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DOTTOR LIBRO

La lettura come cura. Per esempio della depressione. O preziosa alleata in un momento di sofferenza. Gli esperti consigliano saggi e romanzi, soprattutto i classici. E indicano a quali condizioni può funzionare.
«Con i libri impari, studi, viaggi, sogni, immagini, vivi altre vite e moltiplichi per mille la tua»: è lo scrittore Arturo Perez Reverte a sintetizzare così, nel suo romanzo La regina del Sud, il potere della lettura. Un potere che conosciamo da sempre e che oggi si sta trasformando in un vero strumento terapeutico. Declinato in vari modi: ci sono psicoterapeuti che usano i libri – narrativa, saggi o poesia – come strumento per aiutare i loro pazienti a far emergere e affrontare problemi. E percorsi di «biblioterapia» senza precise finalità terapeutiche, ma al solo scopo di stare meglio – o conoscersi meglio – proposti da istituzioni come biblioteche e associazioni culturali, o anche all’interno di strutture come ospedali o carceri, dove è più urgente la necessità di «dare un senso» a quello che sta succedendo. Mentre, soprattutto nei paesi anglosassoni, si sta valutando l’efficacia di un’altra forma di biblioterapia, che propone la lettura di manuali di auto aiuto come vero e proprio strumento terapeutico – in sostituzione di farmaci o psicoterapie – per vincere la depressione o l’ansia, superare il lutto o modificare abitudini sbagliate.

Pagine amiche

«La società attraversa un momento di malessere e c’è anche una crescente sfiducia nelle istituzioni, un desiderio di sviluppare percorsi di ricerca personale. Il libro ci appare come un amico in grado di “prenderci per mano” e aiutarci a trovare ciò che cerchiamo», spiega la psicologa Barbara Rossi, curatrice di un testo di recente pubblicazione sul tema, Biblioterapia (Edizioni la Meridiana, pp. 129 pagine, € 15). Soprattutto in Gran Bretagna, un numero crescente di pazienti esce dai servizi di salute mentale non con una ricetta, ma con il titolo di un manuale che dovrebbe alleviare ansia, depressione o altri disturbi. E ci sono anche studi scientifici, come quelli apparsi sulla rivista Behaviour Research and Therapy o sul Journal of Clinical Psychology, che mostrano come la lettura giusta possa avere effetti terapeutici. In Inghilterra è stata addirittura compilata una lista di 35 testi giudicati efficaci almeno come primo intervento, in attesa di avviare una terapia. «Un po’ ovunque stanno nascendo opportunità per utilizzare i libri nei momenti difficili. C’è un consenso diffuso sul fatto che siano utili», spiega Rossi. «Alcuni studi mostrano che quando leggiamo si attivano nel nostro cervello le aree deputate ad analizzare le immagini. Possiamo pensare dunque che la lettura ci aiuti a recuperare competenze psichiche che ci aiutano a risolvere i nostri problemi».

Più testi, meno medicine

«Mi capita, quando possibile, di suggerire letture al posto dei farmaci», aggiunge Andrea Bolognesi, psichiatra e omeopata. «Oggi si tende a medicalizzare il malessere esistenziale, affrontando paure e disagi a colpi di farmaco. In casi come questi ho ottenuto buoni risultati con i libri». Non c’è bisogno di affrontare una terapia per trarre giovamento dalla lettura, ma una guida esperta può essere di aiuto. «Si può leggere per svago, per pensare, per imparare cose nuove o per stare meglio. Se la lettura è intesa come una cura, dobbiamo ricordarci che non può sostituire un rapporto terapeutico», spiega Rossi. «Capita invece che la lettura di un libro e la psicoterapia possano arricchirsi e potenziarsi, e quindi diventare un importante mezzo per il proprio benessere».
«Essendo un insegnante, propongo i libri non come terapia ma come percorso esistenziale, “cura” nel senso in cui usavano questo temine classici come Seneca. Per cercare di sviluppare l’empatia, imparare a mettersi al posto dell’altro», spiega Manuela Racci, docente presso la cattedra on-line di Biblioterapia di Accademia-Opera a Roma. Riconoscersi in altre storie può aiutare a mettere la propria vicenda in prospettiva: «Il libro è un incontro-confronto con un altro diverso da noi», spiega Rossi. «Vedere come altri hanno risolto la nostra stessa difficoltà ci aiuta a ritrovare la speranza e la motivazione a provarci». Può farci sentire meno soli (non sono l’unico a vivere certe esperienze), o semplicemente distrarci, magari fornire suggerimenti utili. In particolare se la lettura è affiancata dal lavoro con un terapeuta. «C’è chi costruisce da solo un proprio percorso di crescita attraverso le letture», spiega Bolognesi. «In terapia, quando ci sono difficoltà esistenziali che non possono essere superate autonomamente, i libri possono aiutare a trovare le parole per esprimere le proprie emozioni, agevolare e arricchire il rapporto terapeuta/paziente: attraverso la lettura emergono temi che una persona avrebbe difficoltà ad affrontare spontaneamente».

