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IMMONDIZIA DA FAVOLA

«Di una cosa dobbiamo renderci conto, il mondo non appartiene a noi ma alla generazione che seguirà la nostra. Noi l’abbiamo avuto in prestito e loro, a loro volta, lo dovranno rendere ai loro figli. Dunque, rispettare la Terra è anche un atto d’amore, non retoricamente rivolto alla natura in sé, ma verso chi abbiamo generato. Inutile negarlo, il Pianeta è stato strizzato come un limone e ormai di succo per il domani non ne restano che poche gocce. L’imperativo, allora, è di frenare la produzione dei rifiuti e dell’inquinamento dell’ambiente per far riacquistare un minimo di stabilità al sistema». Questo è l’accorato appello di Stefano Montanari. È ricercatore, Direttore scientifico del laboratorio nanodiagnostics di Modena.
Il dottor Montanari, insieme alla moglie, il bioingegnere Antonietta Morena Gatti, svolge ricerche a livello internazionale sulle nanopatologie. Lo abbiamo intervistato in esclusiva per i nostri lettori.
Un ricercatore di nanopatologie racconta…
Dottor Montanari l’Europa e il mondo si chiedono sconcertati cosa succede a Napoli
«A Napoli c’è una “emergenza” che è stata allestita con estrema pazienza da almeno una ventina di anni. Una “emergenza” costruita ad arte».

Che cosa si doveva fare?
«Che l’Italia non approvasse la legge sui CP6 che da noi, non a caso, è stata illegittimamente varata».

Di cosa si tratta?
«È un impianto normativo che ci è stato imposto dalla Comunità europea e con il quale si obbliga l’Italia a destinare il 7 per cento della bolletta energetica per implementare, studiare, mettere in opera, utilizzare in maniera migliore tutte le fonti di energia rinnovabile. Che sono essenzialmente il sole con tutti i suoi risvolti. Per esempio, il vento, perché il vento c’è grazie al sole; la forza idroelettrica, cioè le cascate che possiamo ammirare grazie ai raggi solari che fanno evaporare l’acqua e la portano in senso contrario alla gravità; e il geotermico che sfrutta il calore della terra e che racchiude in sé un’energia termica che noi possiamo utilizzare».


Che cosa non va?

«Noi, furbescamente, abbiamo inserito alla dizione “energie rinnovabili” una piccola, machiavellica aggiunta “e assimilate”. Incredibile, ma vero, abbiamo assimilato i rifiuti, cioè l’energia che si ricava bruciando i rifiuti, e non solo. Nella partita è entrata a pieno titolo l’energia che si ottiene bruciando ciò che residua dalla distillazione del petrolio, quello che normalmente si chiama “pet coke” cioè petrolio in coke, la parte più vile del petrolio, frazione che normalmente si butterebbe. Questa cosa è illegittima: nulla di tutto ciò è energia rinnovabile. La Comunità Europea non ha condiviso il trucco e ci ha inoltrato notifiche di infrazione e richiamo. Ma noi continuiamo a tirare avanti per la nostra strada, versando agli inceneritoristi e ai petrolieri qualcosa come 44 miliardi di euro per questo giochetto. L’affare è molto ghiotto ed è facile capire che nessuno di questi personaggi è disponibile a rinunciare a un bottino così lussuoso».


Dunque, tutte le cose che si dicono in televisione sui rifiuti sono più una sceneggiata che vera informazione?
«Sì. In pratica, si è ammucchiata immondizia ovunque, per anni, fino a quando la situazione è diventata impossibile da controllare. Ciò è servito per allestire la finta emergenza, e, si sa, noi italiani di fronte all’emergenza cominciamo a strillare, a piangere, a fare anche noi sceneggiate incredibili e ora tutti sono convinti che non si possa fare a meno di incenerire e bruciare i rifiuti, senza rendersi conto della tragedia che causa l’incenerimento».

Termine equivoco
Si fa un gran parlare di termovalorizzatori per risolvere il problema. Può parlarcene?
«Intanto termovalorizzatore è un termine che la Comunità europea ci fa espresso divieto di usare perché è fuorviante. È fuorviante perché con il calore, termo, non si valorizza proprio niente, anzi si toglie un valore. Cosa fanno i termovalorizzatori? Prendono i rifiuti e li bruciano ricavando da questa combustione energia. È chiaro che quando si brucia un materiale, si ottiene un’energia termica che poi si può far diventare energia elettrica. La cosa è nota da tempo immemorabile».


