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Contro Lo Spreco Alimentare

Contro lo spreco alimentare

Milioni di tonnellate di cibo buttato ogni anno. La responsabilità è anche del nostro stile di vita.

Si calcola che in media acquistiamo il 20% in più del cibo che riusciamo a mangiare. È quindi ora di fermarsi a riflettere.

Ogni anno i consumatori delle nazioni industrializzate sprecano 222 milioni di tonnellate di cibo, quasi quanto ne produce l’Africa subsahariana (230 milioni). La cifra corrisponde a circa il 24% delle calorie degli alimenti prodotti per il consumo umano, o a oltre la metà del raccolto annuo di cereali (2,3 miliardi di tonnellate nel 2009-10): in soldoni, sono 1.000 miliardi di dollari; in emissioni di CO2 è un aumento stimato intorno al 14%.

In Europa, le cifre Fao parlano di 60-110 kg a testa ogni anno (in totale 92 milioni di tonnellate), paragonabili ai 95-115 kg degli Usa ma ben di più dei Paesi in via di sviluppo (6-11 kg), dove il grosso problema sta nelle infrastrutture e nei sistemi di lavorazione e stoccaggio. Per esempio nell’Africa subsahariana, dopo la raccolta, si perde il cibo sufficiente a nutrire 48 milioni di persone. Nelle nazioni industrializzate, invece, sotto accusa sono i comportamenti di distributori e consumatori.

Il problema è tanto più urgente se pensiamo che nel 2050 saremo, secondo i calcoli, nove miliardi. Riducendo il cibo che finisce nella spazzatura si potrebbe già oggi sfamare tre miliardi di persone senza aumentare la produzione.

Come fare quindi ad arginare questa situazione?
3X2, sconto del 50% sono formule quasi irresistibili. E così riempiamo il carrello senza rifletterci tanto. La prima domanda da porsi, prima di farcire una dispensa che potrebbe sfamare una famiglia per mesi, è: ma ci servono davvero questi prodotti? La seconda, non meno importante: sono alimenti a lunga conservazione o deperibili? E quando scadono? Se stanno per scadere, e per questo sono scontati, siamo certi di riuscire a finirli in un periodo ragionevole?

Poi bisogna guardare bene le etichette per capire le scadenze.

Per prima cosa occorre distinguere tra la dicitura “da consumarsi entro” e quella “da consumarsi preferibilmente entro” (o termine minimo di consumo, Tmc). La prima si applica a cibi deperibili, perciò la data è abbastanza tassativa. La seconda indica una scadenza più elastica; si applica a biscotti, pasta, riso ecc: superata quella sono ancora buoni, al massimo le gallette o i cracker diventano molli. Da considerare poi che più la scadenza è lunga più c’è tolleranza nel consumo e viceversa; è il caso dello scatolame, che se non è rigonfio o ammaccato ha presumibilmente conservato bene il suo contenuto. In ogni caso prima di mangiare un alimento scaduto bisogna valutarne l’odore e l’aspetto, quindi assaggiarne una piccola porzione; se ci sono muffe, eliminarlo.

Alcuni cibi poi hanno una certa tolleranza. Lo yogurt per esempio regge ancora per 5-7 giorni; diventa però più acidulo e comincia a perdere i fermenti. L’olio resiste qualche mese in più se ben conservato. Panettone e pandoro tengono per un altro mesetto, mentre caffè, , tisane perdono via via l’aroma. Miele, aceto e sale non scadono, ma le conserve casalinghe sì, occhio all’etichetta!

Per sapere di più sui progetti che in tutta Europa sono stati attivati clicca qui

tratto dall’articolo “E’ ora di fermare lo spreco alimentare” della rivista Vita&Salute edizione di Dicembre 2015, di Giuliana Lomazzi


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