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Depressione E Obesità In Relazione

Depressione e obesità in relazione

Due patologie così diverse ma in realtà accomunate dal processo di infiammazione. C’entra il cibo, la produzione ormonale fino alla sua influenza sulla psiche. E il processo può avvenire al contrario. Scopriamo le nuove prospettive di cura

Se la depressione è una sofferenza della mente, o se vogliamo dello spirito, l’obesità è una malattia del corpo. Ma corpo e mente, come sappiamo, sono legati a doppio filo. E quindi non dobbiamo stupirci se la ricerca ha individuato delle correlazioni tra queste due patologie. O più esattamente, tra la depressione e l’obesità viscerale, quella più pericolosa per la salute che si manifesta con un accumulo di grasso nella zona addominale. Lo conferma, tra tanti, uno studio pubblicato nel 2010 dalla rivista Jama: si è visto che l’obesità aumenta il rischio di depressione, mentre i pazienti depressi hanno un rischio obesità superiore a quello della popolazione generale. 

«Negli stati depressivi o negli stati emozionali negativi, infatti, vi sono spesso preferenze per i cibi ad alto valore energetico», scrive Roberta De Bellis, ricercatrice presso il dipartimento di scienze biomolecolari dell’Università di Urbino in un articolo apparso su Pnei News.
Ma questo è solo un aspetto secondario: tra i due disturbi ci sono relazioni più profonde e di tipo metabolico, legate ad alterazioni del metabolismo, dei livelli ematici di alcuni ormoni tra cui cortisolo e insulina e a un aumento di fattori infiammatori come le citochine. «Ciò che oggi sta divenendo evidente», prosegue De Bellis, «non è solo che le reazioni emozionali al cibo possono condurre a una sovralimentazione, ma anche che i nutrienti che assumiamo e la presenza di obesità, soprattutto addominale, possono influenzare il nostro umore e comportamento, fino a portare a disturbi di tipo depressivo, attraverso un’azione indiretta e diretta sul sistema nervoso centrale e attraverso un impatto sul metabolismo energetico, sulla funzionalità endocrina e sul sistema immunitario».

Siamo di fronte a un meccanismo complesso che rimette in discussione le ipotesi tradizionali sull’origine della depressione, con studi come quelli di Irving Kirsch che ha contestato il meccanismo di funzionamento dei farmaci antidepressivi – gli Ssri inibitori della ricaptazione della serotonina come il Prozac – e di Michael Maes che ha studiato il collegamento tra depressione e infiammazione. «Sappiamo che nel cervello dei pazienti depressi c’è un deficit della serotonina, ma questo non basta a dire se tale deficit è la causa della malattia o non piuttosto un effetto», sottolinea Marina Risi, ginecologa e vicepresidente Sipnei.
Il problema è serio, visto che obesità e depressione sono tra le patologie più diffuse e difficili da curare. «L’obesità è una vera epidemia specie tra i giovanissimi», osserva Risi.

Quanto alla relazione tra depressione e infiammazione, molto viene dagli studi sulla cosiddetta sickness syndrome, ovvero sul comportamento legato alla malattia: tutti sappiamo che quando abbiamo l’influenza o un altro malanno tendiamo a chiuderci in noi stessi, mangiamo svogliatamente, non ci prendiamo cura di noi stessi, facciamo fatica a concentrarci e ci sentiamo giù. In questo modo l’organismo ci segnala che ha bisogno di tutte le sue energie per combattere l’infezione, ma l’affinità tra questi comportamenti e i sintomi della depressione ha portato i ricercatori a indagare e a individuare un collegamento tra depressione e infiammazione.

