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Il Ritorno Della Canapa Buona

Il ritorno della canapa buona

Associata solo alla droga, la pianta in realtà potrebbe rappresentare un materiale rivoluzionario per edilizia, abbigliamento e alimentazione.

Appena si sente pronunciare la parola «Cannabis» i più si mostrano allarmati perché il nome richiama alla mente una droga da cui occorre tenersi alla larga. Un qualcosa di trasgressivo, pericoloso per la salute e sanzionato dalla legge. E che ci sia allarme, è giustificato. In Italia, lo spinello è un rito che coinvolge ormai 4 milioni di persone. È un consumo trasversale: avvocati, medici, notai, idraulici, camerieri, disoccupati, studenti. Ecco il popolo radiografato dall’ultimo rapporto Onu. Che cosa ci dice? Che il nostro paese, pur con una crisi economica che non fa ripartire l’economia e vede tutti i nostri indici economici di crescita ai minimi storici, in Europa un record lo ha fatto registrare: siamo noi quelli che hanno consumato più cannabis nel 2011, addirittura il 14,5 per cento. In quale fasce di età? E qui arriva il dato ancora più sorprendente: si va dai 15 ai 65 anni. In realtà, «bacchettano» i botanici, quando si parla di canapa, si fa una grossa confusione perché non si conoscono le caratteristiche di questa specie. La ragione? È più esatto parlare di «canape». Perché tutti i prodotti che sono, in genere, riuniti sotto il nome di Cannabis derivano dalla pianta della canapa (Cannabis sativa). La marijuana (erba, ganja, ecc.), si ricava dalle infiorescenze della pianta (femmina non impollinata), tutti i vari tipi di hashish (marocchino, cioccolato, nero, ecc.) provengono, invece, dalla lavorazione della resina prodotta dalla pianta; l’olio, infine, deriva dalla distillazione della resina.

Da non confondere
Chiarendo ancora di più, c’è la Canapa Indica, quella utilizzata a partire dal  ’68 per sballarsi e che tanti allarmi crea per la sua pericolosità, e la Canapa sativa, impiegata per usi produttivi. «La reputazione largamente immeritata della cannabis come droga nociva nell’uso ricreativo e le conseguenti restrizioni legali hanno ostacolato il suo impiego medico e la ricerca scientifica. Come risultato, la comunità medica è diventata ignorante in fatto di cannabis ed è stata sia un agente, sia una vittima, nella diffusione di informazioni sbagliate e di miti terrificanti», ricorda Lester Grinspoon, professore emerito di psichiatria dell’università di Harvard.
Un ulteriore dato. A produrre l’effetto sballo dell’Indica è il Thc, tetraidrocannabinolo, la principale sostanza psicoattiva della canapa. Ma c’è chi studia per eliminarlo: è uno scienziato italiano. «Dopo tanti anni siamo riusciti a creare la prima varietà selezionata nella quale abbiamo completamente rimosso il Thc. Si tratta di un risultato notevole perché potrebbe aprire una nuova fase nella reintroduzione della pianta in Italia», ha dichiarato Gianpaolo Grassi che alla periferia di Bologna conduce il Centro di ricerca sulle colture industriali e si occupa dello studio della canapa, con l’obiettivo di distinguere un’innocua e utilissima pianticella da un’altra, individuare quale è adatta per scopi, del tutto nella legalità, e quale, invece, va a finire in una «canna».

