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IL MIO ALLENATORE SEGRETO

IL MIO ALLENATORE SEGRETO

«Non è un mio assillo, nel senso che vivo con molta serenità l’idea di quella prospettiva. Il mio scopo continuerà a essere uno solo: parlare di Cristo agli altri e dei valori che ci ha trasmesso per contribuire nel mio piccolo a rendere questo mondo un posto un po’ migliore. E sarà lui a farmi capire in quale ambito o contesto potrò farlo. Se devo esprimere un mio desiderio, mi piacerebbe continuare a operare nel mondo del calcio, possibilmente rimanendo alla Juve stessa, un ambiente che considero adatto e sensibile ai valori che sto vivendo. Ma è comunque un problema secondario; confesso che non mi dispiacerebbe affatto un’esperienza missionaria in Africa, dove sicuramente c’è tanto da fare».

«Missione Possibile»
Quest’ultima affermazione non ci coglie di sorpresa. Nicola è impegnato attivamente su questo fronte; è infatti testimonial dell’Organizzazione non governativa «Missione Possibile», che si occupa di dare sostegno tangibile ai popoli più in difficoltà. «Una cosa posso dirla con certezza, continua il difensore della Juve, «a differenza di Kakà, non studierò per diventare pastore evangelico, non credo di averne le caratteristiche».
La schiettezza e la semplicità del nostro calciatore emergono palesemente quando gli ricordiamo di quel «premio» vinto nel 2003: il bidon d’oro, assegnato da una giuria di giornalisti prestigiosi al giocatore più deludente della stagione, a cui fa però da contraltare un riconoscimento recente attribuitogli dai giornalisti di tutta Europa, che lo hanno giudicato quarto miglior giocatore del continente in termini di margini di miglioramento nel 2007. «Mi ricordo molto bene il bidon d’oro, fu una vera mazzata. Quest’ultimo riconoscimento, lo scopro ora, perché non ne sapevo niente… Certo che è un peccato». Scusi? «Sì, potevo almeno essere sul podio!».
L’immagine più vera dell’uomo Nicola Legrottaglie è forse tutta in quest’ultima battuta ed è difficile non provare una naturale simpatia per la persona, per la sua capacità di smitizzare e di essere lieve. Fino a consegnarci un’ultima considerazione: «Un riconoscimento del genere non ti lascia indifferente e dico sinceramente che mi fa molto piacere. So però di non dover ringraziare me stesso, ma il mio Allenatore segreto».   È un venerdì soleggiato ma freddo, allo Juventus Center di Vinovo, a pochi chilometri da Torino. Un centro sportivo all’avanguardia, che si distingue per dimensioni (nove campi di allenamento, di cui due al coperto), bellezza e funzionalità della struttura, ma che colpisce in particolare per sobrietà e stile. Stile piemontese, ovviamente.
L’appuntamento è con un giocatore della Juventus, non tanto e non solo per la celebrità del personaggio, ma per la sua storia originale.
L’allenamento termina in prossimità dell’ora di pranzo, gli atleti si recano alle docce e quando si presenta Nicola Legrottaglie, siamo più prossimi alle ore 14 che alle 13.30, ora stabilita per la nostra intervista. Si insinua un timore ovvio e comprensibile: Sarà stanco e avrà voglia di andare a mangiare, forse dovremo fare un incontro più veloce del previsto. «Salve Legrottaglie, quanto tempo può dedicarci?»; «Tutto quello che volete, non ci sono problemi». Il ghiaccio non è rotto, si è proprio sciolto.

