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I CIBODIPENDENTI

I CIBODIPENDENTI

Perché non riusciamo a resistere agli alimenti dolci o ricchi di grassi? Secondo gli ultimi studi ciò e dovuto all’azione di alcune sostanze sul cervello che producono un effetto simile alla droga. Ecco qual è il mangiare che ci imprigiona. E come liberarsene.

Li chiameremo gli irresistibili: sono i cibi di cui non sappiamo fare a meno: quando ci accorgiamo di non riuscire a togliere le mani dal sacchetto delle patatine, o rinunciare a «un pezzettino soltanto» di torta, ci capita di dire «questa roba è come una droga». Beh, non siamo così lontani dal vero. Sono sempre più numerosi gli studi che lo confermano. Uno dei più recenti arriva dalla Florida, dove due ricercatori dello Scripps Institute hanno trasformato topi da laboratorio in consumatori compulsivi di cibi spazzatura – cioccolato o pancetta affumicata – tanto da prendere rapidamente peso e non interrompere la loro pericolosa dieta, nemmeno quando il semplice gesto di continuare a nutrirsi provocava loro dolore a una zampa. Uno studio simile è stato effettuato dalla Boston University School of Medicine (Usa), dove due ricercatori italiani, Pietro Cottone e Valentina Sabin, hanno dimostrato che il consumo intermittente di cibi ricchi di grassi e zuccheri modifica il cervello in modo simile a quanto avviene nel caso di una dipendenza da sostanze stupefacenti. Ed è interessante notare che alcune di queste ricerche, come quelle realizzate da Gaetano Di Chiara all’università di Cagliari, utilizzano – su «cavie» umane ma anche sui ratti – snack abitualmente in commercio, come i salatini Fonzies (a base di mais e formaggio), o altri spuntini dolci.

«Usiamo anche per gli animali alimenti consumati dagli uomini, perché i ratti sono abituati a nutrirsi dei nostri scarti e hanno gusti simili ai nostri», spiega il ricercatore sardo. Se inizialmente la maggior parte delle ricerche si svolgeva sugli animali, in tempi più recenti si è cominciato a studiare anche l’uomo, sostituendo le tecniche invasive usate sui ratti con l’imaging cerebrale, che permette di visualizzare la reazione del cervello a determinati stimoli.
L’obesità ha un perché
Ma quali sono i nostri punti deboli? Perché è così facile resistere a carote e spinaci, mentre i cibi che preferiamo fanno ingrassare? A essere pericolosi sono quelli che la neurofarmacologa australiana Margaret Morris definisce comfort food, alimenti particolarmente ricchi di grassi e zuccheri: «Sappiamo che avere a disposizione cibo appetibile ci fa sentire meglio, e questo probabilmente è parte del problema alla radice del fenomeno dell’obesità», spiega Morris. Oltre alle componenti genetiche e ambientali, nell’obesità va riconosciuta quindi anche «una forte connessione fra gli ormoni prodotti nel grasso corporeo e ciò che avviene ai circuiti dell’appetito nel cervello, alla sensazione di fame e al desiderio di cibo».
Eppure, quello che oggi percepiamo come un meccanismo perverso, nasce molto probabilmente per aiutarci a sopravvivere. «Nella storia il cibo non è mai stato abbondante e quindi l’attrazione verso gli alimenti più calorici ed energetici è perfettamente comprensibile», spiega David Lazzari, psicologo e presidente Pnei. «Fino a pochi decenni fa, tra mangiare carote e mangiare arrosto la seconda opzione era sicuramente preferibile». Oggi tutto è cambiato, ma i nostri gusti sono rimasti gli stessi. E l’industria alimentare ha imparato a sfruttarli, proponendoci gli stessi cibi che in passato hanno favorito la nostra sopravvivenza: «Il piacere non è un optional, ma un meccanismo che ci consente di sopravvivere », sintetizza Di Chiara. «Questi alimenti aumentano la produzione di dopamina (il neurotrasmettitore che regola i processi di gratificazione, ndr) nelle stesse aree cerebrali che si attivano assumendo droghe.

 

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