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DOSSIER – IL BIOLOGICO, BUONO, PULITO E GIUSTO

DOSSIER – IL BIOLOGICO, BUONO, PULITO E GIUSTO

Un’associazione nata per lottare contro le mafie e promuovere la legalità. Le cooperative agricole cresciute sulle terre confiscate alle cosche. I prodotti alimentari di qualità. L’esperienza campana

Da Pio La Torre a Placido Rizzotto, da Giovanni Falcone e Placido Borsellino a Don Giuseppe Diana, tanto per citare alcuni nomi. Sono persone che hanno sacrificato la loro vita, che non bisogna dimenticare perché hanno fatto la storia della lotta alla mafia. La lista campeggia, come un rullo compressore che scorre, sul sito di un’importante associazione (www.libera.it). Il suo identikit? Nome: «Libera». Cognome: associazioni, nomi e numeri di enti e persone che hanno avuto il coraggio di drizzare la schiena contro la mafia. Data di nascita: 25 marzo 1995, con l’obiettivo di attivare la cosiddetta società civile nella lotta contro le mafie e nella promozione della legalità e della giustizia.
Un milione e mezzo di firme
La prima iniziativa fu la raccolta di un milione e mezzo di firme per una proposta di legge che prevedesse il riutilizzo sociale dei beni confiscati alle mafie. Grazie alla raccolta è stata approvata la legge 109/96. Ora è partita una nuova raccolta firme, si può fare anche la firma elettronica sul sito di Libera, contro i corrotti perché restituiscano ciò che hanno rubato. «Si vuole dimostrare che con giusti strumenti i soldi della corruzione tornino ai cittadini. Si deve applicare la confisca dei beni anche ai corrotti. Non a caso la Corte dei Conti ci dice che con la corruzione è stata applicata una tassa occulta che ha tolto ai cittadini italiani 60 miliardi di euro. Con la raccolta firme sulla corruzione si dovrebbe avere lo stesso risultato che si è registrato con quella per la confisca dei beni mafiosi e che ha portato alla 109/96. È stato un omaggio a Pio La Torre, ucciso dalla mafia, che aveva chiesto, attraverso una legge, l’uso sociale dei beni confiscati», non si stanca di ribadire don Luigi Ciotti, fondatore di Libera e, nel 1965, del Gruppo Abele di Torino e direttore della rivista Narcomafie. Il presidente onorario è Nando Dalla Chiesa, figlio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, ucciso sempre dalla mafia.
Grazie a questa spinta, nel 2010 nasce l’Agenzia nazionale dei beni confiscati alla mafia. Del resto il giro d’affari della mafia è di 178 miliardi di euro l’anno (l’ammontare di qualche finanziaria italiana). I beni sequestrati ammontano a 11.152 (dati 2010, fonte: www.contribuenti.it). Secondo la Corte dei Conti –  relazione del 2010 su dati del 2008 – per il riutilizzo dei beni ci vogliono 7-10 anni e il 52 per cento dei beni rimane inutilizzato. «Il problema è che il 40-45 per cento dei beni confiscati alla mafia sono sotto ipoteca bancaria e se il comune di riferimento non può pagare l’ipoteca il bene può rimanere alla banca o alla mafia», denuncia con forza Lucia Rea, direttore del Consorzio Sole, in Campania (vedi seconda parte del Dossier).
Ma qual è la distribuzione dei beni sequestrati alla mafia nelle diverse regioni interessate? Sicilia (44,57 per cento; Campania (15 per cento); Calabria (13,85 per cento); Lombardia (8,58 per cento); Puglia (8,12 per cento); Lazio (4,32 per cento).
Il bio dalle confische
La parola d’ordine dell’associazione? «Liberiamo un altro futuro e tu da che parte stai»? «E così si dispiega la legge sull’uso sociale dei beni confiscati alle mafie, l’educazione alla democrazia e alle sue regole, l’impegno contro la corruzione, i campi di formazione antimafia, i progetti sul lavoro e lo sviluppo, le attività antiusura», ricorda sempre don Luigi Ciotti.
Oggi Libera è presente in tutta Italia con una rete di coordinamenti locali e di presidi, oltre che con le Botteghe dei sapori e dei saperi della legalità, che commercializzano prodotti biologici provenienti dalle terre confiscate e gestite dalle cooperative sociali. Un lavoro comune tra le cooperative che aderiscono al Progetto Libera Terra (vedi box indirizzi).
Durante questi 15 anni, infatti, Libera ha coinvolto migliaia di cittadini verso obiettivi sempre più grandi, come creare una rete tra le forze di associazioni, cooperative, agenzie per il lavoro e per lo sviluppo, anche a livello internazionale; diffondere un sapere di cittadinanza che valorizzi i giovani come protagonisti di un processo di educazione permanente alla legalità e alla partecipazione; fare vivere la memoria delle vittime di mafia come testimonianza di un fare giusto, consapevole e coraggioso. E, appunto, promuovere la nascita di aziende cooperative su terreni confiscati capaci di produrre prodotti di qualità biologici: pasta, legumi, olio conserve e tanto altro.
Il braccio imprenditoriale è il Consorzio Libera Terra Mediterraneo, che mette insieme tutti quei soggetti che producono in base ai dettami dell’agricoltura biologica. «In questo caso Libera Terra assume il significato pieno di “contaminazione positiva del territorio” e riesce così ad aggregare anche soggetti che non gestiscono direttamente beni e terreni confiscati ma che scelgono l’economia giusta. Una strada che ha fatto registrare produzioni di qualità: pasta, legumi, conserve e miele, tutti a marchio Libera Terra», precisa Davide Pati, responsabile dei beni confiscati per Libera Terra.
Una rete solidale
Ma non solo di alleanze «imprenditoriali» si tratta visto che non si perde certo di vista la costruzione di «reti sociali» per dare sempre più forza ai concetti di eticità, legalità e giustizia sociale, individuando, insieme al consorzio e ai riferimenti locali, progetti da sviluppare concretamente sul territorio regionale. Come? Con l’apertura agli agricoltori che hanno in comune un’idea di qualità, fondata su produzioni e metodi di lavoro eccellenti. Eccellenza è intesa quale massimo del valore prodotto, la sola via per remunerare in modo giusto tutti i fattori della produzione, a cominciare dai lavoratori agricoli. Per farla breve, l’assegnazione dei beni confiscati si trasforma in un’opportunità che riesce ad accordare vantaggi concreti non solo a chi gestisce direttamente i beni ma in generale anche ai territori e ai produttori vicini, garantendo forza lavoro ed economie commerciali nel rispetto della legalità produttiva e di legge.
Non a caso, tutte le produzioni biologiche delle cooperative sono commercializzate nel circuito NaturaSì, nelle Ipercoop, nelle Botteghe di Libera, nel circuito dell’Equo e Solidale..

Se vuoi approfondire questo tema
invia una mail: info@vitaesalute.net

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