Carriera in chiaro/scuro…
Nicola Legrottaglie è un calciatore la cui carriera si potrebbe definire schizofrenica; sembra destinata ai massimi livelli dopo le stagioni in serie A con la maglia della squadra rivelazione Chievo Verona. Arriva anche l’esordio con la nazionale, nel 2002 contro la Turchia; la critica lo considera un difensore dal sicuro rendimento. Legrottaglie è addirittura motivo di contesa al calciomercato tra due società importanti come Roma e Juventus. La spunta quest’ultima, che si garantisce le prestazioni del calciatore a partire dalla stagione 2003. Insomma, una strada apparentemente in discesa. E poi? «Succede che le cose cominciano ad andare non più tanto per il verso giusto», sottolinea Legrottaglie. «Qualche partita sbagliata, le prime critiche, la perdita di sicurezza nei propri mezzi e anche la comparsa di una pubalgia che mi penalizza non poco dal punto di vista fisico».
Ma non si tratta solo di questo e non fa fatica ad ammetterlo: «Quando arrivi ad alti livelli in questo mondo devi avere la testa molto a posto perché altrimenti rischi di perdere il senso della realtà: i soldi, la fama, la sensazione di poterti permettere qualunque cosa. Oltre ai problemi oggettivi, in quel periodo ci ho messo molto del mio, trascurando alcune delle regole fondamentali per un’atleta. Mi capitava spesso di fare tardi in discoteca, talvolta andando fino a Milano, dove ci sono i locali più trendy; ricordo anche, in un paio di circostanze, di avere ecceduto con l’alcol. Inoltre ero alla ricerca quasi malata di donne, non riuscivo a resistere tanti giorni senza incontrarne una».
È l’inizio di un tunnel, personale e professionale; prima osannato, adesso bersaglio preferito di critica e tifosi, con la società che dimostra di non aver più molta fiducia in lui.
Pur rimanendo proprietà della Juventus, Legrottaglie passa da una squadra all’altra, scendendo anche in serie B. Una delle ultime destinazioni è il Siena, forse anche una delle ultime occasioni, con una reputazione tutta da riguadagnare. «Siena rappresenta una fase importante della mia vita di atleta, ma soprattutto di uomo, perché è lì che faccio l’incontro in assoluto più determinante». A questo punto verrebbe in mente una figura chiave del mondo del calcio. In realtà non è una persona di quel mondo. E nemmeno, a dire il vero, di qualsiasi altro. Il suo riferimento ci spiazza con la forza della sua naturalezza: «Questa persona si chiama Gesù».

A Siena la rinascita
Trovarsi davanti a un personaggio famoso che si può dire dalla vita abbia avuto molto, nonostante le difficoltà, e ascoltare una dichiarazione del genere, senza traccia di misticismo o di fanatismo, ma animata da una profonda convinzione, non è una situazione comune. Viene voglia di approfondire, di scavare, di provare a capire meglio. «Il fatto è che a Siena», ci spiega Legrottaglie, «incontro un calciatore paraguayano, Tomàs Guzman, il quale un giorno mi chiede se credo in Dio. Gli rispondo di sì, perché da piccolo mia madre mi portava alle riunioni della comunità evangelica che frequentava, mi ha insegnato a pregare e ad amare Cristo. Con Guzmàn ho iniziato un percorso, cominciando a leggere con regolarità la Bibbia. Ho conosciuto veramente Gesù, ho cercato di capire cosa vuole da me e provo, nonostante tutti i miei limiti, a seguirne l’esempio».
Legrottaglie fa parte oggi degli «Atleti di Cristo», un movimento composto da professionisti di tutte le discipline sportive, che hanno in comune l’amore per Gesù Cristo e il fatto di riconoscerlo come loro Signore e Salvatore. «L’obiettivo del nostro movimento», prosegue il calciatore, «è quello di piantare un seme nell’ambiente in cui operiamo, di essere strumenti di testimonianza, senza alcuna pretesa di proselitismo». Sì, ma come riuscire a mettere in atto questi propositi in un ambiente come quello del calcio professionistico, dove valori come etica, purezza, sobrietà sembrano a volte creare un contrasto stridente. «Le cose non stanno proprio così, talvolta chi giudica dall’esterno si fa influenzare dagli stereotipi. È vero che siamo dei privilegiati e che da un punto di vista materiale non ci manca niente. Però siamo persone e molti miei colleghi si rendono conto di avere bisogno di qualcosa, capiscono che non esiste solo una dimensione materiale nella loro esistenza; e quindi, contrariamente a quanto si pensa, non è così difficile parlare di Dio nel mio ambiente, lo trovo un terreno assolutamente fertile. Anzi, devo dire che spesso mi chiamano miei colleghi di loro spontanea volontà, amici del mondo dello spettacolo, per chiedermi consigli o semplicemente perché hanno bisogno di parlare, di aprirsi».

