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LE INTOLLERANZE ALIMENTARI

LE INTOLLERANZE ALIMENTARI

Spesso accade che le persone, allarmate per un aumento di peso, lo adducano a presunte intolleranze alimentari e, magari, sulla scorta di esperienze raccontate da amici o parenti, decidano di provare a fare uno o più di uno dei test non convenzionali spesso proposti allo scopo di sondare il proprio stato di salute e capire se l’eccesso ponderale possa essere riconducibile ad una intolleranza alimentare.

E’ importante che coloro che si trovano a vivere una condizione simile di disagio e che si pongono analoghi dubbi sull’origine del proprio soprappeso sappiano che non è possibile che una intolleranza alimentare, di qualsivoglia natura, possa essere la causa di un aumento di peso o di una condizione di obesità. Piuttosto sarà vero il contrario: se un organismo non tollera qualche alimento, lo rifiuterà, lo allontanerà da sé e, se continuerà ad assumerlo, andrà probabilmente incontro a sofferenza, a patimento e deperimento, condizioni in netta contrapposizione rispetto all’aumento di peso.
Spesso, a seguito di una diagnosi di intolleranza ottenuta con test non convenzionali, la persona segue, per periodi più o meno lunghi, una dieta priva degli alimenti cui è ipoteticamente intollerante. In questi casi, le esperienze positive ed i risultati in termini di dimagrimento, frequentemente riportati da amici o conoscenti, sono basati sul fatto che al contempo tali diete comportano anche regimi caloricamente restrittivi, che inevitabilmente danno dei frutti che si ripercuotono anche sulla bilancia!

Le intolleranze alimentari

Le intolleranze alimentari sono un argomento molto dibattuto e di moda, per molti la loro diagnosi e possibile cura è di indubbio interesse economico, scopriamo assieme cosa c’è dietro questo mondo per alcuni aspetti così intricato.

Un aspetto oggi molto rilevante legato alle intolleranze alimentari è costituito dai test non convenzionali. Proposti dal mercato per la diagnosi di questi disturbi e spesso tanto amati dal grande pubblico, tali test non sono riconosciuti dalla medicina allopatica perché privi di fondamenti scientifici.

Quelli maggiormente diffusi sono il VEGA, il DRIA ed il CITO test; ma vengono usati anche il mineralogramma, detto anche
test del capello, il CAST (Cellular Allergen Stimulation Test), il SAFT (Skin Application Food Test), il Kondo test, il Test di provocazione intradermica o sublinguale ed il Test di COCA.

Il VEGA test classico nasce nel 1958 dall’elettroagopuntura di Voll, secondo altri nel 1976 con Schimmel che perfezionò la prima versione.

Nel corpo umano vi sarebbero, secondo i principi su cui si fonda l’agopuntura, dei percorsi energetici detti “meridiani”. In questi punti la resistenza aumenta se la persona ha malattie d’organo e si riduce se ha infiammazioni o intossicazioni. Nel test il soggetto viene messo a contatto con fiale contenenti estratti del cibo da testare, il contatto con l’alimento a cui è intollerante provocherebbe una variazione della sua conducibilità elettrica cutanea.

Il VEGA test vanta innumerevoli capacità diagnostiche: analisi specifiche di organo o addirittura di singole parti di organo; verifica di intolleranze e allergie alimentari e non; rilevazione di micro-intossicazioni da metalli pesanti, pesticidi, vernici, veleni, farmaci ed altro; identificazione di infezioni batteriche, virali o fungine (con l’indicazione del singolo ceppo), parassitosi in atto o passate; individuazione di carenze da minerali, enzimi, vitamine e oligoelementi; verifica di efficacia e tollerabilità di terapie; verifica dei danni da vaccinazioni ed individuazione di farmaci omeopatici corretti. Nel 2001 una prestigiosa rivista scientifica internazionale, The British Medical Journal (George, et al 2001), pubblicò uno studio che confrontava il VEGA test e test convenzionali nella diagnosi di un gruppo di pazienti allergici dimostrando la totale impossibilità da parte del VEGA test di distinguere i pazienti malati da quelli sani. Conferma di questi risultati è arrivata un anno dopo da un altro studio clinico (Semizzi, et al Clin Exp All. 2002) che ha dimostrato l’incapacità del test di diagnosticare allergie respiratorie accertate.

