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DOLCE COLESTEROLO

DOLCE COLESTEROLO

Nuovi studi puntano il dito sugli zuccheri come responsabili principali dell’ipercolesterolemia. Il consumo frequente di queste sostanze in prodotti industriali aumenta il rischio di malattie cardiovascolari. Ecco cosa sapere per evitarlo

Una ricerca della Emory University ha seguito 6.113 statunitensi per sette anni (1999-2006). Risultati: mediamente ogni americano adulto assume il 15,8 per cento dell’introito quotidiano di calorie dagli zuccheri aggiunti (cioè oltre 90 g, o 21 cucchiaini, corrispondenti a 359 calorie), superando il limite del 10 per cento suggerito dagli esperti. Circa la metà di questi carboidrati si trova nelle bevande gassate, il resto nei cibi lavorati, senza dimenticare quelli aggiunti a caffè e tè. «In questo studio si riscontra negli statunitensi adulti una correlazione statisticamente significativa tra zuccheri aggiunti e livelli di lipidi nel sangue», concludono gli autori. La ricerca è importante perché è la prima a esaminare l’associazione tra il consumo di zuccheri aggiunti (non di quelli della frutta) e i livelli di colesterolo e trigliceridi.
Ma il capitolo zuccheri si è arricchito anche di nuovi studi sui carboidrati in genere. Vista l’attenzione crescente nei loro riguardi, una ricerca pubblicata a giugno sull’American Journal of Clinical Nutrition4 si è imposta di stabilire quale tipo di carboidrati aumentasse il rischio cardiaco. Ecco le conclusioni: sostituire i grassi saturi con carboidrati a basso indice glicemico è associato a un rischio più basso di infarto al miocardio, e viceversa. Viene quindi ribadita l’importanza dell’indice e del carico glicemici.
Tutto ruota intorno all’insulina. Tra i suoi ruoli, ci sono la formazione di trigliceridi a partire dai carboidrati, l’accumulo di grassi nel tessuto adiposo, la produzione di colesterolo endogeno. Più carboidrati raffinati mangiamo, più insulina entra in circolo e maggiori saranno gli effetti sul livello di lipidi nel sangue. E non solo, se consideriamo anche i danni derivati dalla rigidità delle membrane cellulari, causata dall’eccesso di grassi saturi (vedi sopra).
Il ruolo dei carboidrati ad alto indice glicemico nel rischio cardiovascolare è stato illustrato bene da Michael Shechter della Tel Aviv University, il primo a studiare nel dettaglio il loro effetto sull’endotelio (ormai ritenuto da molti il punto di partenza della malattia cardiovascolare; ricordiamo che esso forma il rivestimento interno di arterie, vene, capillari, cavità del cuore, ndr). «Cibi come cornflakes, pane bianco, patatine fritte e bevande zuccherate sottopongono a uno stress inopportuno l’endotelio: questo spiega per la prima volta perché i carboidrati ad alto indice glicemico possono influenzare la progressione della malattia cardiaca», afferma il ricercatore che ha preso parte a varie ricerche sul tema.

 

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