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CUORE FRAGILE

CUORE FRAGILE

Una morte improvvisa su un campo di calcio o durante il campionato di pallavolo. Si tratta di casi eccezionali? Le statistiche dicono di sì, confermando che la medicina sportiva è all’avanguardia. Ma che dire dello attività dilettantistiche? Vediamo come è possibile abbattere il rischio di gravi episodi cardiaci

di Paola Emilia Cicerone

Com’è possibile che un giovane muoia in pochi minuti su un campo sportivo? Casi drammatici come quelli del calciatore Morosini, del pallavolista Bovolenta o del nuotatore norvegese Dale Oen hanno attirato l’attenzione sui rischi legati a un’attività agonistica, e sulle fragilità di quelli che ci appaiono come campioni. Un fenomeno mediatico che aumenta le preoccupazioni di chi pratica sport a livello amatoriale – a volte proprio per mantenersi in salute – e delle famiglie che avviano bambini e ragazzi a un’attività sportiva.
Ma c’è davvero motivo di allarmarsi? A livello mondiale si calcola che siano 23 i calciatori venuti a mancare per arresto cardiaco dal 2000 a oggi. Mancano dati su altri sport, ma passando dal mondo professionista a quello dilettante, i numeri crescono. Su 224 casi accertati di morte improvvisa a seguito di arresto cardiaco, verificatisi negli ultimi trent’anni in Italia, più della metà è avvenuta in un campo di calcio, e solo il 6,4 per cento delle vittime erano sportivi professionisti.
Nonostante questo, avvertono gli specialisti, la situazione italiana non è delle peggiori. Al contrario: «Il nostro è uno dei pochi paesi al mondo in cui sia stata istituita la visita di medicina sportiva per tutti quelli che intraprendono un’attività agonistica», spiega Danilo Gambarara della Facoltà scienze motorie dell’Università di Urbino. Tanto che è in corso una polemica scientifica tra la «scuola» di medicina sportiva italiana e quella anglosassone, che considera il nostro modello di procedura uno spreco di risorse. «Anche se ci sono dati che giustificano le nostre scelte», prosegue Gambarara, «per esempio, in Veneto, dove sono stati raccolti questi dati, le morti per eventi cardiaci legati all’attività sportiva sono passate in 20 anni da 4 a 0,5 su 100 mila atleti».

Da Curi a Morosini
«Sui campi di calcio italiani, l’ultimo caso di morte di un professionista prima di Morosini è stato quello di Renato Curi, 35 anni fa: un dato che dimostra come una prevenzione accurata possa ridurre drasticamente questi drammatici eventi», osserva Piero Volpi, responsabile dell’Unità operativa di ortopedia del ginocchio e traumatologia dello sport di Humanitas Milano e consulente medico dell’Associazione italiana calciatori. «Il problema è che gli sportivi, specialmente dilettanti, spesso tendono a evitare i controlli o a farli in modo superficiale». Rinunciando a una tutela di cui sportivi di altri paesi non dispongono: «Negli Stati Uniti gli atleti spesso si limitano a riempire un questionario sulle loro condizioni fisiche, e si vedono consigliare dei controlli se ci sono fattori di rischio», osserva Gambarara. «Ma anche ai mondiali di calcio giovanile che si sono svolti in Africa, l’80 per cento degli atleti non era stato sottoposto a visita medica». Molte delle morti improvvise avvenute all’estero, nel nostro paese sarebbero state evitate, ma il merito della medicina sportiva, che in Italia nasce come una «costola» di quella del lavoro, non si limita a questo: «In Italia le visite di idoneità sportiva sono un’occasione, spesso l’unica, per uno screening sulle condizioni di salute della popolazione adolescente», spiega Gambarara.

