione. E ben venga, la strada seguita finora non ha dato buoni frutti. La disponibilità alimentare e finanziaria non ha portato la maggioranza a scegliere i cibi con criterio. Lo dimostrano il dilagare di sovrappeso e obesità, oltre che delle malattie dette «da civiltà» (tumore, diabete, infarti, ictus, ecc). Il legame tra dieta scorretta e patologie è riconosciuto da molti studiosi e confermato da fonti autorevoli come il Fondo mondiale per la ricerca sul cancro (Wcrf) e l’Oms.
Nel carrello finiscono più farine raffinate e uova, le prime prive di ogni vitalità e le seconde provenienti per lo più da allevamenti in batteria (sono più economiche!) e quindi di minor qualità. Insieme, possono finire latte Uht, per così dire sterilizzato dai numerosi trattamenti, e prodotti da forno come i biscotti, spesso stranamente più convenienti del pane. Eh sì, la produzione industriale sa come tentarci, riducendo di pari passo la capacità di prepararci il cibo autonomamente e abituandoci a sapori artefatti che di naturale hanno ben poco. Ed ecco cotolette impanate che basta spadellare un po’ a casa, lasagne che costano meno della somma dei loro ingredienti ma che si infilano direttamente in forno e sono pronte in un lampo. Ma che cosa contengono davvero?

Mine vaganti
L’elenco degli ingredienti dei cibi precotti è spesso lungo e scritto a caratteri molto piccoli. Oltre alle farine e uova già citate, ecco zuccheri raffinati, a volte sostituiti dai dolcificanti artificiali, indicati da vari studi come nocivi. Gli zuccheri possono comparire anche in piatti salati, al solo scopo di esaltare i sapori (lo stesso discorso vale a ruoli invertiti nei prodotti dolci per il sale). E poi margarine e lipidi vegetali, privati dei nutrienti migliori (gli acidi grassi essenziali), e quasi sempre anonimi (che cosa nasconde la dicitura grassi vegetali? I lipidi non sono tutti uguali…). A colmare la misura, conservanti e additivi impiegati per coprire il cattivo sapore di ingredienti di scarsa qualità. Esistono aromi sintetici di fragola, che sostituiscono completamente il frutto, di affumicato e molti altri ancora. Poco alla volta il palato si abitua a questi sapori artificiali e li preferisce a quelli naturali. Solo questione di gusti? Non è proprio così. L’eccesso di zuccheri e calorie, oltre che di grassi come l’acido palmitico, crea con il tempo una vera e propria dipendenza per il cosiddetto cibo spazzatura. Tra le possibili conseguenze ci sono le malattie già citate ma anche l’iperattività infantile, legata secondo vari studi ad alcuni coloranti e conservanti, e la depressione. Indulgere in cibi grassi e dessert, rivela una ricerca del British Journal of Psychiatry1, espone maggiormente al rischio di depressione, cosa che non avviene quando in tavola compaiono legumi, frutta e verdura.
In prodotti raffinati e piatti pronti mancano poi nutrienti fondamentali per il benessere, cioè fibre, antiossidanti, vitamine e minerali che i vegetali invece hanno. Ma la frutta e la verdura costano (il loro prezzo è lievitato negli ultimi anni), i legumi e i cereali integrali sono lunghi da cucinare, mentre la carne e il pesce sono pronti in fretta e non costano poi tanto… O almeno, così si crede.

Il vero prezzo da pagare
Il mercato alimentare è distorto e nasconde i veri costi. Prendiamo per esempio la carne. Gli allevamenti intensivi hanno contribuito ad abbassarne sensibilmente il prezzo, così oggi si può mettere in tavola una coscia di pollo o una fettina di manzo per una cifra relativamente bassa. Che nasconde però costi ambientali elevati. C’è il saccheggio delle risorse idriche: serve molta acqua per lavare le deiezioni degli animali e irrigare i campi di mais per nutrirli: un cereale inadatto soprattutto per i bovini, e in più molto «assetato». Ci sono poi l’inquinamento ambientale, causato da pesticidi e concimi chimici, e lo sfruttamento di terreni in cui si potrebbero coltivare legumi e cereali per il diretto consumo umano. Non ultimo, c’è l’estrema sofferenza degli animali e il fatto che la carne prodotta sia di scarsa qualità. Questi inconvenienti valgono anche per altri cibi di cui si è parlato sopra.
I costi ambientali ricadono su tutti quanti, ma nessuno ci presenta il conto dettagliato. E lo stesso vale per i costi della salute, visto che ormai molti studi riconoscono alla dieta un ruolo preventivo, oltre che curativo.
Pure il mondo del lavoro ne risente negativamente. Nel 2005 un rapporto dell’International Labour Office2 ha snocciolato cifre poco incoraggianti: i menù squilibrati delle mense aziendali e la cattiva (ma economica) dieta di casa sono responsabili di un calo del 20 per cento della produttività e di un aumento dei giorni di malattia.
A conti fatti, conviene spendere di più in cibi più validi nutrizionalmente, ottenuti senza impiego di sostanze di sintesi (come nel bio e nel biodinamico). Ma davvero si spende di più? Per contenere i costi ci sono tanti trucchi, tutti da scoprire.

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