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I DILEMMI DEL NUCLEARE

L’Italia chiuse il discorso con il nucleare 22 anni fa, con tre quesiti referendari, Referendum 1987, votati con maggioranze che andarano dal 71 al 79 per cento. Ma ora il quadro complessivo sta cambiando. Da più parti, la costruzione di nuove centrali è considerata positivamente. La ragione? Rendere l’Italia meno dipendente dal petrolio e dall’acquisto di energia dai vicini che il nucleare non lo hanno mai smantellato, come i francesi.E così lo scorso 24 febbraio 2009 è stato siglato dal primo ministro Berlusconi e da Sarkozy, presidente francese, l’accordo di cooperazione italofrancese sul nucleare che prevede lo sviluppo di centrali nucleari in Italia e Francia.«Dal mio punto di vista ritengo che il referendum del 1987 sia stato un errore: la scelta di uscire dal nucleare ha portato non solo un grave danno al settore industriale del nostro paese, ma anche al portafoglio delle famiglie in quanto ha contribuito a mantenere i prezzi dell’energia elettrica più alti della media europea. Pertanto, il rientro nel settore dell’energia nucleare lo ritengo positivo oltre che naturalmente fattibile. Relativamente a quest’ultimo punto, è da tenere presente che le competenze per il riavvio del comparto nucleare italiano sono già ad oggi disponibili: diverse aziende italiane realizzano importanti componenti per i reattori costruiti all’estero. Il rientro nel settore quindi non solo lo ritengo auspicabile, ma assolutamente fattibile», afferma con forza l’ingegnere Cristian Bovo, ricercatore del Settore sistemi elettrici, Dipartimento di energia, del Politecnico di Milano.

Il parere di un Nobel

Ma non tutti la pensano così. Nel corso di una recente trasmissione televisiva, il premio Nobel per la fisica Carlo Rubbia ha detto la sua sull’energia nucleare. «Dobbiamo tener conto che il nucleare è un’attività che si può fare soltanto in termini di tempo molto lunghi. Noi sappiamo che per costruire una centrale nucleare sono necessari da cinque o sei anni, in Italia anche dieci. Il banchiere che mette 4-5 miliardi di Euro per crearla riesce, se tutto va bene, a ripagare il proprio investimento in circa 40-50 anni». E ha aggiunto. «C’è un secondo problema: un errore che spesso la gente compie. Si pensa che il nucleare possa ridurre il costo dell’energia. Questo non è vero: un recente studio ha dimostrato, per esempio, che i costi per il nucleare in Svizzera continueranno ad aumentare. I costi per il nucleare variano notevolmente da paese a paese: in Germania ha un prezzo di circa due volte e mezzo in più rispetto a quello francese. Ciò è dovuto al fatto che il nucleare in Francia è stato finanziato per anni dallo stato, quindi dai cittadini. Ancora oggi, le 30 mila persone che lavorano per il nucleare francese sono pagate grazie agli investimenti massivi dello Stato. L’aumento del numero di centrali atomiche nel mondo in questi ultimi anni ha causato, inoltre, un considerevole incremento del costo dell’Uranio, che difficilmente tornerà a scendere. Il nucleare è dunque molto costoso, anche nel lungo periodo». Se dunque in Italia si volesse produrre il 30 per cento dell’energia elettrica con il nucleare, come succede anche in Spagna, Germania e Inghilterra, ci servirebbero 15-20 centrali nucleari. In pratica una per regione.
Ciascuna di queste centrali produrrebbe, poi, una certa quantità di scorie, un problema estremamente serio. In America la questione è di stretta attualità. Sia Obama che Clinton hanno affermato chiaramente che Yukka Mountain – il più grande deposito di scorie in USA – andrebbe eliminato per trovare un sito più adatto per lo stoccaggio dei rifiuti radioattivi. La soluzione di isolarli e sotterrarli non è, però, efficace, come si vorrebbe, per molti scienziati. «Mi chiedo allora: se non si riesce a risolvere il problema della costruzione di un inceneritore per riuscire a bruciare l’immondizia, come riusciremo a sistemare queste grandissime quantità di scorie nucleari che nessuno al mondo sa ancora smaltire? In realtà, la risposta tecnicamente c’era per recuperare le scorie e renderle innocue. Io avevo un bellissimo programma per implementare questa tecnologia, per bruciare le scorie con gli acceleratori di materia. Il programma è stata bocciato e non finanziato dall’Italia, tanto da spingermi a emigrare in Spagna», denuncia con forza Rubbia.