Secondo la kinesiologia la salute del corpo umano è determinata dall’equilibrio di tre fattori: apparato osteo-muscolare, nutrizione e psiche, il contatto con un alimento al quale si è intolleranti genera una disarmonia rilevabile da una diminuzione della forza muscolare. I test Kinesiologici ed il DRIA test saggiano, con metodi diversi, la forza muscolare del soggetto mentre è a contatto con determinati alimenti. E’ intuibile come sia poco probabile che un paziente possa esercitare sempre la stessa forza per un tempo sufficiente a testare decine di alimenti; se la forza iniziale è diversa non è possibile nemmeno valutare la caduta di forza percentuale e ritenere questo dato affidabile e comparabile. Inoltre non tutte le allergie o le intolleranze si manifestano immediatamente dopo l’assunzione dell’alimento. Per queste ragioni non si possono avere dati né ripetibili, né confrontabili, perciò non esistono studi in letteratura scientifica in merito.

Il Citotest o test citotossico si effettua prelevando il sangue del paziente e cimentandolo con vari alimenti, l’operatore al microscopio stabilisce il livello del rigonfiamento dei granulociti (un tipo di globuli bianchi) e lo classifica secondo 4 livelli. Il test non è attendibile anche perché quando vengono cimentati alimenti solidi come cereali, formaggio o alimenti che comunque contengono grassi, come il latte, i granulociti si danneggiano in modo aspecifico, rigonfiandosi.

Un test analogo è il test di Kondo, mentre l’ALCAT test è una versione automatizzata del test citotossico.

Il test del capello o analisi minerale del capello (mineralogramma) vanta diverse capacità valutative: lettura cellulare dei livelli dei minerali; intossicazione da metalli pesanti; attività ghiandolare; tolleranza ai carboidrati; predisposizione a malattie; tendenze emozionali (depressione, ipercinesi, ansietà, cambiamenti d’umore…); profilo energetico. Che un singolo test vanti tutte queste capacità diagnostiche già dovrebbe far dubitare, ma, nel lontano 1985 è stato pubblicato nella rivista scientifica internazionale JAMA (Barrett, 1985) uno studio che evidenziava come tale test fosse assolutamente inattendibile nel valutare le concentrazioni dei minerali presenti nei campioni analizzati dei vari soggetti, rivelando come le concentrazioni dei diversi minerali variassero molto da un laboratorio all’altro e perciò del tutto inaffidabili ed incomparabili. Agli inizi degli anni duemila, scoprendo che ogni anno, nei soli Stati Uniti d’America il numero di tali test effettuati in laboratori commerciali fosse circa 225.000, per un giro di affari di quasi 10 milioni di dollari, la sezione di Salute Ambientale del Dipartimento della Sanità della California, ha riproposto lo stesso tipo di valutazione del 1985 fatta da Barrett. Così nel 2001 è stato pubblicato uno studio con i dati della ricerca effettuata (Seidel, et al. JAMA. 2001) in cui gli autori affermano: “Abbiamo individuato i sei laboratori più importanti in tutto il territorio degli USA, dove viene compiuto il 90 per cento dei test, e abbiamo inviato loro un campione di capelli ottenuto dalla medesima persona, e abbiamo messo a confronto i responsi. Il nostro unico donatore, che era una persona perfettamente sana, spiegano gli autori, “è stato indicato via via come a rischio dei disturbi più diversi: anemia, insufficienza surrenale, malattie cardiovascolari, disturbi del metabolismo dell’insulina, disturbi del comportamento e altri ancora. Crediamo pertanto di poter affermare che l’analisi del capello eseguita a fini medici sia del tutto inaffidabile, e possa addirittura essere pericolosa, qualora in base ad essa vengano consigliate variazioni della dieta, l’assunzione di integratori alimentari o di supplementi vitaminici”.

