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GLI INCONTRI DI V&S: EUGENIO FINARDI

GLI INCONTRI DI V&S: EUGENIO FINARDI

La musica, come dimensione dello spirito. Il confronto con una figlia Down. E ancora tanta voglia di cambiare: «Non accetto un società che usa il denaro come misura delle cose»

Eugenio Finardi è una di quelle voci che si riconoscono subito e rimangono nella memoria per i tratti vocali distintivi da folk-singer, ma capaci di cantare su ritmiche rock. Recentemente è approdato anche all’attività teatrale con la sua opera S(u)ono. Dove si affrontano i complessi temi dell’identità, della trascendenza e della ribellione. Ed è da qeste tre parole chiave che inizia il nostro incontro con il cantautore.

Identità: sei figlio di madre americana e padre italiano.

«Sì, è così. In un certo senso sono uno dei primi extracomunitari che ha provato sulla sua pelle il sentimento di essere diverso dagli altri compagni della sua classe».

Tua madre è stata una cantante, un soprano lirico?

«Direi un soprano leggero. Per soprano lirico si intende qualcosa di diverso. Per esempio un cantante wagneriano…».

I tuoi genitori erano credenti?

«Mia madre è stata nominalmente anglicana, ma entrambi i miei genitori erano assolutamente atei. Avevano, tuttavia, un vivo senso della sacralità che si esprimeva particolarmente nella musica. La mia famiglia annovera musicisti e appassionati di musica. Mio nonno è morto, per farti capire, a un concerto che stava dando mia zia».

In questi ultimi tempi sei ritornato al tuo primo amore – il tuo primo esordio artistico fu con una commedia di Pirandello – il teatro, con temi di grande respiro filosofico ed esistenziale. È un caso o un ciclo che riprende?

«Se ti lasci condurre dalla vita, ti lasci percuotere da lei, può succedere di essere trasportati in luoghi dove avresti voluto andare, ma che non avresti raggiunto se avessi forzato gli eventi…
In effetti ho scritto un testo mio, di ispirazione personale, che, per sua natura, non avrei potuto realizzare con altri».

Trascendenza: il tuo retroterra famigliare è stato assolutamente ateo, ma tu nella tua opera teatrale parli di trascendenza. Che contenuto dai a questo concetto?

«Quello che è stato dato nel corso della storia dell’uomo. Che si parli della civiltà greca o di una società odierna, come quella talebana, la musica occupa, o ha occupato, un posto nella liturgia più complessa come nel semplice richiamo del Muezzin alla preghiera. La musica, in particolare, è quell’esperienza che può condurre ad aperture estatiche nell’ambito di attività psichiche e spirituali elevate, come a stimolazioni istintive, sensuali e persino guerriere.
La musica, come l’architettura (ma gli esempi potrebbero essere molteplici) è il segno del nostro bisogno di assoluto. L’essere umano vive del resto agli antipodi di esso, mentre tutta la sua vita gli parla di transitorietà. L’arte musicale è un modo per medicare gli scompensi dell’anima, come la medicina cerca di far recuperare al malato l’equilibrio psico-fisico perduto.
La mia ricerca della spiritualità riguarda la spiritualità che sgorga dall’animo umano e gli parla di qualcosa che sta oltre il finito».

Una delle tue più famose canzoni, «Extraterrestre», non ha nulla a che vedere con l’ufologia, quindi, e immagino tu l’avessi intesa come una metafora.
«Parla della fuga da se stessi. Da adolescente non amavo la mia faccia. Oggi invece mi guardo diversamente, mi accetto, mi piaccio».

Ribellione: da ragazzo ascoltavo come milioni di altri giovani la tua canzone «Musica ribelle». Come moltissimi altri sono stato un militante. Allora era persino ovvio intendere la ribellione come un’azione verso il cambiamento delle strutture sociopolitiche del tempo. Oggi contro cosa ti ribelleresti?

«La stagione di cui parli è quella delle battaglie per i diritti. Ora, qui in occidente forse manca la massa critica per la nascita di movimenti capaci di guidare il cambiamento, ma se guardiamo ai paesi del nord Africa ci renderemo conto che la spinta al cambiamento, in senso democratico, è viva più che mai. Da noi occorre vivere una ribellione interiore, contro un modello di società, quella consumistica, che non dà la felicità. Una società che prende il denaro come misura di tutte le cose. Non si dice, per esempio, che quel libro ha venduto un milione di copie, ma che ha venduto per milioni di euro o dollari… Occorre assolutamente modificare il nostro stile di vita».