«Quando definiamo la depressione come una malattia infiammatoria, parliamo di qualcosa che non ha niente a che vedere con la risposta dell’organismo a un’aggressione esterna», precisa Risi. «In questo caso si tratta di un’alterazione del sistema immunitario, che continua a produrre molecole infiammatorie come le citochine anche in assenza di agenti infettivi». E qui entra in gioco l’obesità, visto che sappiamo che il grasso viscerale produce sostanza infiammatorie, «mentre il grasso sulle cosce o sui glutei può essere antiestetico o causare altri tipi di disturbi per esempio circolatorio, ma è meno dannoso», sottolinea Risi. L’infiammazione è forse il principale elemento che mette in relazione obesità e depressione, ma non l’unico: «È importante ricordare che le citochine sono in grado di superare le barriere ematoencefaliche, ossia di raggiungere il cervello influendo sull’umore», precisa Delbarba, medico endocrinologo, referente Sipnei Lombardia, «ma dobbiamo anche considerare l’iperattività dell’asse dello stress, che è presente sia nella depressione che nell’obesità». Una realtà confermata da moltissime ricerche. «Oggi sappiamo quanto mente e corpo si influenzino a vicenda, stiamo cominciando a capire in che modo questo avvenga, e dal punto di vista terapeutico, sappiamo che i risultati migliori si ottengono affrontando simultaneamente il problema nelle sue diverse componenti», sottolinea l’endocrinologo.
E non mancano studi che ne confermano la validità: «Si è visto, per esempio, che diete ad alto contenuto di acidi grassi saturi e a basso contenuto di acidi grassi mono- e polinsaturi contribuiscono a provocare sia disturbi metabolici che disturbi dell’umore», scrive De Bellis. «Un introito inadeguato di acidi grassi polinsaturi sembra essere legato a un’alta incidenza di depressione, mentre un aumento di omega 3 può farla diminuire» E se il ruolo dell’insulina nel rapporto fra obesità e depressione non è ancora chiaro, sappiamo però che i diabetici hanno un rischio doppio di incorrere in depressione, così come le persone con insulinoresistenza, in sovrappeso e con sindrome metabolica.

Come intervenire?

L’unica risposta possibile è un intervento multidisciplinare e integrato come quello che Delbarba e i suoi colleghi propongono a Brescia. «Non è facile far accettare ai pazienti un percorso di questo genere, per molte ragioni anche culturali, ma abbiamo visto che può dare buoni risultati», spiega l’endocrinologo.

«Serve un lavoro di squadra in cui endocrinologo e psicologo sono affiancati da nutrizionisti, psichiatri, specialisti in medicine complementari come l’agopuntura o in tecniche di rilassamento, a seconda delle esigenze di ogni singolo paziente».

Non si tratta solo di terapie, ma di una vera e propria ristrutturazione dello stile di vita: «Dobbiamo prendere in considerazione tutti gli strumenti, inclusi i farmaci e il supporto psicologico, perché non dobbiamo dimenticare che uscire dall’obesità vuol dire modificare la propria autorappresentazione», spiega Risi, «ma disinfiammare l’organismo vuol dire anche cambiare abitudini» partendo dall’alimentazione, che si trasforma in uno strumento terapeutico: «In sostanza una dieta antiinfiammatoria è una dieta mediterranea, ricca di verdure, legumi, cereali integrali e povera di zuccheri, farine raffinate, proteine animali e latticini», spiega Delbarba.

Anche l’attività fisica ha un ruolo importante: molti studi ormai confermano che gli effetti sulle depressioni di media gravità di un’attività fisica moderata e costante, come una camminata quotidiana, sono paragonabili a quelli di un farmaco antidepressivo, ovviamente senza gli effetti collaterali. «L’attività fisica aiuta a combattere la depressione perché il movimento produce neurotrasmettitori ed endocannabinoidi che migliorano l’umore e le performances cognitive», spiega Risi, ma aiuta anche a bruciare calorie e a prevenire disturbi cardiovascolari e osteoarticolari. «Tenendo conto però che a volte per un paziente depresso anche una blanda attività fisica può rappresentare uno sforzo eccessivo, troppo, e allora bisogna intervenire per superare la farse critica, per poi sfruttare l’energia ritrovata», osserva Delbarba.
Senza dimenticare l’importanza di una corretta gestione dello stress – che è in grado di sbilanciare il profilo immunitario con aumento di citochine – anche attraverso tecniche di rilassamento o di meditazione. «Il problema è che questo approccio richiede un coinvolgimento attivo del paziente: non si tratta più solo di assumere farmaci, ma di modificare il proprio rapporto con il cibo e l’ attività fisica, e di rinunciare a cattive abitudini», conclude l’endocrinologo. «Il lato positivo è che in questo modo anche i benefici si amplificano».

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