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GESTIRE LE EMOZIONI – Contagio Da Stress

GESTIRE LE EMOZIONI – Contagio da stress

Come se i problemi personali non bastassero, ci facciamo «infettare» dagli stati d’animo altrui. Anche di persone con le quali non abbiamo alcun rapporto. Come difendersi dai portatori di ansia
Può succedere a tutti: ci siamo svegliati di buon umore, ma basta la faccia imbronciata di un familiare o le tazzine del caffè posate di malagrazia sul tavolo a far salire la tensione. In ufficio la situazione si complica: i mugugni dei colleghi, la voce tesa del capo rischiano di farci saltare i nervi. E chi è rimasto a casa non se la passa meglio: deve fare i conti con qualche telefonata irritante e non può fare a meno di sentire le voci dei vicini che litigano. Insomma, lo stress è contagioso, proprio come il raffreddore o un’altra malattia infettiva: possiamo stare male per problemi che non ci riguardano affatto, o al più solo marginalmente. Come difenderci?
In realtà, lo stress – in questo caso si parla di quello passivo – è solo una delle emozioni che riusciamo a trasmetterci a vicenda. Gli psicologi come l’americano John Cacioppo, autore di diversi studi sul tema, parlano di contagio emozionale per definire la nostra capacità di recepire le emozioni altrui e farcene influenzare. È una forma di trasmissione che si basa soprattutto su segnali non verbali, che percepiamo in modo automatico e in gran parte a livello inconscio. Ma oggi la tecnologia sta cambiando le carte in tavola: è stato dimostrato che anche chat e messaggi di posta elettronica possono trasmettere emozioni che ci colpiscono e ci condizionano.

Non chiudersi in se stessi
In realtà, spiega la psicologa Olga Chiaia, «il contagio emozionale ha una funzione adattativa fondamentale, automatica e incontrollabile: serve a sincronizzarci con gli altri, a costruire relazioni con i nostri simili. Quando parliamo con un’altra persona siamo portati automaticamente a sincronizzarci sulla sua postura, sul suo respiro, il ritmo del parlato. E così possiamo finire per assorbirne le emozioni». Si tratta, insomma, di un elemento indispensabile per la nostra vita di esseri sociali. Con una base biologica importante: «I neuroni specchio (quel particolare tipo di neuroni che entra in azione quando osserviamo gli altri immedesimandoci, ndr) hanno sicuramente un ruolo importante nello shaping, ovvero la possibilità di ricalcare una determinata emozione», spiega Carlo Pruneti, responsabile della sezione di psicologia clinica dell’università di Parma. Pensiamo a quanti comportamenti legati alle emozioni – come lo sbadiglio, la risata, il pianto – sono contagiosi. «Anzi, lo sono a tal punto che funzionano anche se non si tratta di realtà ma di una fiction», osserva Pruneti. «Non a caso definiamo toccante un libro o un film che ci commuovono».
Non c’è niente di male. E non dobbiamo dimenticare che la percezione dello stress altrui è il prezzo che paghiamo per essere persone empatiche, con una vita ricca di rapporti umani significativi. Il che non significa poter sottovalutare i pericoli di questa forma di stress, le cui conseguenze sono potenzialmente molto concrete: alcuni studi realizzati presso l’università del Colorado, a Denver, mostrano che i bambini i cui genitori sono particolarmente stressati hanno maggiori possibilità di sviluppare l’asma e perfino alcune forme di diabete, mentre un’altra ricerca dell’epidemiologa Elaine D. Eaker mostra che gli uomini le cui mogli tornano a casa stressate dal lavoro hanno probabilità doppie di sviluppare patologie cardiovascolari, rispetto a quanti hanno mogli che non trasferiscono lo stress da lavoro nell’ambiente domestico.

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Anche se in realtà le persone più vulnerabili allo stress passivo sono proprio donne e bambini. «Le donne sono più permeabili alle emozioni, perché devono imparare a sintonizzarsi sui bambini», spiega Chiaia. Un tratto influenzato da una cultura che ci ha portato nel corso dei secoli a prenderci cura delle esigenze emozionali dei nostri cari: «Vogliano essere d’aiuto, ma spesso finiamo per farci carico in modo eccessivo del benessere altrui», sottolinea la psicologa Martha Kitzrow, dell’università dell’Idaho. Quanto ai bambini, è così che imparano a costruire le relazioni con i propri simili. «È per questo che all’asilo se un bambino comincia a piangere, poco dopo piangono tutti», ricorda Chiaia. Gli uomini sono in genere meno vulnerabili, prosegue la psicologa, «perché più centrati sul compito e meno sulla persona». Con l’eccezione forse di quanti sono chiamati, per mestiere, a occuparsi dei propri simili e devono imparare a gestire le emozioni che gli arrivano dagli altri. «Buona parte del training di uno psicoterapeuta consiste proprio in questo, per evitare di diventare un contenitore di emozioni altrui», osserva Pruneti. «L’empatia non si elimina, né sarebbe giusto farlo. Ma si può imparare a gestirla».