Violenza dentro e fuori
«La violenza è un qualcosa che purtroppo ci circonda in ogni aspetto della nostra vita, a vari livelli; ritengo utopistico pensare di debellarla, ma credo anche che sia grave alimentarla. Noi calciatori dobbiamo maturare un maggior senso di lealtà e rispetto nei confronti dell’avversario e del pubblico che ci guarda. Personalmente, sono estremamente infastidito dall’atteggiamento simulatorio». Nessuna colpa ai media quindi? «No, quello è un dato di fatto. C’è troppa pressione e troppa esasperazione, manca equilibrio e spesso si va alla ricerca della polemica a tutti i costi. Ma questo non deve far dimenticare che noi calciatori abbiamo un grande potere contrattuale, che però purtroppo non sfruttiamo. Basterebbe essere tutti d’accordo e potremmo rifiutare di scendere in campo, quello sarebbe davvero un bel gol contro la violenza. Ogni componente di questo mondo ha delle responsabilità e bisogna avere il coraggio di dire che anche i tifosi, almeno certi tifosi, quelli diciamo più caldi, dovrebbero pensare solo a sostenere la squadra del cuore e non metterti alle strette; alcuni hanno invece la pretesa di volersi sostituire ai dirigenti, di ricoprire un ruolo che non compete loro. Rispetto ai tifosi violenti, io ho un’opinione che forse può far discutere, ma penso che non meritino alcuna pubblicità, non se ne dovrebbe parlare. Loro si alimentano dell’importanza che gli si attribuisce, della ribalta mediatica, molto meglio ignorarli».

Bibbia e Nazionale
Viene naturale chiedersi se la «rinascita» professionale sia figlia di questa esperienza di fede vissuta a 360 gradi. «Ritengo proprio di sì, perché è inutile nasconderlo. Oltre il problema della pubalgia ci ho messo molto di mio: una vita non sempre da atleta, una troppo alta considerazione di me stesso, una cura a volte esasperata dell’apparenza». L’assist è troppo ghiotto per non approfittarne: Ma quanto è cambiato il suo stile di vita? «Molto. La lettura della Bibbia mi ha aperto gli occhi su tante cose e come dicevo prima mi ha fatto capire cosa ci chiede Dio. Una volta compreso che il nostro corpo è sacro, ho cercato di dedicargli ancora più attenzione e questo mi ha favorito anche in prospettiva calcistica».
Legrottaglie trasmette una sensazione particolare. Ci si trova davanti a un professionista estremamente serio, che vive con passione il calcio e che ha legittime ambizioni, ma contemporaneamente pare un alieno rispetto a questo mondo e in fondo ti lascia la sensazione di affrontare il tutto con animo molto leggero. «Beh, se devo essere sincero oggi non mi riconosco nel Legrottaglie di qualche anno fa: ero permaloso, vendicativo e reagivo spesso con veemenza. D’altronde, se non fosse cambiato questo mio atteggiamento tutto quello di cui ho parlato finora sarebbe solo aria fritta. Però ammetto che critiche e apprezzamenti non mi lasciano indifferente, tutt’altro. Faccio questo sport con tanta passione e desidero dare il meglio e spero di raggiungere traguardi importanti. Ma non voglio farmi condizionare dallo stress, perché il mio scopo nella vita è un altro e per questo cerco il più possibile di estraniarmi dalle pressioni».
Questa rinascita è testimoniata anche dal fresco rinnovo di contratto, che gli garantisce un futuro in maglia bianconera fino al giugno del 2010 e dalla convocazione in nazionale in questi giorni.   Era considerato un giocatore finito. Ora la rinascita, grazie a una svolta importante nella sua vita. La scoperta della fede. Che gli ha trasmesso una carica in più.

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