Se si risparmia petroli0

Una domanda: il ricorso all’energia nucleare riduce veramente il consumo di petrolio? Sembra proprio di no. «Se si vanno a comparare i consumi di petrolio per abitante nei quattro grandi paesi dell’Unione Europea, la Francia ne consuma 1,46 tonnellate per abitante, la Germania, nel 2007, 1,36, 1,33 il Regno Unito e 1,31 l’Italia», precisa Bernard Laponche, noto fisico francese ed economista dell’energia. Come dire, l’Italia senza nucleare consuma meno energia. Una prova ulteriore? Un altro noto economista dell’energia, Mycle Schneider, membro dell’International Panel on Fissile Materials (Ipfm), istituito presso l’università di Princeton, Usa, sostiene: «Se si pone attenzione a quali sono i paesi che presentano un consumo maggiore di petrolio e che hanno le più consistenti emissioni di gas serra, si vedrà che sono gli stessi paesi che utilizzano il nucleare. Gli Stati Uniti rappresentano circa un quarto della produzione nucleare nel mondo e nello stesso tempo emettono un quarto dei gas serra. Quello basato sul nucleare è un modello che induce al consumo: non c’è bisogno di economizzare perché c’è tanta energia da sprecare». Che fare? Nella giornata dedicata alla Terra la risposta l’ha data Barack Obama che ha annunciato all’America la sua «energy revolution», la rivoluzione verde basata sulle energie pulite. Per Obama il modello di produzione basato sull’attuale consumo energetico e sul nucleare non solo fa male all’ambiente ma ha fatto ormai il suo tempo. Il pool di esperti di Obama ha dichiarato che con la sola energia eolica l’America potrebbe generare entro il 2030 il 20 per cento della sua energia attuale, creando 250 mila nuovi posti di lavoro. Stesso discorso per le altre energie alternative. Una nota di speranza al cambiamento.

Sole, vento, biomasse…

Una speranza concreta di futuro che è già realtà. In Italia il fotovoltaico va a gonfie vele, mentre in Germania vanta già 240 mila posti di lavoro in più. Ecco le cifre fornite dal sole 24 Ore.
La crescita registrata dal fotovoltaico in Italia, nel 2008, ammonta al 170 per cento; del 35 per cento è l’incremento di potenza dell’energia eolica, sempre nel 2008; a 2,9 miliardi di euro ammontano gli investimenti che potrebbero essere attivati nel settore. I governi di Europa, Usa, Cina, Giappone, stiamo citando solo i maggiori, puntano sulla «green economy» nascente come una delle carte fondamentali da giocare per uscire dal periodo di recessione che stiamo attraversando. Il rapporto «Clean energy trend 2009» di Clean Edge, società californiana, sottolinea che a livello globale il 2008 è stato un anno record per le rinnovabili, con una crescita nella misura del 50 per cento dei ricavi di fotovoltaico, eolico e biocarburanti, passati da quasi 76 miliardi di euro a 115,9 miliardi.
Il trend più marcato è quello dell’eolico, che ha ormai toccato la cifra record dei 50 miliardi di dollari. Ma soprattutto l’affare lo fa l’ambiente: si risparmia l’immissione nell’atmosfera di 700 g di anidride carbonica per ogni kWh pulita in sostituzione di uno «normale». Eolico, fotovoltaico, centrali a biomassa, solare, sono il futuro dell’umanità anche perché spingono a una riduzione dei consumi e a uno stile di vita incentrato sulla sobrietà.
Un fatto è certo, l’essere umano consuma troppa energia. Se gli viene staccata rischia il crack. «Una via d’uscita potrebbe stare proprio nella differenza fra i watt di cui abbiamo realmente bisogno per fare tutto e quelli consumati e previsti dal sistema. Negli States se ne dissipano addirittura 10 mila. La differenza da noi? È 4.000 watt di spreco: per eliminarli dovremmo cambiare paradigma di sviluppo, passando dall’idea del consumo di una merce a quella dell’utilizzo di un servizio.

L’opinione a favore: Nucleare Sì
Il punto di vista dell’Ingener Cristian Bovo, Ricercatore del settore Sistemi Elettrici, Dipartimento di Energia del Politecnico di Milano – Campus Bovina.

 

In 6-7 anni diminuirà il numero di centrali nucleari: di qui al 2015 chiuderanno 90 reattori per raggiunti limiti di età (e ne apriranno 30). Allora ha un senso il nucleare?

