skip to Main Content
DOSSIER – IL PASSAGGIO ALLA VEG DIETA

DOSSIER – IL PASSAGGIO ALLA VEG DIETA

Le ragioni ambientali e salutistiche per diventare vegetariani. Le varie tappe di avvicinamento. Un ricco ricettario di piatti per sperimentare una cucina sana e variata

 

 A fine agosto del 2012, quando ormai stavamo per lasciarci alle spalle le ferie, ecco rimbalzare una notizia su tutti i mezzi di informazione: secondo un rapporto di tre scienziati svedesi dello Stockolm Institute, c’è solo una soluzione al rischio di carestie e guerre indotto dall’aumento costante della popolazione: diventare tutti vegetariani entro quarant’anni, riducendo il consumo di proteine animali dall’attuale 20 per cento al 5 per cento.
Come prevedibile la notizia ha suscitato opinioni contrastanti, ma tutto sommato la proposta lanciata dai ricercatori è servita a dimostrare che l’idea di passare a una dieta vegetariana sfiora più di una persona. Ma dal dire al fare…
E dove c’è domanda, ecco le risposte: basta digitare in un motore di ricerca «diventare vegetariani» per vedere quanti risultati escono. Su quest’onda è nata la recente iniziativa di una scrittrice americana, Colleen Patrick-Goudreau, di lanciare un programma della durata di un mese, 30-Day Vegan Challenge (La sfida, vegani in 30 giorni). Ogni giorno, l’autrice invia agli iscritti una mail o un video contenenti una ricetta o le spiegazioni per avviare una transizione morbida e consapevole; il tutto insieme a consigli di varia natura (fare la spesa, leggere le etichette, mangiare fuori casa…). C’è da aspettarsi che presto altri seguiranno la sua scia, spiegando come e perché dare il via a una dieta vegetariana o vegana. E i motivi per farlo sono davvero tanti.
Un pianeta sofferente
Il rapporto dello Stockholm Institute, diretto dal professor Malik Falkenmark e colleghi, ragguaglia con dati alla mano sulle condizioni della Terra, la grande malata, schiacciata dal peso di 7 miliardi di individui e lacerata da forti contraddizioni: per alcuni dei suoi abitanti il cibo è un miraggio, per altri un surplus da gettare allegramente nella spazzatura. Sono 900 milioni le persone che ogni sera vanno a letto con la fame, ammonisce l’Onu, e sono 2 miliardi i malnutriti, di cui ben 18 milioni nel solo Sahel. E ci sono molti altri dati da non sottovalutare.
A ottobre 2011 la popolazione mondiale è arrivata a 7 miliardi di individui (ben prima della data prevista). Che potrebbero diventare 9 miliardi nel 2050, sempre che ce la faremo, perché negli ultimi anni le problematiche del mondo alimentare sono cresciute.
Quali le cause principali? Alla base di tutto questo c’è un uso indiscriminato e scriteriato delle risorse di cui disponiamo. Rientrano in questo ambito scelte poco meditate, come quella di produrre biocarburanti dai cereali (nel 2008 l’aumento dei prezzi che ne derivò favorì lo scoppio di disordini in 28 paesi, tra cui quelli interessati dalla cosìddetta «primavera araba»), ma anche cambiamenti climatici, spesso indotti dall’uomo. Gli esempi non mancano.
Nel dicembre del 2010, in seguito a forti piogge, il raccolto di cipolle in India andò perso, con il risultato che 1 kg di questi ortaggi, alimento base per la popolazione, passò a oltre 1 euro, decisamente troppo per i meno abbienti; ad agosto 2011, il ritardo del monsone fece prorogare la semina, e le cipolle aumentarono di nuovo. Nel giugno del 2012, in seguito a una grave siccità in Russia e negli Usa, ma anche agli scarsi monsoni in Asia, i prezzi di cereali di base (riso e mais) sono cresciuti del 50 per cento sul mercato internazionale, riducendo per i più poveri la possibilità di acquistare il cibo. L’altro grosso problema è rappresentato dall’acqua.
La guerra dell’acqua
Attualmente, il 70 per cento delle risorse idriche è destinato all’agricoltura; secondo l’Onu, verso la metà del secolo dovremo sviluppare la produttività delle colture alimentari del 70 per cento, accrescendo la già eccessiva pressione sulle riserve di acqua del pianeta in un periodo in cui la richiesta aumenta anche per soddisfare le necessità di energia globale: si stima un incremento del 30 per cento nei prossimi 30 anni, anche perché oltre 1 miliardo di persone, attualmente senza energia, giustamente la vorranno.
L’acqua, l’oro blu, fonte di vita: intorno a essa scoppiano guerre, perché il suo possesso è decisivo (come nel vicino oriente, dove l’accesso al Giordano e altri corsi d’acqua è un grave motivo di tensioni).
Ciò nonostante, sprechiamo a cuor leggero questa risorsa preziosa con i nostri comportamenti quotidiani (per esempio lasciando i rubinetti aperti oltre il necessario); ma, soprattutto, la inquiniamo e dilapidiamo negli allevamenti industriali.
Allevamenti contronatura
Le fabbriche degli animali, deleterie per il benessere di queste creature, sono spesso mostrate come la soluzione al problema della fame: tanta carne a buon prezzo, accessibile a tutti. Peccato che i loro costi nascosti gravino pesantemente sull’ambiente, sul nostro portafoglio e sulla nostra salute.