Saper scegliere

Ovviamente, non ogni libro è adatto a tutti: «Credo che i manuali di auto aiuto, quelli che propongono “12 modi per”, siano un po’ di stile anglosassone e troppo prescrittivi, anche se possono offrire spunti interessanti», spiega Rossi. «Naturalmente, se ci si rivolge a persone non abituate a leggere è il caso di scegliere testi semplici, vicini alla loro sensibilità. In carcere abbiamo lavorato con l’autobiografia di Giovanni Soldini (Nel blu, una storia di vita e di mare Tea edizioni, pp. 248, € 9,00), che propone temi – il rapporto con la natura, l’impegno per affrontare una sfida difficile, la consapevolezza dei propri limiti – che i carcerati hanno sentito molto vicini».
«Non conosco e non amo i romanzi alla moda: per me i libri da usare sono soprattutto classici», ribatte Bolognesi; «ci sono romanzi che rappresentano in modo paradigmatico determinate situazioni come Delitto e Castigo d
i Dostoevskijo Madame Bovary di Flaubert, quest’ultimo non per il finale drammatico ma per il modo in cui descrive una certa inquietudine. Oppure romanzi che affrontano temi specifici, le crisi dell’adolescenza (Il giovane Holden di Salinger), il rapporto con i genitori (la Lettera al padre di Kafka), ma anche filosofi come Seneca o Pascal». A volte i libri funzionano per reazione, in un momento difficile possiamo trovare conforto nel leggere storie divertenti, più spesso ci appassioniamo a drammi. «Il testo che consiglio più spesso è il libro di Giobbe, una lettura biblica che trovo molto utile per le persone che ritengono di essere davvero sfortunate», prosegue Bolognesi. «Mentre il romanzo che è diventato una presenza costante nella mia vita e nel quale trovo sempre spunti e riflessioni è La montagna incantata di Thomas Mann». «Dante è l’autore con cui preferisco lavorare, e la Divina Commedia il testo più ricco di suggestioni», aggiunge Racci. «In generale i classici, primo fra tutti Dostoevskij che è un vero e proprio antropologo del dolore, ma anche filosofi come Platone o Seneca, che se ben presentati hanno moltissimo da dire: ognuno deve trovare il proprio percorso ma il libro giusto è sicuramente un ottimo strumento per prendere consapevolezza dei propri problemi attraverso la mediazione della letteratura».

Attirare i più giovani

Non tutti però si avvicinano facilmente alla lettura. «Ci sono persone che hanno avuto un rapporto terrificante con la scuola, per cui l’idea stessa di leggere è un vero e proprio ostacolo. O semplicemente hanno difficoltà ad affrontare i propri problemi», spiega Rossi. E poi ci sono i giovanissimi: «Bisogna agganciarli leggendo in classe, magari scegliendo testi che attirino la loro curiosità. Mi è capitato anche di usare con successo gli aforismi, vere e proprie bombe linguistiche che demoliscono le loro resistenze. Oppure la poesia», spiega Racci. C’è anche chi usa film o rappresentazioni teatrali, o ricorre alla scrittura, all’autobiografia, «molto utile per gli anziani che hanno bisogno di ricollegarsi con la propria memoria», osserva Bolognesi.
Sono previsti effetti collaterali? «Non esistono libri sbagliati, ma soltanto quelli non adatti in certe situazioni: non farei leggere I dolori del giovane Werther a chi soffre per amore», spiega Bolognesi; «pericolosa, semmai, è la convinzione che questo metodo, come qualunque altro, possa essere una panacea». «A volte è più comodo leggere un libro, anziché affrontare la quotidianità, l’emozione del presente, la fatica di certe scelte, l’intensità di una relazione. Una madre che legge per superare le sue incertezze di genitore potrà certo trovare spunti di riflessione per migliorare il rapporto con il figlio. Ma sarebbe molto limitante non poterci giocare, in attesa di capire», conclude Rossi. «Leggere può diventare pericoloso se è un modo per sfuggire al mondo, ma è molto utile se lo usiamo come una pausa per ricaricarci e riprendere energia».

 

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