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I MIEI PRIMI 50 ANNI

Sono considerati i «nuovi giovani ». È un periodo cruciale per la vita dei maschi. Le scelte da fare per stare bene più a lungo. I dilemmi del lavoro

 «Nel mezzo del cammin di nostra vita, mi ritrovai per una selva oscura», canta Dante nel I Canto dell’Inferno. Quel mezzo sta per 35 anni, ma siamo nel Trecento. Oggi tira tutta un’altra aria. Dagli Stati Uniti all’Italia, dalla Cina alla Nuova Zelanda, avanza una rivoluzione senza nome perché non si è ancora pensato come battezzarla: quella dei cinquantenni. Che sottende? Che non è ancora terza età e che indica giusto quel «mezzo di cammin di nostra vita». È l’affermazione di una nuova cultura che sembra aprire la strada a un’insospettabile stagione di rinnovamento, anche se molti psicoterapeuti parlano di sindrome di Peter Pan. Cerchiamo di capire meglio.

I meno vecchi
Gli anglosassoni caratterizzano il periodo, fra i 50 e i 55, come quello degli «Young old», i giovani-vecchi: è come se fossero i più giovani fra gli anziani, senza capelli bianchi, aitanti e che diventano papà proprio a questa età. «Lavoro alla Rai e per una vita ho fatto l’inviato. Ho un matrimonio alle spalle, poi, a 52 anni, ho incontrato una donna, assai più giovane di me, con la quale abbiamo scelto di avere un figlio. Ora a 56 anni ho una bimba di 4 anni e sono molto felice. Anzi, insieme a mia moglie stiamo programmando un’altra nascita. Quello che un tempo mi appariva impossibile, ora mi appare come la più semplice delle scelte e sono felice», afferma con forza Carlo. Insomma, una generazione che si sente ancora sul palcoscenico e poca disposta a «vedere» la pensione. «Per molti di loro è come se i cinquant’anni rappresentassero una nuova fase della vita. Una visione diversa rispetto a quelli che per sfuggire alla quotidianità scelgono la fuga verso lidi esotici, anzi preferiscono percorrere un altro itinerario. Quella di una vera rivoluzione interiore e rigenerativa. Mostrano che non è mai troppo tardi per abbracciare nuove abitudini», amava ripetere il professor Jerome Liss, psichiatra e psicoterapeuta statunitense, che ci ha lasciati nel 2012. E non sono certo fantasie. La prova? È un proliferare di inchieste attraverso le quali gli Istituti di ricerca cercano di capire fino a quando ci si sente giovani. Fino a quando si può cambiare vita. E quando inizia la vecchiaia. Il problema se lo è posto anche Barometro, società di sondaggi del Parlamento europeo, attraverso delle domande poste ai cittadini del Vecchio Continente, nell’ambito di un’indagine realizzata in occasione dell’Anno europeo 2012, dal tema «Invecchiamento attivo e la solidarietà tra le generazioni». Ebbene, in Portogallo, Svezia e Malta, gli under 37 sono visti come giovani. Se, invece, si guarda a Cipro e in Grecia si scoprirà che si è giovani fino a 50 anni, e si diventa vecchi a 57,7. In Italia, poi, non si dà grande importanza al fenomeno. La percezione della vecchiaia dipende anche dall’età degli intervistati e dal sesso. Per i giovani tra i 15-24 anni la vecchiaia inizia all’età di 59, mentre per gli over 55 a 67 anni. Le donne sentono che la vecchiaia inizia leggermente più tardi rispetto agli uomini (65 anni contro 62,7 anni). Il dato medio dice che una persona non è più considerata giovane all’età di 41,8 anni e che può essere considerata vecchia solo a 64 anni. il 61 per cento degli intervistati afferma che debba essere consentito di continuare a lavorare anche al raggiungimento dell’età pensionabile. Un terzo degli europei dice che vorrebbe continuare a lavorare anche dopo la pensione. Lo pensano così oltre il 50 per cento degli intervistati in Danimarca, Regno Unito, Estonia e Lettonia, poco più del 20 per cento in Spagna e Italia e il 16 per cento in Slovenia.