«I costi reali del ciclo della produzione della carne» è un recente rapporto della Lega antivivisezione (www.lav.it/), che snocciola dati inquietanti. Produrre 1 kg di carne di manzo richiede 10 kg di mangime e oltre 15 mila l di acqua. Il prezioso liquido serve a innaffiare i campi di mais (un cereale molto assetato!) e di soia destinati ad alimentare in modo inadeguato il bestiame; serve a lavare tutte le deiezioni e ad abbeverare l’animale. Gli allevamenti intensivi hanno un’enorme produzione di gas serra: 1 fetta di manzo dà 4,5 kg di CO2, mentre un cavolfiore o un broccoletto soltanto 181 g. Questo ha spinto il comitato inglese sul cambiamento climatico a chiedere una tassa sul consumo di carne con questa motivazione: «La riduzione del consumo di carne del 50 per cento determinerebbe un vantaggio economico grazie al risparmio di 13 milioni di tonnellate di CO2 (il 40 per cento delle emissioni totali)». Inoltre servirebbe ad avere più terre arabili per produrre vegetali per l’uomo, sfamando un maggior numero di persone, ma anche più terre da destinare al pascolo e alla forestazione.
Gli allevamenti intensivi causano anche una maggiore acidificazione dei terreni ed eutrofizzazione delle acque (cioè eccessivo arricchimento organico che favorisce la proliferazione di alghe, con perdita di ossigeno), acque di falda, ma anche di laghi, fiumi e oceani. E veniamo così al capitolo pesca.
Un mare di guai
L’inquinamento delle acque non è certo benefico per gli animali che ci vivono, al punto che molti pesci che mettiamo in tavola sono ricchi di mercurio e altri metalli pesanti.
Ma non basta, la nostra fame di pesce ha portato sull’orlo del collasso merluzzi, cernie, spigole, passere di mare, palombi e il pregiato tonno pinna rossa. Quest’ultimo ormai non finisce più in scatola, ma al suo posto ci finiscono specie diverse della stessa famiglia, spesso provenienti dai mari tropicali, con un grande dispendio energetico. Come se non bastasse, ci sono tecniche di pesca illegali che, per poter offrire scatolette a prezzi bassi, sacrificano esemplari giovani, tartarughe, squali, mante, delfini, ecc. Non per niente il tonno è stato scelto da Greenpeace come modello per una campagna in nome della pesca sostenibile. Non è poi secondario il fatto che la scomparsa di questo predatore posto in cima alla catena alimentare sconvolgerebbe gli equilibri marini.
Non resta che l’allevamento? No, dice Greenpeace. «Oggi, l’acquacoltura non è la panacea che molti indicano per risolvere il problema dei rifornimenti di pesce, diminuiti a causa dalla pesca eccessiva», spiega Alessandro Giannì, responsabile della campagna Mare di Greenpeace. «In tutto il mondo, l’acquacoltura spesso causa inquinamento, usa sostanze chimiche e farmaceutiche pericolose e viola i diritti umani, compresa la sicurezza dei lavoratori». Senza contare che per ogni kg di pesce pregiato allevato vengono trasformati in farina o olio 2,5-5 kg di pesce; per 1 kg di tonno, avverte Greenpeace, ci vogliono in media 20 kg di pesce scongelato.
Non meno dannosi gli allevamenti di gamberetti (per mangime e cibo umano): tolgono spazio alle mangrovie, che difendono le coste da erosione e tsunami. Le conseguenze sono ben note a tutti, dopo la tragedia del 2004 nell’oceano Indiano.
Insomma, gli allevamenti intensivi non sono la risposta alla crisi alimentare, ma una delle principali cause. Ecco quindi che la scelta vegetariana o vegana diventa fondamentale per alleggerire il nostro peso sul pianeta e sfamare tutti i suoi abitanti. D’altra parte si tratta anche della scelta migliore per la nostra salute. Come procedere, quindi?
Gradualità
«Se si intende passare da una dieta con proteine animali (carne, pesce, ecc.) a una vegana non esistono contraccolpi fisici ma soltanto psicologici, per cui si può ottenere ciò abbastanza in fretta», esordisce Paolo Giordo di Grosseto, medico esperto in medicine non convenzionali. «Io comincerei inizialmente a eliminare la carne (rossa e bianca), lasciando il pesce per una-due volte la settimana», prosegue l’esperto. «A questo punto comincerei a sostituire i cereali raffinati con quelli integrali, e questo per chi non è abituato può richiedere un tempo di transizione più lungo». Infatti le fibre vanno inserite molto lentamente per abituarsi al consumo. Soprattutto si deve bere molta acqua: così queste sostanze si ammorbidiscono, non irritano l’intestino e rendono le feci morbide e scorrevoli, agevolandone il transito. Per addolcire il passaggio ai cereali integrali, Giordo consiglia di usare per un periodo quelli semintegrali; inoltre raccomanda un maggior uso di verdure cotte, inserendo pian piano quelle crude, più ricche di fibre.
«Infine», conclude il medico, «eliminerei anche il pesce e le altre proteine animali sostituendole con gli abbinamenti tra cereali integrali e legumi, che garantiscono la completezza nutrizionale. Lascio l’uso sporadico di un pochino di pesce o uova alla sensibilità e/o necessità individuale».

Se vuoi leggere l’articolo completo,
invia una mail: info@vitaesalute.net

Share This
Back To Top

Per consentirti la migliore esperienza di navigazione, abbiamo configurato il nostro sito internet in modo da consentire i cookie. Continuando la navigazione, acconsenti all'uso degli stessi. Leggi di più

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi