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QUELLA RETE NON E’ DA GETTARE

Scrivere e studiare al tempo del digitale. Social network, infiniti siti di informazione… Un mondo che molti adulti e parte della scuola guardano con sospetto. Ma che non si può ignorare.
Per isolarne le criticità e sfruttarne ogni risorsa utile alla formazione e allo studio

«Cmq tvb». Non è un errore di stampa, ma il modo in cui moltissimi ragazzi – e non solo loro – scriverebbero «comunque ti voglio bene». Un esempio tra tanti del modo in cui Internet sta cambiando il nostro modo di scrivere, ma anche di informarci, interagire con gli amici, perfino di ragionare. Con quali conseguenze? C’è chi denuncia la sciatteria di certi modi di scrivere, la superficialità di testi di cui spesso non si conoscono le fonti, il rischio di perdere la voglia di approfondire e ragionare su una pagina. E chi mette in risalto i dati positivi: i ragazzi non hanno mai scritto – e letto, e non solo on line – tanto come adesso, e la rete è una fonte inesauribile di creatività. A chi dare ragione? «Partiamo da una premessa sbagliata», spiega Roberto Maragliano, docente di scienze della formazione all’università di Roma Tre. «La rete è già una realtà, non possiamo ragionare come se fosse possibile rallentare processi già avvenuti, piuttosto cercare di capire come sfruttare a nostro vantaggio quello che già esiste. E invece, in nessun altro paese l’atteggiamento degli intellettuali è così critico nei confronti della rete». Molte voci critiche arrivano da oltre oceano, «ma è anche vero che lì si parla di una società in cui il digitale è molto presente, noi come reti siamo a livelli di terzo mondo; altri paesi europei come la Francia, che pure sono molto più avanti di noi, stanno comunque investendo. E non dimentichiamo che la rete è indispensabile per essere al passo con lo sviluppo economico mondiale», prosegue Maragliano. «Detto questo, forse non è un caso che, tra i diversi giudizi sulla rete che ci arrivano dall’estero, noi si tenda a recepire quelli più negativi. Abbiamo paura del nuovo, ma quello della tecnologia è un treno che non dobbiamo perdere. E se passiamo troppo tempo a preoccuparci per le ombre della rete, finiamo per non vederne le luci».

Meno elaborazione, più condivisione
Ed è fatto di luci e ombre il quadro che emerge da un recente sondaggio realizzato proprio negli Stati Uniti dal Pew Research, un istituto che produce ricerche demografiche e studi sull’impatto delle tecnologie nella vita quotidiana. Secondo i dati raccolti, intervistando i docenti, l’utilizzo di sms, chat o messaggi su Twitter avrebbe abituato i più giovani a preferire contenuti sempre meno elaborati e immediati, evitando testi troppo complessi. Ma, al tempo stesso, gli insegnanti intervistati hanno riscontrato che questi strumenti incoraggiano la collaborazione tra studenti, la creatività e le opportunità di esprimersi e condividere con altri il proprio lavoro. «Il mondo è vivo e sta cambiando», precisa Maragliano. «Non è una novità, è già successo con l’invenzione della stampa, con il telefono, con l’e-mail: ogni innovazione cambia stili e modalità di scrittura». C’è da chiedersi, semmai, se la scuola sia pronta ad affrontare una realtà in cui sempre più si vive in costante connessione con le informazioni. «Per valutare la situazione italiana è necessaria una premessa: il mondo anglosassone, proprio per le caratteristiche di quella lingua, ha sempre accettato cambiamenti linguistici, più di quanto non faccia l’italiano», spiega Michele Facci, psicologo e formatore Erickson. Detto questo, sicuramente l’era digitale ha portato a cambiamenti importanti: «Oggi, l’accesso alla scrittura e alla lettura è anticipato, i bambini entrano presto in contatto con strumenti tecnologici come telefonini e tablet, e così cominciano a conoscere le parole e a digitare. In questo modo, per inciso, si superano anche alcuni disturbi dell’apprendimento come la disgrafia».
Per quanto riguarda la scrittura, anche in Italia le lamentele dei docenti riguardano spesso lo stile, l’uso di abbreviazioni all’interno dei temi o dei compiti. «I cambiamenti più radicali, però, non sono quelli grammaticali», osserva Facci; «questi strumenti di comunicazione ci portano al “tutto e subito”, favoriscono la rapidità ma rendono più difficile una comunicazione complessa, anche a livello emotivo: gli emoticon – le “faccine” che si usano per far sapere che si è felici o arrabbiati – sono una facile scorciatoia, con il risultato che in rete i sentimenti e le emozioni assumono una coloritura diversa. E per i ragazzi può essere difficile imparare a esprimere le proprie emozioni, e anche ad ascoltare quelle altrui».

Un mondo non solo per giovani
Su una cosa tutti sono d’accordo: il problema non può, e non deve, riguardare solo i giovanissimi: «Credo nella pedagogia degli esempi, non in quella delle buone maniere», osserva Maragliano. «Dobbiamo aiutare i ragazzi diventando frequentatori costanti della rete, non lasciarli soli davanti a una realtà che non conoscono». E questo significa, per gli adulti di riferimento – genitori e insegnanti – tenersi aggiornati su una realtà in continua evoluzione come quella di Internet e dei social network, ma anche interrogarsi sul proprio comportamento, dall’attenzione per il copyright e per le fonti quando si citano testi altrui a quella per la privacy. Perché la rete entri davvero nelle scuole, però, servirebbero strumenti, fondi e formazione. Ma anche un atteggiamento diverso: «Dobbiamo fare i conti con le carenze culturali dei docenti, ma soprattutto con una sorta di “santa alleanza” tra il settore più arretrato della scuola e buona parte dell’editoria scolastica, che ha interesse a non rinnovare. La rete cambia il modo di scrivere e studiare, così come ha rivoluzionato altre forme di espressione. Solo che in altri settori, come la musica, un’utenza giovane ha imposto le proprie scelte e trasformato il mercato, mentre il settore librario è presidiato da generazioni più anziane ed è più resistente ai cambiamenti», denuncia Maragliano. «Ma oggi i docenti dovrebbero essere formati in modo da poter usare questi strumenti per fare scuola. Le opportunità sono tantissime: la rete consente di aggregare, proporre e modificare contenuti, di costruire un’antologia senza comprare neanche un libro, di organizzare collegamenti con altre scuole magari straniere per approfondire alcuni temi, e così via». «Se la scuola e la famiglia educano a usarli in modo corretto, nei nuovi media vedo solo aspetti positivi», aggiunge Facci. «Pensiamo alle tante opportunità offerte dalla scrittura in rete, per esempio a Wikipedia, che permette di far parte di un processo di costruzione del sapere collettivo ma al tempo stesso ti espone a critiche, a una revisione del tuo lavoro». Proprio la quantità di materiale disponibile, però, fa temere che i compiti diventino un collage di testi trovati sul web e che gli studenti tendano a non esercitare più la memoria “perché tanto si trova tutto in rete”. «La cosa più difficile, in realtà, è imparare a orientarsi per raggiungere informazioni attendibili e corrette, ed è su questo che bisogna aiutare i ragazzi, fornendo loro strumenti adeguati», osserva Facci. «Per quanto riguarda la tendenza a fare collage di testi trovati in rete, spesso basta spiegare agli studenti che in questo modo non si impara niente, mentre se si ragiona su un testo e lo si rielabora, si riesce ad abbreviare il tempo da dedicare poi allo studio».

La paura di cambiare
E per quanto riguarda la memoria? «È un dibattito che va avanti da anni, proviamo però a pensare che in altri settori abbiamo accettato senza problemi una tecnologia che potenzia le nostre capacità, come le automobili», osserva Facci.
Certo, dobbiamo darci da fare per mantenere le nostre capacità, e se per quanto riguarda le automobili vuol dire trovare del tempo per camminare o andare in palestra, per la memoria vuol dire esercitarla, magari giocando, in modo da tenerla allenata. «Per quanto riguarda quelle aree di apprendimento per cui la memoria sembra indispensabile, come la grammatica, oggi si stanno affermando delle modalità diverse come il metodo Orberg, che insegna le lingue morte come se fossero vive, partendo dal dialogo e non dalla grammatica», considera Facci. Si tratta di un approccio molto discusso, ma rappresenta comunque un esempio interessante delle opportunità che si aprono quando si accetta di uscire dagli schemi. «In realtà, il nostro cervello è organizzato come una rete, per questo il web piace tanto ai ragazzi e anche agli adulti. Ci fa sentire liberi da una serie di costrizioni che ci siamo dati e che sacrificano l’elasticità della rete neurale», ci spiega Maragliano. «Certo, il modo di studiare cambierà, dobbiamo avere il coraggio di riconoscere che il mondo sta andando nella direzione del collegamento, non in quella dell’approfondimento, che oggi sopravvive solo nel mondo della scuola. E quindi non possiamo fare a meno di ripensare i percorsi formativi, e soprattutto di offrire ai ragazzi gli strumenti, la cultura, la consapevolezza per muoversi nella società digitale».

Se vuoi leggere l’articolo completo,
invia una mail: info@vitaesalute.net

 

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