E allora cos’è che non va?
«C’è che per bruciare i rifiuti si bruciano materiali che hanno un valore. Se questi stessi materiali fossero riutilizzati si ricaverebbe un valore immensamente superiore a quello che si ottiene bruciandoli. Mi spiego meglio. Prendiamo come esempio una bottiglia di plastica. Per costruirla è stato necessario distillare petrolio che è un fossile e così anche la bottiglia di plastica è omologabile a un fossile. Il procedimento è lungo, dispendioso ed energivoro: distillare petrolio, ricavarne una porzione adatta per fare questo tipo di lavorazione, applicare numerosi processi chimici, utilizzare una fabbrica, fare scaldare il petrolio per renderlo molliccio, poi gonfiarlo per dargli la forma della bottiglia. Insomma, abbiamo consumato così tanta energia che quando andiamo a bruciare la bottiglia ricaviamo una frazione infinitesima dell’energia che abbiamo impiegato per fabbricarla. Di contro, se noi riutilizzassimo quella bottiglia almeno un’altra volta risparmieremmo, da subito, metà dell’energia utilizzata per costruirla. È un po’ come se noi avessimo una tavola di Giotto, un bella tavola di legno, e possiamo decidere di venderla alla National Gallery oppure bruciarla per cuocerci sopra due uova. Noi oggi decidiamo di bruciarla. Ovviamente sto estremizzando ma le cose stanno proprio così. Più logico sarebbe dire che bisogna produrre, alla fonte, meno rifiuti e riciclare i materiali, anche perché i termovalorizzatori sono una fonte d’inquinamento formidabile».

Un grande paradosso
C’è addirittura chi sostiene che con i termovalorizzatori aumentano i rifiuti. È vero?
«La questione è che si deve rendere produttivo l’impianto che si è costruito. Allora si deve forzatamente bruciare, perché se non si brucia, l’impianto non rende. Nel Belpaese più si brucia e più c’è qualcuno che guadagna. L’incremento rifiuti su questa strada diventa un imperativo, altrimenti accade quello che sta capitando oggi in Germania. In quel paese, tra la fine degli anni Settanta e primi anni Ottanta, sono stati costruiti molti inceneritori proprio per la filosofia del bruciare. Ma i tedeschi si sono accorti dell’errore e hanno cominciato a produrre sempre meno immondizia, meno rifiuti e questi inceneritori sono rimasti senza lavoro. C’è poi da osservare, e non è cosa da poco conto, che mentre in Italia l’inceneritore è sostenuto illegittimamente dallo Stato, in Germania l’inceneritore è privato. Vista la situazione, l’inceneritorista tedesco si è messo a importare rifiuti dall’estero, e nello specifico dalla Campania».

L’esperienza tedesca non ha insegnato nulla, visto che i politici chiedono a gran voce i termovalorizzatori.
«Certo che no, anzi si deve giocoforza incrementare la quantità di rifiuti che si producono perché questi signori, altrimenti, non guadagnano. Ecco perché i politici fanno di tutto perché crescano i rifiuti. Faccio un esempio. La Sardegna è una regione che più o meno ha gli stessi abitanti di Milano, e produce una certa quantità di rifiuti. Già sono presenti un paio di inceneritori abbastanza piccoli, ora però si vuole costruire un inceneritore enorme che sarà in grado di bruciare il doppio dei rifiuti che vengono prodotti in Sardegna. L’Italia è l’unico paese tra quelli che si dichiarano civili ad avere i rifiuti in aumento, mentre tutti gli altri li hanno in forte diminuzione. Lo ripeto, una politica seria e onesta può essere basata esclusivamente sulla riduzione alla fonte della produzione dei rifiuti».

Che differenza intercorre fra inceneritore e termovalorizzatore?
«Dall’inceneritore non si ricava energia, ma il funzionamento è lo stesso per entrambi. Il termovalorizzatore funziona semplicemente a temperature più elevate e così rilascia meno diossine. Le diossine sono 75, tutte diverse, ma quelle con quattro atomi di cloro dentro come a Seveso, sono quelle che hanno dato tanti problemi anche in Vietnam. In pratica si è puntato a far calare la quantità di diossine all’interno dell’inceneritore elevando la temperatura di esercizio, anche se con questa operazione aumentano infinitamente le nanopolveri. Le nanopolveri sono tragiche. I termovalorizzatori producono queste ceneri che sono polveri incomparabilmente più tossiche di quelle dei vecchi inceneritori, cosa che però non viene mai detta. Le nanopolveri sono polveri che hanno addirittura una grandezza di 0,001 micron, sono delle PM 0,001, di dieci nanometri di dimensione, sono piccolissime e sono miliardi di volte più numerose delle particelle che erano prodotte dai vecchi inceneritori».