Aperti al cambiamento
In generale due intervistati su tre sono d’accordo con l’idea di combinare pensione, part-time e una pensione parziale. Una generazione che Marc Freedman, fondatore di Civic Ventures e ormai considerato uno dei più influenti geni del settore no-profit ha chiamato «The big shift», in un volume di successo mondiale. Freedman ci descrive una generazione che tenta il passaggio in territori inediti fino a qualche anno fa. Passaggio che per molti risulta più appagante di tutta la vita precedente. Si tratta di una generazione aperta al cambiamento anche perché la vita si è allungata e di molto. È evidente che non si può pensare di vivere in pensione per altri 30 anni. In più sport, cosmetica e chirurgica infondono un’energia e un aspetto di cui non c’è traccia nel decennio che ci ha preceduti. Sono state abbattute le barriere anagrafiche. «È una trasformazione globale, quella di una generazione che anziché avviarsi a una vita da pensionati e raccogliere quanto ha seminato, sente di avere ancora un enorme potenziale di esperienza, energia, tempo e capacità da dedicare a un nuovo progetto», ricorda convinto Marc Freedman.
Ma attenzione, questa è la bella cartolina che si invia agli amici quando durante le vacanze è andato tutto per il verso giusto. Quando il vento soffia in poppa.
Ora le vele sono lasche perché il vento ha smesso di soffiare. Pesa la crisi economica e la diffusa aria di precarietà nel mondo del lavoro: con la possibilità di perdere il proprio impiego, di ritrovarsi dall’oggi al domani dentro un piano aziendale di ridimensionamento, meglio anticipare le mosse, anche se non è semplice avere a portata di mano un piano alternativo.

Disoccupati
Per gli over ’50 è diventata dura. Abbiamo aperto uno sportello d’aiuto a Milano poche settimane fa. Attivo un giorno a settimana. Vi si sono già rivolte 250 persone. Soprattutto uomini. Cinquant’anni. Tutti classe media. Quelli che avevano due macchine in famiglia. E oggi chiedono consiglio su come usare i mezzi pubblici gratis». A parlare così è Armando Rinaldi, ex dirigente Philips che nel 1999, a 51 anni di età e con 34 anni di versamenti contributivi, fu licenziato. Nel 2002 diede vita all’Associazione Atdal per combattere un sistema d’impresa che pur predicando di spostare in avanti l’età pensionabile, nello stesso tempo si liberava di quanti arrivavano attorno ai 50 anni. Alla costituzione di Atdal, insieme ad Armando, ha partecipato una decina di altri lavoratori già espulsi dal ciclo produttivo o che, pur avendo ancora un’occupazione, temevano di poter essere le prossime vittime. Quel tenero germoglio è cresciuto alla grande. Atdal, attualmente, ha oltre 650 Soci e un migliaio di simpatizzanti. Rinaldi è anche uno degli animatori di Age Platform (vedi sempre «Le info utili») una rete di associazioni che si occupano di migliorare la vita degli over ’50 in Europa. Age Platform Europe si è presentata alle ultime europee, ha presentato un suo «Manifesto», proposte che, pur facendo specifico riferimento alle persone over ’50, guardano al contesto generale. «Nel Manifesto si chiede la ricostituzione di un luogo certo del dialogo sociale: un intergruppo che si occupa dell’invecchiamento della popolazione e della solidarietà tra le generazioni. I membri italiani eletti dovranno, almeno uno per gruppo, rendersi disponibili a sollecitare tale ricostituzione e parteciparvi attivamente. È questo il luogo in cui le organizzazioni di rappresentanza potranno fare sentire la loro voce e i parlamentari potranno formulare proposte che attengono in particolare alle persone anziane: salute, assistenza, vivibilità ambientale, sicurezza, valorizzazione nel contesto economico e sociale». A coordinare Age Platform Italia è Elio D’Orazio.

Se vuoi leggere l’articolo completo,
invia una mail: info@vitaesalute.net

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