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DOSSIER: L’ULTIMA PARITA’ DA RAGGIUNGERE

DOSSIER: L’ULTIMA PARITA’ DA RAGGIUNGERE

Le patologie più comuni del nostro tempo associate al genere maschile e femminile. La necessità di una prevenzione e cura più specifiche.
Il parere di Marina Risi, vice-presidente Pnei

Più longeve, ma più fragili: per disegnare una mappa della salute al femminile, con uno sguardo particolarmente attento al nostro paese, si può partire dai numeri. Le donne sono il 51,4 per cento della popolazione italiana, e possono contare su un’aspettativa di vita di 84 anni, circa 6 in più rispetto agli uomini. Un vantaggio cui però corrisponde una peggiore qualità della vita: un’indagine mostra che l’8,3 per cento delle italiane – ma da altri paesi arrivano dati analoghi – lamenta un cattivo stato di salute, a fronte del 5,3 per cento degli uomini. E anche il distacco per quanto riguarda la longevità si sta riducendo. Lo confermano i dati appena diffusi dal rapporto Osservasalute 2010. «La speranza di vita alla nascita vede un incremento rilevante negli ultimi dieci anni, che però è di 1,8 anni per gli uomini e solo di 1,1 anno per le donne», spiega Roberta Siliquini, docente di Igiene all’università di Torino. E anche il tasso di mortalità per i «big killer», patologie cardiovascolari e cancro, si sta riducendo più sensibilmente per gli uomini. Un dato dovuto ai mutamenti dello stile di vita che portano le donne ad acquisire fattori di rischio ritenuti fino a poco tempo fa tipicamente maschili: «Si pensi all’abitudine al fumo, per la quale pare che le recenti campagne di dissuasione abbiano avuto poco successo proprio sulle donne, che sono solo il 16 per cento degli ex fumatori, contro il 39 per cento di maschi», osserva Siliquini. Ma anche all’aumentato carico di stress e alla ridotta abitudine a fare sport, praticato in Italia dal 38 per cento degli uomini ma solo dal 24 per cento delle donne.
Una medicina più specifica
È in questo quadro che si inserisce lo sforzo di costruire una medicina che tenga conto delle peculiarità di ogni individuo. Un obiettivo ancora lontano visto che, per citare un recente editoriale pubblicato sulla prestigiosa rivista Nature, «la medicina come oggi viene applicata alle donne, è meno basata sulle evidenze di quella applicata agli uomini». «Dobbiamo imparare a tenere conto del fatto che fattori di rischio, incidenza delle malattie, sintomatologia e terapie possono variare a seconda del sesso o del genere», spiega Flavia Franconi, responsabile del gruppo farmacologia di genere della Società italiana di farmacologia. Sesso e genere, ovvero biologia e cultura, indissolubilmente legate. Qualche esempio? Le donne sono in generale più piccole e più leggere (30 per cento in meno di peso medio), hanno quindi organi e vasi sanguigni di dimensioni più ridotte, ma anche una maggiore massa grassa – 25 per cento in più – il che modifica l’assorbimento di determinati farmaci. Inoltre, hanno tempi diversi di svuotamento dell’apparato digerente e un metabolismo diverso, per citare solo i dati biologici più significativi dal punto di vista farmacologico.
Sperimentazione al maschile
Proprio le donne sono le maggiori consumatrici di farmaci e sono anche più spesso vittime di effetti avversi, comprensibilmente, dato che la maggior parte dei farmaci non sono stati studiati su di loro. Particolarmente nelle fasi della vita in cui l’organismo della donna è più vulnerabile, come la gravidanza: una prudenza comprensibile – difficile pensare che una donna che aspetta un bambino partecipi a una sperimentazione clinica, anche ammesso che ne venga organizzata una specifica – ma non priva di conseguenze. Paradossalmente, se sono state finora escluse dalla sperimentazione, sono le donne ad avere una maggiore consuetudine con il dolore, e a fare più spesso ricorso all’assistenza sanitaria (31,4 per cento contro 24,7 per cento) anche a causa di un maggior carico di disabilità (6,1 per cento contro 3,3 per cento dei maschi). «Gli ospedali sono per lo più frequentati dalle donne a causa della loro maggiore longevità e della tendenza femminile ad avere un atteggiamento più razionale verso la medicalizzazione», spiega Mauro Podda, docente di medicina interna all’università di Milano. «Ma in genere si tratta di strutture create e organizzate da uomini, scarsamente sensibili nei confronti di alcune loro esigenze, come spazi comuni per le visite, bisogno di privacy, orari elastici per vedere i figli piccoli. Si deve, quindi, cercare di fare di meglio anche nel contesto dell’organizzazione ospedaliera».
«Familiarità» con la malattia
«Ci sono alcune malattie che colpiscono in netta prevalenza le donne: prime fra tutte, quelle autoimmuni o immunodegenerative – artrite reumatoide, lupus eritematoso sistemico, sclerosi multipla – che costituiscono il paradigma della medicina di genere», spiega Alberto Mantovani, Direttore scientifico dell’istituto clinico Humanitas di Milano. «Il lupus, per esempio, colpisce le donne con frequenza di circa nove volte superiore rispetto agli uomini. E dati simili valgono anche per l’artrite reumatoide. Si tratta di malattie che rappresentano un grave problema sociale. «Nel mondo occidentale», ricorda Mantovani, «sono la terza categoria di patologie più comuni dopo il cancro e le malattie cardiovascolari». Le malattie non sono l’unica possibile forma di vulnerabilità. Ma anche in questo caso i punti deboli sono diversi: gli uomini sono più spesso vittime di aggressioni violente e di incidenti stradali e sul lavoro, mentre per le donne il pericolo è la casa: parliamo di incidenti domestici ma anche dei gesti di violenza- fisica e psicologica – esercitati all’interno della famiglia, di cui sono da sempre le vittime principali. Intanto la medicina di genere comincia ad aprirsi a nuovi temi, come lo studio della condizione femminile nel mondo del lavoro, tenendo presente il doppio carico cui sono sottoposte le donne, o le differenze che riguardano bambini e bambine: sappiamo già che anche tra i piccolissimi la mortalità e il rischio di traumi sono nettamente più elevati per i maschi.

Se vuoi approfondire questo tema
invia una mail: info@vitaesalute.net

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