Quando l’Italia era al secondo posto
Grassi parla di reintroduzione della sativa in Italia. Perché? Da noi, la sativa ha avuto un passato glorioso già a partire dal 1455, cui ha fatto seguito un declino improvviso. Da quel periodo, fino agli inizi del Novecento, l’Italia è stata la seconda produttrice mondiale di canapa, subito dietro la Russia. In più, la maggior parte della produzione della sativa veniva esportata. E non è tutto. Si tratta della prima pianta da fibra a essere coltivata, agli albori dell’agricoltura, perché la sua crescita è rapidissima e non appena lavorata si trasforma in una vera e propria miniera di possibilità produttive: per fare case, mattoni, carta, stoffe, olio, farina, cosmetici, medicinali, biocarburanti, telai per autovetture. Lo sapevate che la canapa è stata usata per stampare la prima Bibbia di Gutenberg? Per redarre la dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti? Per tessere le vele delle navi dei Fenici e delle caravelle di Cristoforo Colombo?
Nel nostro viaggio alla scoperta delle «canape» abbiamo appreso qualcosa di insospettabile. Qualcosa che non costringe, finalmente, a confrontarsi solo con la Bossi-Giovanardi, la legge sulle droghe del 2006. «Ci occorre una pianta che cresce con poca acqua, aiuta il terreno a recuperare fertilità e contiene sostanze con potenzialità terapeutiche che stiamo appena iniziando a conoscere», sottolinea sempre Grassi.
Lo scienziato emiliano, da anni, sta cercando in tutti i modi di spiegare quali sarebbero i vantaggi economici per il territorio di un ritorno alla coltivazione della canapa in Polesine e vede con favore il fatto che la regione Toscana abbia dato il disco verde, con una legge regionale, all’utilizzo dei farmaci a base di cannabinoidi per la terapia del dolore e per altre cure come la sclerosi multipla.
In Salento, a Racale, è nata, lo scorso gennaio 2013, la prima Associazione per la coltivazione della canapa a scopo terapeutico. L’obiettivo è aiutare i malati, evitando che per comprarla debbano far ricorso al mercato gestito dalla criminalità organizzata. Sempre in Puglia gli usi alternativi della canapa sono ormai diventati una realtà. Così, CanaPuglia è il progetto vincitore di «Principi attivi» che da un paio d’anni promuove la coltivazione di Cannabis sativa – l’associazione opera a Conversano – e soprattutto il suo utilizzo nel settore tessile e nell’alimentazione.
Due ultime notazioni. Nella prima metà del novecento, Henry Ford, realizzò il primo carburante a base di canapa. L’ideatore dell’automobile aveva creato un distillato alla canapa per alimentare la sua «Hemp Body car», un’auto con la carrozzeria in fibra di canapa. Un connubio da impatto zero, all’avanguardia anche per i nostri tempi. Il prototipo fu realizzato nel 1941 e l’inquinamento non rappresentava il problema che è diventato oggi. Un unico neo: l’auto non entrò mai in produzione: i potentissimi trust del petrolio e dell’acciaio fecero di tutto per affondare un’idea che era in netto contrasto con i loro interessi. Una considerazione va però fatta: pensate quanti vantaggi avrebbe avuto l’ambiente e il cittadino nel non fare benzina a partire dal 1941?

Ci puoi fare un’auto
Ma quando le idee sono buone può succedere che tornino a «galla». Così un’industria canadese sta «ridimostrando» che a partire dalla canapa si può fabbricare l’automobile. È la vendetta di Ford. È stata chiamata Kestrel e potrebbe rappresentare l’ultima novità in fatto di bio-automobili. La Motive Industries di Calgary, Alberta, con la canapa ha realizzato tutta la carrozzeria. La casa automobilistica canadese ha creato un veicolo integralmente a impatto zero visto che la Kestrel è anche alimentata a energia elettrica.
Infine la Bioedilizia. Al «Made Expo 2012»” di Milano, l’azienda italiana Equilibrium ha presentato la sua casa 100 per cento biologica, progettata dall’architetto Aldo Cibic, con Tommaso Corà e Michele Cecchetto, e costruita in legno, calce e canapa. Si tratta di 70 metri quadri costruiti con il Natural Beton: biocomposito in canapa e calce, che ha dalla sua diverse caratteristiche innovative: un’alta capacità isolante, bassa energia incorporata e capacità di assorbire CO2 dall’atmosfera. Questo Biomattone si ottiene combinando il truciolato vegetale di canapa – derivato dalla lavorazione dello stelo della pianta – con un legante a base di calce idrata e additivi naturali.


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