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GLI SCOPPIATI

GLI SCOPPIATI

Si chiama burn out. Colpisce medici e infermieri. Ma anche insegnanti, giudici… Si tratta di un forte disagio che si ripercuote sulle relazioni con gli altri. Vengono meno stimoli e attrattive per le cose che si fanno. Scopriamo alcuni consigli per affrontarlo

 

Sempre più impegnati, sempre più stressati: il malessere degli operatori sanitari ha un effetto negativo sull’efficienza dei servizi. Esiste un termine specifico per indicare il disagio che colpisce chi lavora in una professione di aiuto – infermiere, medico, assistente sociale ma anche poliziotto o insegnante. In questi casi si parla di burn out – letteralmente «bruciato, scoppiato», dal termine inglese che descrive il brusco calo di rendimento di un atleta dopo un periodo di successi. In medici e infermieri, il burn out si traduce in malessere personale, con implicazioni sia fisiche che psicologiche, ma anche in un rapporto più difficile con i pazienti, che finiscono con il pagare il disagio di chi si dovrebbe prendere cura di loro. E in ultima analisi, in un danno per tutta l’organizzazione. Di studi che lo confermano ce ne solo molti : qualche anno fa la rivista scientifica Lancet ha pubblicato un articolo che analizzava una serie di indagini internazionali sul burn out, arrivando alla conclusione che «la salute fisica e psichica dei medici si riflette sull’attività professionale, ed è quindi un importante indicatore di qualità delle cure». E uno studio recente realizzato all’università della Pennsylvania individua una chiara correlazione tra il malcontento delle infermiere per i turni troppo lunghi e l’insoddisfazione dei pazienti.
Esaurimento emotivo
«Il burn out nasce da un conflitto tra aspettative e realtà», spiega Stefano Taddei, ricercatore presso il dipartimento di psicologia dell’università di Firenze. Non si tratta semplicemente di stress, ma di un disagio che nasce dall’interazione con la struttura e le sue regole. Gli studi più approfonditi sul tema risalgono agli anni Ottanta, quando la psicologa californiana Cristina Maslach cominciò a indagare questo fenomeno descrivendone le caratteristiche: l’esaurimento emotivo, la depersonalizzazione che porta a un atteggiamento di distacco verso gli utenti, i collaboratori e l’organizzazione, il senso di fallimento. «Il burn out è qualcosa di diverso dalle sofferenze emotive di chi lavora in situazioni particolari, per esempio in oncologia pediatrica o in rianimazione», spiega Taddei. «La perdita di un paziente, magari di un bambino, può essere vissuta come una sconfitta. Ma se si ha la sensazione di aver fatto il possibile si può affrontare. La frustrazione nasce dallo scontro con la burocrazia, con le difficoltà organizzative». Secondo una recente indagine italiana, per i sanitari le cause più frequenti di burn out sono la cattiva gestione delle strutture (62,5 per cento), la mancanza di spazi e tempi prefissati per la propria crescita personale (53,3 per cento), la scarsa retribuzione (40,2 per cento), e l’eccessivo carico di lavoro (39,8 per cento). «A questo si aggiungono i problemi che nascono dall’atteggiamento verso la medicina cui oggi si tende a rivolgersi in modo fideistico come se potesse garantire la soluzione di qualunque problema», aggiunge Vincenzo Aucone, docente presso la Scuola di counseling integrato per la professione d’aiuto dell’università di Roma Tor Vergata: «Si passa insomma dal farsi eccessivamente carico delle persone di cui ci si prende cura, a un progressivo senso di frustrazione e apatia». Così l’entusiasmo iniziale, legato alle motivazioni più o meno consapevoli che hanno portato a scegliere un lavoro di tipo assistenziale, è seguito da una fase graduale di disimpegno e progressiva chiusura nei confronti dell’ambiente di lavoro e dei colleghi, poi dalla frustrazione e da una sensazione di essere inutili, fino a una vera e propria «morte» professionale. Un’escalation negativa «che si traduce in malessere, scarsa efficienza, distacco nei confronti del paziente», ricorda Taddei, «con i conseguenti costi: pensiamo solo alle giornate di malattia causate dal burn out». Un fenomeno condizionato dall’attuale organizzazione del lavoro : «Ci possono essere persone più predisposte, come gli individui che definiamo alessitimici, che hanno più difficoltà a gestire le emozioni, a filtrare le risposte dell’ambiente», ricorda Aucone, «ma non possiamo non tenere conto degli aspetti sociali del problema». Tra questi la «liquidità» delle relazioni anche a livello lavorativo: «oggi il lavoro precario, interinale, è sempre più diffuso anche nelle professioni sanitarie: è più difficile sentirsi parte di una realtà collettiva, vengono meno i riti del mondo del lavoro che contribuivano a costruire e garantire le relazioni». E le persone sono sempre più viste come uno strumento e valutate in base alle prestazioni: si chiede di rendere al meglio e rapidamente, «anche in professioni sanitarie dove l’operatore non dovrebbe essere una figura isolata ma far parte di un processo con un inizio e una fine». Anche per questo il concetto di burn out si sta ampliando, e viene sempre più spesso legato a lavori con implicazioni relazionali anche al di là dello specifico sanitario. «Sappiamo che le relazioni giocano un ruolo importante, per questo il problema del burn out viene sempre più spesso preso in esame anche per altre figure professionali a contatto con il pubblico», spiega Taddei.
I più colpiti
Ma quali sono le professioni più colpite? Nell’ambito sanitario i più studiati sono gli infermieri, sui medici c’è meno materiale, «soprattutto per ragioni culturali», osserva Aucone: «I medici convivono male con l’idea di “curarsi”». Altra categorie molto studiata, quella dei servizi di emergenza: «Ovviamente ci sono situazioni molto diverse: pensiamo a un’emergenza preordinata come quella del 118 e agli interventi dei volontari in situazioni di calamità naturali, quando davvero servirebbero giornate di 400 ore», spiega Taddei. «In questo caso si deve tenere conto di due fattori importanti. La resilienza, ossia la capacità di resistere a eventi stressanti – letteralmente è la capacità della materia di sopportare la torsione per poi recuperare la forma originaria – legata anche ad aspetti organizzativi, e quella che si definisce compassion fatigue, il disturbo che nasce dall’esposizione prolungata a sofferenze ed eventi catastrofici». «Diversi studi mostrano tuttavia che i fattori stressanti legati all’emergenza non bastano a produrre burn out se non ci sono altri fattori legati alle componenti organizzative del lavoro», spiega Antonello Serra dell’università di Sassari. «Questo almeno è quanto emerso da una nostra ricerca sul burn out degli operatori sanitari in emergenza».

Se vuoi leggere l’articolo completo,
invia una mail: info@vitaesalute.net

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