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I MICRO CERVELLI CHE DIFENDONO LA SALUTE

I MICRO CERVELLI CHE DIFENDONO LA SALUTE

Il sistema immunitario è composto da miliardi di cellule mobili. Il loro buon funzionamento dipende dal nostro stile di vita: da quello che mangiamo fino, è questa la grande novità, alle emozioni che proviamo. Ecco spiegato il legame  tra psiche e organismo

 

Chi fa ricerca scientifica e consulta la massa degli studi, che ogni giorno si rovescia nelle riviste specialistiche, è ormai abituato a leggere lavori che fino a qualche anno fa sarebbe stato definiti fantasiosi, in particolare sulle relazioni tra cibo e cervello, tra salute della pancia e umore, tra attività fisica e disturbi psichiatrici, tra cui in primis la depressione, ma anche psicosi e malattie neurodegenerative.
Come può essere che una dieta ricca di fibre possa avere effetti benefici sull’attività cerebrale? O che la sedentarietà danneggi la memoria? E come può essere che uno stato emozionale negativo, uno stress cronico possano causare svariati disturbi anche molto gravi?
«La struttura che connette», direbbe il grande epistemologo Gregory Bateson, è il sistema immunitario.
Vediamo allora di conoscere più da vicino le novità che riguardano questo fondamentale sistema biologico, che più lo conosciamo più non cessa di stupirci.
Come è fatto e come funziona
Il sistema immunitario non è come tutti gli altri sistemi biologici che di regola sono formati da elementi fissi, per lo più cellule raggruppate in nuclei all’interno di organi, i quali producono sostanze che vanno a bersaglio. Per esempio, il sistema nervoso è composto da cellule (neuroni) dotate di filamenti più o meno lunghi che producono neurotrasmettitori che portano il messaggio ad altre cellule collegate in rete.
A sua volta, il sistema endocrino è formato da cellule che stanno all’interno di ghiandole da cui fuoriescono ormoni che, con il sangue, portano il messaggio ad altre cellule dotate di antenne (recettori) per quei messaggi.
Il sistema immunitario, invece, è formato da un numero sterminato di cellule mobili, la cui gran parte è in perenne movimento tramite il sangue e la linfa. Queste cellule viaggiatrici anche quando si fermano nei cosiddetti «organi linfoidi secondari» (la milza, i linfonodi) lo fanno per il tempo necessario alla loro «maturazione»  e cioè all’acquisizione di quelle caratteristiche specifiche per contrastare pericoli esterni (virus, batteri, parassiti) e interni (tumori, ce llule danneggiate e/o invecchiate).
Ci sono anche cellule sedentarie cosiddette «stanziali», che cioè si stabiliscono in un tessuto, in un organo dove passano la loro vita. Troviamo cellule immunitarie stanziali nel cervello che prendono il nome di «microglia». Altre cellule stabili nel sistema delle mucose, intestinali e respiratorie. Altre ancora nel fegato e sotto la cute.
Ma quante sono? Nessuno esattamente lo sa. Si è calcolato che solo i linfociti, che sono una minoranza delle cellule immunitarie  nel corpo di ognuno di noi, siano circa 1.000 miliardi. Un numero impressionante se si pensa che i neuroni del nostro cervello sono «solo» 100 miliardi!
Ma non è solo la quantità, sono anche le loro proprietà, scoperte negli ultimi decenni, a impressionare.
Cervelli in miniatura
Più di venti anni fa, sulla rivista della American Physiological Society, venne pubblicata un’ampia rassegna con la quale si comunicava alla comunità scientifica mondiale che le cellule immunitarie erano in grado di ricevere segnali dal sistema nervoso e, al tempo stesso, inviarne in modo da essere ricevuti da cervello e nervi.
Questo studio, pubblicato dal fisiologo americano J. Edween Blalock, segnò una svolta fondamentale nella ricerca delle basi biologiche delle relazioni mente-corpo.
Dunque il sistema nervoso e quello immunitario hanno un contatto stabile in tutto il corpo. E questa possibilità è garantita proprio dalla particolarità delle cellule immunitarie, dal loro spettacolare sistema di antenne (recettori) montato sulla superficie cellulare, che consente di decodificare i messaggi che provengono dal cervello e dal sistema nervoso periferico e, al tempo stesso, di inviare molecole del tutto simili a quelle prodotte dal sistema nervoso, di modo che la comunicazione avvenga a doppio senso, in modo bidirezionale per dirla con Blalock.
In scritti successivi, il fisiologo dell’Alabama usò altre metafore. Parlò del sistema immunitario come «sixth sense», sesto senso, e delle cellule immunitarie come «mobile brain», come piccoli cervelli mobili.
Così come i cinque sensi sono deputati a riconoscere stimoli cognitivi, il sistema immunitario riconosce stimoli non cognitivi, come virus, batteri e tossine, ma, al tempo stesso, riconosce anche segnali di allarme interno: cellule deteriorate, trasformate, infiammate. I nostri sterminati piccoli cervelli mobili «pattugliano» continuamente l’interno. Sono i nostri occhi interni, con loro vediamo quello che il cervello non può vedere, ma di cui è costantemente informato tramite i messaggi che loro gli inviano.
La Psiconeuroendocrinoimmunologia poggia su queste solidissime basi molecolari. È questa piattaforma scientifica, a cui Blalock ha dato un contributo rilevante, che ci consente di parlare con cognizione di causa delle relazioni che intercorrono, per esempio, tra uno stress emozionale e una malattia tumorale, cardiovascolare o immunitaria. E, reciprocamente, delle relazioni che intercorrono tra una condizione infiammatoria cronica, per esempio una malattia autoimmune, e disturbi dell’umore, come ansia e depressione.

Se vuoi leggere l’articolo completo,
invia una mail: info@vitaesalute.net

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