«La domanda posta in questi termini non è corretta sotto il profili tecnico, ingegneristico ed economico. Il problema delle fonti primarie di energia non si deve affrontare cercando di individuare un’unica fonte da utilizzare, ma piuttosto puntare su un mix di fonti adeguatamente bilanciato. Tale bilanciamento consente di ottimizzare la fornitura di energia (in questo caso elettrica) in merito a diversi fattori sia tecnici, sia economici. Inoltre, da un punto di vista strategico, differenziare il mix di fonti primarie contribuisce a rendere un paese meno sensibile a determinati problemi geopolitici. L’Italia, in particolare, presenta un mix di fonti primarie molto squilibrato: siamo passati da una fortissima dipendenza dall’olio combustibile, a una dal gas naturale. Qualunque ragionamento in merito all’uso delle fonti primarie deve partire da questo punto. Nessuno propone di produrre con il nucleare la totalità dell’energia elettrica di cui l’Italia necessita (cosa tra l’altro impossibile tecnicamente), ma una quota ragionevole».

In molti vedono come fortemente antieconomica l’energia nucleare.

«Relativamente a questo aspetto si leggono i numeri più disparati al riguardo in funzione delle posizioni ideologiche. Restano comunque alcuni elementi di mercato che non possono essere elusi. Il più importante di questi riguarda proprio il fatto che l’Italia importa circa il 14 per cento del proprio fabbisogno energetico elettrico dall’estero quasi esclusivamente dalla Francia che ha una produzione fortemente basata sul nucleare. Tale energia viene acquistata in quanto venduta a prezzi più bassi rispetto a quella prodotta e venduta in Italia. Da qui emergono due possibili situazioni: o ai francesi costa poco l’energia nucleare e quindi riescono a farci ottimi prezzi (e quindi non solo non è una fonte ad alto costo, ma è pure molto competitiva), oppure sono dei benefattori e ce la vendono sottocosto. Inoltre, la liberalizzazione dei mercati elettrici ha messo finalmente in luce i prezzi dell’energia elettrica nei vari paesi. Confrontando questi prezzi (vedi il rapporto “Relazione annuale sullo stato dei servizi e sull’attività svolta” anno 2008, redatto dall’Autorità dell’energia elettrica e il gas) si osserva che il prezzo dell’energia elettrica francese (circa l’80 per cento da fonte nucleare) è decisamente inferiore sia per i clienti domestici, sia per quelli industriali (i dati si riferiscono al netto delle imposte, in modo da non risentire di politiche fiscali che non hanno a che vedere con i costi di produzione). Se il nucleare come dicono alcuni è più costoso di altre fonti, allora i produttori francesi (di fatto EdF) sono non solo dei

L’opinione contro Nucleare Noi

Il professor Vincenzo Balzani analizza il futuro delle centrali nucleari e conclude: «Questa non è indipendenza energetica». In 6-7 anni diminuirà il numero di centrali nucleari: di qui al 2015 chiuderanno 90 reattori per raggiunti limiti di età (e ne apriranno 30). Pesante l’eredità: l’uso dell’atomo lascerà scorie nucleari (con tempi di decadimento radioattivo che vanno da 10 mila a 100 mila anni) a circa 5.000 generazioni. A riferirlo è Vincenzo Balzani, ordinario di chimica all’università di Bologna ed esperto di energia, a margine della presentazione del dossier del Wwf su «Cambiamenti climatici ed energia» tenuta, recentemente, a Roma. «Non è vero», ha spiegato Balzani, componente del Comitato scientifico del Wwf, «che l’energia nucleare sia in espansione: il numero è costante, da 20 anni abbiamo 440 reattori». Secondo il dossier del Wwf, il 70 per cento dei reattori nucleari oggi in funzione (realizzati tra il 1975 e il 1985) verranno chiusi entro il 2030, mentre l’attuale potenza nucleare rappresenterà nel 2020 il 4 per cento del fabbisogno mondiale di energia primaria. “L’Italia, entrando nel nucleare», avverte Balzani, «non diventa indipendente dal punto di vista energetico, anzi sostituisce soltanto il petrolio con l’uranio, dal momento che né l’Italia né l’Europa ne posseggono un grammo». La sistemazione delle scorie rimane, poi, la grande questione aperta che, osserva, «forse non riusciranno a risolvere nemmeno in Usa figuriamoci in Italia dove abbiamo problemi per i rifiuti. Nessuno, conclude Balzani, è, infatti, «in grado di garantire la sicurezza di un deposito permanente per 10 mila anni».

 

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