L
e intolleranze alimentari possono avere diverse origini: immunologica, enzimatica, farmacologica o essere di natura indefinita, legata probabilmente a contaminanti, coloranti, conservanti, prodotti di cottura, affumicatura, ecc.
La base immunologica è stata proposta di recente dalla letteratura scientifica come nuova chiave di lettura per cercare di dare una spiegazione a molti generici disturbi irrisolti ed inspiegati di cui sempre più persone soffrono. Già nel 2004 uno studio scientifico introduceva l’argomento (Atkinson  et al. Gut. 2004), in seguito altri dimostrarono una possibile correlazione tra il consumo di diversi alimenti e la presenza di immunoglobuline IgG nel sangue (Zar et al.
Am J Gastroenterol. 2005; Shanahan et al. Am J Gastroenterol. 2005; Kalliomäki et al. Curr Opin Gastroenterol. 2005; Zar et al.  Scand J Gastroenterol. 2005). Quella che sembrava un’ipotesi interessante non ha però mai trovato piene conferme, tanto che in molti (Park et al. Neurogastroenterol Motil. 2006; Zuo et al. Clin Exp Allergy. 2007) sostengono che la correlazione tra IgG e sintomatologia della sindrome dell’intestino irritabile, epifenomeno di varie intolleranze alimentari, debba essere meglio investigata ed ulteriormente confermata o che, addirittura, non sia per nulla attendibile.Le intolleranze alimentari enzimatiche sono legate ad errori congeniti del metabolismo. Le principali sono quelle da deficit di lattasi (intolleranza al latte), di fenilalanina-idrossilasi (fenilchetonuria), di glucosio-6-fosfato-deidrogenasi (favismo) e quella di galattosio-1-fosfato-uridil-tranferasi (galattosemia).
Le principali intolleranze alimentari farmacologiche sono causate da una reattività abnorme a sostanze non nutrizionali presenti nei cibi (istamina, tiramina, feniletilamina, dopamina, triptamina; metilxantine; capsicina, miristicina, alcol ed additivi vari).
L’istamina è contenuta in grosse quantità in sgombroidi (tonno, sgombro…), formaggi, vini rossi, lievito, birra e cibi fermentati; può provocare nausea, vomito, diarrea, crampi intestinali, orticaria, cefalea, vampate, ipotensione, tachicardia e formicolio orale. La tiramina e la feniletilamina (contenute in formaggi fermentati, vino rosso, cioccolato, aringhe marinate, salse di soia) possono provocare cefalea, ipertensione, palpitazioni, vampate, sudorazione, rigidità nucale, nausea e vomito.

Alcuni antiossidanti (come i solfiti), contenuti in vino, birra, succhi di frutta, formaggi, frutta secca, salse e crostacei possono scatenare reazioni quali asma, rinosinusite, prurito, orticaria ed angioedema; il glutammato monosodico (un esaltatore di sapidità) può causare cefalea e nausea; dolcificanti come l’aspartame possono essere causa di cefalea ed orticaria, il sorbitolo, invece, può provocare dolori addominali, flatulenza e diarrea.

Vari alimenti sono da tenere in dovu
ta considerazione da chi soffre di questi disturbi, alcuni per il loro contenuto in istamina (formaggi fermentati, bevande fermentate come vino e birra, insaccati di maiale e bue, fegato di maiale, tonno, alici, bottarga in scatola, aringhe, acciughe, sardine e tonno conservati, cibi in scatola, spinaci, pomodori, pesce surgelato, pesce fresco, crostacei, frutti di mare) ed altri (albume d’uovo, molluschi, fragole, pomodori, cioccolata, pesce, ananas, alcool, fecola di patate, noci, mandorle, arachidi, frutta secca, caffè, lenticchie, fave e legumi vari), non perché la contengano, ma perché possono indurne la liberazione nell’organismo.
La diagnosi di intolleranza al lattosio ed al sorbitolo si fa con un semplice test “del respiro” (breath test). In questo caso, fatta la diagnosi, si eliminano rispettivamente dalla dieta il latte, che può essere sostituito da yogurt o da latte delattosato, detto anche ad alta digeribilità, ed il sorbitolo, usato come dolcificante e stabilizzante dal settore alimentare e farmaceutico. Per la fenilchetonuria, gli stati americani ed europei hanno previsto screening di massa su tutti i neonati: basta una piccolissima quantità di sangue prelevata dal tallone del neonato
(test di Guthrie). Il favismo, essendo una intolleranza su base genetica, solitamente viene scoperto sin dalla giovane età, comunque il deficit di glucosio-6-fosfato-deidrogenasi si accerta mediante la determinazione di questo enzima nei globuli rossi.

Per tutti gli altri casi potrà essere utile o consigliato un regime dietetico di esclusione, non essendoci test attendibili.

Escluse perciò le intolleranze alimentari da cause certe,
se non si sta attenti, si rischia di finire in mani poco esperte per intolleranze alimentari solo presunte ed inesistenti.

Deve essere pertanto chiaro che le intolleranze alimentari sono patologie o condizioni la cui causa non sempre è univocamente identificabile e spesso non esistono strumenti diagnostici più adeguati della semplice anamnesi e dell’esperienza del medico a cui ci si affida.

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