A ognuno il suo esame
Nel nostro paese chi pratica per professione alcuni sport – calcio, ciclismo, pugilato, motociclismo, golf, pallacanestro – è sottoposto a tutele e controlli particolari; tutti gli altri sportivi sono inquadrati secondo le normative Coni, che consentono di iniziare le attività agonistiche a età variabili tra i 12 anni per gli sport di squadra come il calcio, per praticare i quali viene richiesta una particolare maturità psicologica, e anche prima per altri sport come la ginnastica. Fino all’età prestabilita, lo sport è un gioco e dovrebbe essere del tutto privo di competitività agonistica, «anche se non bisogna dimenticare le pressioni dei genitori», ricorda Gambarara. Quando si entra nell’agonismo è obbligatoria una visita specialistica con analisi che comprendono in genere la spirometria, l’esame delle urine e l’elettrocardiogramma dopo sforzo, o da sforzo dopo i 40 anni di età, oltre a controlli specifici per i diversi tipi di sport, come la visita neurologica per lo sci o l’automobilismo. «Gli sport sono divisi a seconda dell’impegno cardiovascolare che richiedono: si può non essere idonei al calcio ed esserlo per uno sport che richiede un minore impegno», osserva Gambarara. Più in generale, la «mancata idoneità» può riguardare una specifica disciplina o una condizione transitoria. «Per esempio, oggi un soggetto iperteso con la pressione sotto controllo grazie ai farmaci, che una volta sarebbe stato escluso dalla pratica sportiva, può accedere ad alcuni sport», osserva il medico, «così come chi soffre di diabete ben compensato».Tanto è vero che per gli atleti in terapia sono previsti farmaci specifici per evitare rischi di essere considerati dopati. Un problema, quello del doping, che continua a rappresentare una grossa fonte di rischio soprattutto al di fuori delle competizioni ufficiali, dove i controlli sono più rigidi; per fare un esempio nelle palestre, «o nei college americani dove l’uso di steroidi e altre sostanze rappresenta una grossa componente di rischio anche per i giovani atleti», spiega sempre Gambarara.

Quelli «della domenica»
A rischio per mancanza di adeguati controlli, infatti, è soprattutto chi fa sport senza iscriversi a una società, limitandosi a frequentare una palestra o fare attività amatoriale, come il calcetto della domenica o la partita a tennis con gli amici. «Il certificato medico non agonistico (il cosiddetto “certificato di sana e robusta costituzione”) è obbligatorio solo in alcune regioni, tra cui Toscana ed Emilia Romagna», ricorda Gambarara, «anche se in molti casi sono le palestre a richiederlo».
C’è poi chi pratica attività anche impegnative come il jogging senza essere vincolato a una struttura e quindi sottoposto a controlli: «in questo caso è importante farsi vedere dal medico curante per capire insieme a lui se l’attività scelta è adatta al nostro fisico», osserva Volpi, «e se è necessaria una valutazione cardiologica più approfondita». «Il problema vero sono gli sportivi della domenica non abituati all’attività fisica», sottolinea Maddalena Lettino, responsabile dell’Unità operativa di cardiologia in Humanitas. «Intendiamoci, approfittare di un momento di relax per fare attività fisica è più che legittimo, purché ci si ricordi di non esagerare». Se si vogliono fare sforzi fisici inusuali, come partecipare a competizioni anche informali, è necessario sottoporsi a un allenamento regolare, «perché altrimenti l’improvviso sforzo può fare precipitare la situazione scatenando una crisi cardiaca, come succede a volte in inverno per soggetti sedentari, con qualche predisposizione misconosciuta alla malattia coronarica, che sviluppano un infarto dopo aver spalato la neve per ore al freddo, sottolinea la cardiologa. «In ogni caso, dopo una certa età, dedicarsi a un’attività sportiva senza controlli adeguati può rappresentare un rischio: è opportuno sottoporsi periodicamente a controlli clinici e mantenere un contatto costante con il proprio medico di base, che rappresenta il primo filtro e può eventualmente indirizzare a ulteriori accertamenti, come una visita cardiologica ed eventualmente un elettrocardiogramma da sforzo».

Il ruolo della fatalità
Le morti improvvise, infatti, sono quasi tutte di origine cardiaca – anche se ci possono essere aneurismi o lesioni cerebrali dovute a traumi. Ed esistono patologie difficili da evidenziare che si manifestano con aritmie cardiache potenzialmente fatali. «Ci sono sindromi coronariche acute causa di morte improvvisa che non sono prevedibili neanche con i test da sforzo», spiega Lettino. «A volte si scopre solo dopo che il paziente aveva avvertito sintomi: il consiglio generale è che chi percepisce un dolore toracico insolito anteriore e preferibilmente nella regione sternale, magari piuttosto forte e accompagnato da un senso generale di malessere, si faccia controllare da un cardiologo, anche se il disturbo scompare senza lasciare traccia apparente».

Se vuoi leggere il dossier completo invia una mail: info@vitaesalute.net

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