Meglio rigidi o flessibili?
Ci sono studi importanti che mostrano come le persone più influenzabili e portate ad adattarsi all’ambiente siano anche quelle che ottengono maggior successo nella vita, mentre quelle meno flessibili sono spesso precise e competenti ma anche piuttosto rigide: non si tratta di comportamenti occasionali, ma di tratti caratteriali legati al temperamento, che hanno un base genetica anche se sono influenzati da educazione e storia personale. «Le nostre inclinazioni naturali hanno bisogno di un ambiente favorevole per svilupparsi», spiega Pruneti. «Il mondo sembra diviso in due gruppi: quelli convinti che vivere le proprie emozioni sia un sintomo di fragilità, e il popolo dei sensibili, spesso mal giudicato da una società sempre più orientata a proporre modelli aggressivi e vincenti».
Le persone più vulnerabili sono proprio quelle che hanno un’elevata capacità di mettersi in sintonia con gli altri; «a volte può succedere di non riuscire a gestirla», spiega lo psicologo, «di vivere in una continua vibrazione, che se non è controllata può esser vissuta in modo negativo e generare ansia».
Anche gli ambienti di lavoro possono contribuire a peggiorare le cose: «gli open space oggi così diffusi, in cui si è costantemente esposti alle emozioni altrui, sono strutturati in modo tale da agevolare il contagio», osserva Chiaia. A trasmettere lo stress può bastare una sedia trascinata con malagrazia, un telefono messo giù con forza, a segnalare una situazione di malessere che si diffonde nell’ambiente. Senza contare la capacità che hanno alcune persone di trasmettere lo stress agli altri.

«Provocatori»
«Alcuni hanno semplicemente bisogno di esternare ciò che provano, ignari dell’effetto che possono avere su chi gli sta vicino», spiega Pruneti, «ma esistono anche individui che scaricano le proprie ansie trasmettendole a colleghi e sottoposti, individui che non vivono bene le proprie emozioni ma si divertono a generarne negli altri». «Ci sono capi felici di creare situazioni di tensione, lo considerano un segno del loro potere», aggiunge Chiaia. E ci sono anche casi in cui lo stress sembra assumere vita propria: secondo Sonia J. Lupien, direttore del Centro di studi sullo stress della McGill University di Montreal, «gli ormoni dello stress influenzano i nostri pensieri, portandoci a vedere le situazioni sotto la luce peggiore: possiamo arrivare a ipotizzare che l’altra persona sia stressata e reagire anticipando il suo comportamento. «In casi come questi, basta sentire i passi di nostro marito che entra in casa a scatenare in noi la reazione di stress, anche se lui non è affatto stressato».
Qualcosa, però, possiamo fare. Per esempio, sfruttando a nostro favore la plasticità del nostro cervello. «Esiste un fenomeno che si definisce con un termine inglese abituation», spiega Pruneti. «Si creano al suo interno dei veri e propri canali prioritari – pathways – circuiti nati dalle abitudini che ci portano a reagire automaticamente in un dato modo agli eventi». E che possiamo modificare abbandonando gli automatismi e imparando a reagire in modo diverso. Cominciando con l’acquisire consapevolezza di quello che succede. «Spesso ci lasciamo prendere inconsapevolmente dalle emozioni altrui», spiega Chiaia. Già accorgerci che la convivenza con una determinata persona ci stressa può essere utile, aiutarci a capire e a superare il problema. «Ma l’unica vera cura», conclude Pruneti, «è accumulare esperienze piacevoli. Lo stress è inevitabile ma incamerare vissuti che ci portano benessere, cui ricorrere nei momenti difficili, è il modo migliore per conviverci».

Le regole d’oro
Come non essere «contagiati»

– Impariamo ad ascoltare i campanelli di allarme che ci fornisce il nostro corpo: le spalle che si tendono o le mascelle che si serrano sono altrettanti sensori dello stress: è il segnale che è il momento di correre ai ripari.

– Dobbiamo imparare a sintonizzarci su noi stessi: alternare momenti in cui ci occupiamo del mondo esterno ad altri in cui ci concentriamo su di noi e sulle nostre emozioni, cercando di chiudere fuori il mondo esterno.

– Quando siamo testimoni di una situazione conflittuale impariamo a fare un passo indietro, a vedere la situazione dal di fuori, come se fosse la scena di un film.

– Impariamo a distinguere le nostre emozioni da quelle degli altri.

– Impariamo a respirare bene usando il diaframma: le emozioni si trasmettono attraverso il corpo e il respiro è uno strumento efficace per controllarle.

– Impariamo a «ripulirci» dalle situazioni stressanti, per esempio coltivando la spiritualità, meditando, ascoltandola musica preferita o trascorrendo del tempo in mezzo alla natura.

– Impariamo a essere un po’ egoisti, ritagliandoci degli spazi nostri, regalandoci delle esperienze piacevoli.

– Evitiamo di essere troppo severi con noi stessi: se un giudizio negativo non ci serve a migliorare, rischia di essere controproducente.

Due esercizi per stare meglio
I pensieri in mare calmo

– Quando ci sentiamo «travolti» dalle emozioni altrui, ritagliamoci un momento per chiudere gli occhi e respirare profondamente, immaginando di disegnare intorno al nostro corpo una stella d’oro: uno spazio protetto in cui sentirsi sicuri.

– Quando invece sentiamo che lo stress sta per travolgerci, chiudiamo gli occhi e immaginiamo la nostra mente come una barca sballottata su un mare in tempesta. Poi, piano piano, cerchiamo di calmarla utilizzando il respiro, fino a visualizzare un mare calmo e placido.

(Con la consulenza di Olga Chiaia)

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