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Grazie Perchè…

Grazie perchè…

Un sentimento che fa bene alla salute. Che ci fa apprezzare ciò che appare scontato. Un atteggiamento della mente che si può imparare a sviluppare. Come confermano studi recent

«Come si dice?…». È la mamma che ci insegna a rispondere «grazie» quando qualcuno ci offre una caramella o un aiuto qualsiasi. In questo modo, impariamo fin da piccoli che quando gli altri sono gentili, ringraziarli è buona cortesia, contribuisce a rinsaldare i rapporti e apre la porta al sorriso.

Spesso, però, il grazie resta una pura formalità, legata al galateo. E ancora più frequentemente dimentichiamo che le cose per cui possiamo essere grati sono molte: la salute e la nostra stessa esistenza, gli affetti che ci sostengono, il fatto di poter comunque contare su cibo, acqua potabile, un tetto e molto altro ancora. Eppure, essere capaci di provare un sentimento di gratitudine fa bene alla salute, ci protegge da emozioni negative come l’amarezza e l’invidia, aiuta a costruire legami sociali che hanno un ruolo fondamentale per il nostro benessere e perfino a comportarci correttamente.

La conferma più recente arriva da uno studio dello psicologo Jeffrey J. Froh, della Hofstra University di Hempstead, nello Stato di New York. Froh ha invitato un gruppo di studenti a tenere per un certo periodo un diario della gratitudine, insomma a fissare il pensiero sulle cose per le quali vale la pena di essere grati, mentre ad altri studenti che fungevano da gruppo di controllo è stato chiesto di registrare eventi neutrali o spiacevoli. Ebbene, si è visto che i ragazzi concentratisi sulle occasioni per provare gratitudine potevano contare su migliori risultati scolastici e su una vita sociale più vivace rispetto ai gruppi di controllo, e sembravano essere anche meglio protetti rispetto a malesseri legati allo stress, come mal di testa o di pancia. Anche un altro studio analogo su bambini tra i 12 e i 13 anni ha dato risultati simili, pur se leggermente più sfumati.

La psicologia «positiva»
Risultati importanti che non sono esattamente una novità, ma piuttosto una conferma di ciò che i teorici della «psicologia positiva» vanno sostenendo da qualche anno. Proprio a questa corrente psicologica si devono infatti le ricerche più interessanti sulla gratitudine come emozione positiva e sui suoi effetti benefici. Che riprendono, dopo anni di disinteresse da parte della psicologia – più incline forse a occuparsi di malesseri e sofferenze – la riflessione su un tema caro ai pensatori dell’antichità, che hanno speso pagine di considerazioni per decantare i meriti di quella che l’oratore Marco Tullio Cicerone definiva la madre di tutte le virtù.
Secondo Barbara Fredrickson, della North Carolina University, un’autorità nel campo della psicologia positiva, la gratitudine è, subito dopo la gioia, la più importante delle emozioni positive, presente in tutte le culture, sia pure con sfumature diverse, ma comunque fondamentale per il nostro benessere. «La capacità di provare gratitudine è forse il tratto di personalità più direttamente collegato alla salute mentale e alla soddisfazione», spiega Friedrikson, «chi è capace di mostrare gratitudine è meno frequentemente depresso o stressato, ha relazioni sociali migliori e contribuisce all’armonia della famiglia e della comunità». Il messaggio che arriva dalla psicologia positiva, insomma, è che aumentare la propria capacità di provare gratitudine è la vera ricetta per la felicità.

Meditazioni
E la buona notizia è che la gratitudine si può imparare, per esempio tenendo un diario, oppure praticando forme di meditazione che ci aiutino a rafforzare i sentimenti affermativi, come la Loving Kindness meditation studiata dalla Friedrikson, un’antica pratica di meditazione di tradizione buddista che si basa sul rivolgere sentimenti di gentilezza ed empatia nei confronti del nostro prossimo, di noi stessi e di tutto quanto ci circonda. «Il guaio con le emozioni positive è che sembrano in qualche modo più fragili, più difficili da afferrare di quelle negative», spiega Friedrikson. «Per questo gli esercizi possono essere di aiuto e garantiscono effetti di lunga durata».
Anche considerando la tradizione occidentale e cristiana, studi sulla preghiera hanno messo in evidenza che ringraziare e rimettersi alla volontà di un essere superiore ha conseguenze positive sullo stato d’animo del credente.
Secondo la psicologa Emanuela Pasin, «possiamo definire la gratitudine come una sorta di antidepressivo naturale privo di controindicazioni, che ci permette di aumentare il nostro potere creativo, di dare forma a pensieri positivi, di attirare persone stimabili, di circondarci del meglio e diventare migliori». Praticarla, però, non è facile, «perché richiede di far convivere dentro di noi, sentimenti e concetti opposti, di godere del bene nonostante il male. Richiede maturità, realismo, equilibrio e senso sacro del vivere».

«La gratitudine è un atteggiamento mentale sui cui possiamo lavorare», conferma un altro dei «padri» del pensiero positivo, Robert Emmons dell’università della California a Davis «anche se non siamo soddisfatti della nostra vita, riflettere sulle cose di cui dobbiamo essere grati ci aiuta ad attivare la nostra capacità di provare gratitudine, proprio come raddrizzare la schiena e stare a testa alta ci fa sentire più energici e sicuri di se». E non solo: altri studi mostrano che l’esercizio della gratitudine aiuta anche a realizzare obiettivi concreti, sul lavoro, oppure a scuola nel caso dei giovanissimi, che sembrano reagire particolarmente bene a questo tipo di esercizi – ma anche nella vita personale; e può aiutare a convivere meglio con i sintomi di una malattia neurodegenerativa. Tale esercizio attiva una spirale virtuosa: la gratitudine genera un atteggiamento positivo, spinge noi stessi ad aiutare gli altri e gli altri a esserci di supporto. «La gratitudine è contagiosa», sostiene Emmons; «se ci fermiamo a riflettere su quanto siamo stati aiutati, siamo portati a ricambiare».

Sappiamo che le persone più allenate a provare gratitudine sono anche quelle più disponibili ad aiutare gli altri: ci sono studi che mostrano come il semplice fatto di riflettere su quanto è stato fatto per noi ci renda più disponibili ad aiutare non solo il nostro benefattore, ma anche un perfetto estraneo, anche se ciò richiede un qualche sforzo da parte nostra. Tanto che il fenomeno è stato studiato anche da economisti, come Adam M. Grant e Francesca Gino, che hanno dedicato uno studio alle ragioni per cui la gratitudine incentiva il comportamento «prosociale». In sintesi, scrivono gli economisti, le persone vogliono sentirsi efficaci, competenti e capaci, ma anche in comunione con i propri simili, connesse e valutate positivamente dagli altri. I due autori hanno indagato sperimentalmente i meccanismi che si attivano quando veniamo ringraziati per arrivare alla conclusione – questo il titolo del loro articolo – che «un piccolo grazie può dare grandi risultati». L’espressione della gratitudine può servire da incoraggiamento per chi ha prestato aiuto, spingendolo a farlo di nuovo per sentirsi bene con se stesso, e al tempo stesso fa sperimentare un sentimento di apprezzamento sociale, ci si sente positivamente valutati, stimolati a compiere altre azioni prosociali.

tratto dall’articolo “Grazie perchè..” della rivista Vita&Salute edizione di Marzo 2011, di Paola Emilia Cicerone


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