Personalmente sono un po’ scettico sul fatto che la maggioranza possa scegliere di modificare qualcosa in termini di rinuncia; sono più propenso a credere in cambiamenti forzati dalle circostanze, dalla crisi…

«Beh… Vedrai che saremo costretti a cambiare!».

Vi sono ingiustizie che colpiscono i più deboli, i malati. La tua figlia maggiore, Elettra, è affetta dalla sindrome di Down. Questa condizione ha conseguenze sociali ed economiche che non tutti conoscono nei termini esatti, vuoi parlarcene?

«Senza peccare di presunzione credo di essere un cantautore di successo. Nell’immaginario collettivo, dovrei, quindi, guidare coupé grondanti glamour o una qualche berlina di lusso. Non voglio deludere nessuno… Ma non è così. Mio padre aveva, nel suo tempo, molte più cose e servizi di me, pur non essendo popolare. Poiché conduco le mie attività commerciali nel rispetto delle leggi, dichiarando i miei redditi fedelmente, sono collocato in una fascia di reddito che non mi permette di accedere a quelle forme di assistenza, proprie di questi casi. Di conseguenza, devo pagare fino all’ultimo centesimo tutti i servizi che riguardano assistenza ai malati, come nel caso di mia figlia».

Dove vive Elettra?

«In una casa famiglia. Ha una grande coscienza di se stessa e desidera vivere con le persone che vivono la sua stessa condizione».

Ascolta musica?

«Sì, e vedo che le fa bene. La adora e ha un grande senso del ritmo. Ho cercato di fornirle tutti gli stimoli per tener viva la sua mente e favorire il suo equilibrio».

Permettimi una domanda di rito sui tuoi progetti futuri.

«In questo momento sono… immerso nel futuro! Nel senso che svolgo quelle attività per cui ho lavorato nei mesi e negli anni scorsi. Raccolgo alcune cose in vista delle quali ho seminato nel passato più o meno recente. In particolar modo il teatro. Poi, sono reduce dal Salone del Libro di Torino».

Infatti hai appena pubblicato un libro, Spostare l’orizzonte.

«Sì, l’ho scritto insieme ad Antonio D’Errico».

Mi hanno colpito queste due righe che presentano il libro: «La nascita di mia figlia Elettra ha fatto riemergere quel lato della mia personalità che il successo aveva soffocato. Quel mio sentirmi diverso, né italiano né americano, mai come gli altri, un po’ alieno».

«Come ti dicevo ho avuto fin da giovane quel senso di diversità e di alterità».

Tra le tue canzoni amo molto «Come in uno specchio».
In effetti, quella canzone condensa i temi di cui abbiamo parlato!

La nostra redazione è credente e nel salutarti vorrebbe dirti questo anche come ringraziamento: «Dio benedica i poeti e i musicisti!».

«Grazie, un saluto anche a voi!»

In sintesi
Ho spostato l’orizzonte

Cantante, autore, chitarrista e pianista, Eugenio Finardi è nato a Milano il 16 luglio 1952, ed è cresciuto in una famiglia musicale (la madre cantante lirica americana, il padre tecnico del suono). Fin da bambino mostra uno spiccato talento per la musica tanto che a nove anni incide il suo primo disco. Nel 1972 firma il suo primo contratto discografico con la casa discografica fondata da Battisti e Mogol, Numero Uno.
Nel 1982 diventa padre di Elettra (nata con la sindrome di Down) e questo avvenimento influenza le canzoni dell’album Dal Blu, del 1983, un disco concepito tutto al Fairlight (sintetizzatore e campionatore digitale), che mette completamente a fuoco l’altra anima della musica del cantautore milanese.
Nel Febbraio 2008 al Teatro Filodrammatici di Milano recita con il suo primo lavoro di prosa, S(u)ono. Quest’anno è uscito il suo primo libro: Spostare l’orizzonte (Rizzoli, pp. 238, € 18,00).

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