Che effetti hanno sull’uomo?
Sono micidiali, possono addirittura penetrare nel nucleo delle cellule e diventare genotossiche, quindi andare a rovinare il Dna provocando malformazioni, come quelle fetali. In più possono presentarsi cancro, malattie cardiovascolari, malattie del sistema endocrino. È comparsa addirittura una nuova patologia, la malattia del seme urente. Capita che le nanoparticelle finiscono nello sperma e quando si ha un rapporto sessuale lo sperma ustiona il canale vaginale della partner e si sviluppano delle piaghe, ulcere estremamente dolorose e sanguinanti. Ulcerazioni che sono ribelli a qualsiasi trattamento sia farmacologico sia chirurgico: dopo due giorni tornano come prima».

E i filtri che dovrebbero proteggerci da queste nanoparticelle?
«Sì, dovrebbero, ma la cosa è più complicata. Per capire occorre sapere come si formano le polveri. Ci sono tre tipi di polveri. Delle prime, le polveri primarie filtrabili, si riesce a catturare soltanto una parte, la più grossolana perché i filtri catturano le particelle grosse che pesano immensamente più delle piccole. Una particella da 10 micron di diametro, e sono quelle che i filtri catturano, pesa la bellezza di un milione di volte più di una particella che vediamo noi con il nostro microscopio. Questo significa che se io catturo una particella di quelle e nello stesso tempo ne lascio passare un milione delle altre che sono ben più tossiche, già a questo punto l’efficienza dei filtri non è più al 99 per cento come si dice ma la proporzione è più che invertita. Le altre particelle sono le primarie condensabili, attraverso il filtro passano elementi in fase gassosa e diventano particella soltanto dopo il filtro. Dunque, per queste il filtro è completamente inutile. Il terzo tipo di particelle si chiamano secondarie e si formano anche a qualche chilometro di distanza dal camino, perché sono forme di condensazione tra i gas organici e inorganici che escono dall’inceneritore. Ne sono stati individuati circa trecento di questi gas organici ma in realtà ce ne sono molti di più».

I filtri una volta usurati che fine fanno?
«Il problema è serio. Una volta catturate queste polveri cosa ne facciamo? Dove le mettiamo? Sono semplicemente ributtate nell’ambiente».

Si dice che l’alternativa sia la tecnologia a freddo. Di cosa si tratta? Si può applicare da subito?
«Di questi impianti ce ne sono parecchi in giro per il mondo, con i quali si può recuperare il 70 per cento dei materiali in ingresso. In Italia se ne segnalano due: credo uno in Piemonte e uno in Liguria. Con sistemi di intercettazione tecnologici si possono infatti recuperare i metalli, la carta, il vetro, le plastiche, attuando un trattamento anaerobico-aerobico della frazione organica. In discarica non finisce più del 30 per cento della frazione residua formata da inerti. Le potenzialità inquinanti sono ridotte del 90 per cento. Un impianto così è in funzione a Sidney (Australia) dal 2004 (www.wsn.com.au). Ovviamente non trovano larghi consensi perché non ci sono incentivi per realizzare queste strutture».

Mi sembra di capire da quello che lei sta dicendo, che non c’è un’educazione al rifiuto?
«È così. Pensi che la città di Berlino in sei anni ha dimezzato le quantità di rifiuti prodotti. Semplicemente perché alla gente si è fatto capire, e senza sforzo, che non si può vivere nell’immondizia. Allora si è cominciato a smettere di usare i sacchetti di plastica, dalla merce sono stati eliminati la maggior parte degli imballi inutili, si sono riutilizzati gli oggetti senza buttarli via a caso, si va a fare la spesa con la sporta, si evita l’acquisto di prodotti usa e getta, si acquistano detersivi e dentifrici alla spina o a vuoto a rendere, al posto della plastica si ricorre a vetro, carta, cartone, si fa il compostaggio domestico e c’è la raccolta differenziata “porta a porta”».

Quindi anche a livello produttivo, nel momento in cui si pensa a un oggetto bisognerebbe progettarlo in maniera diversa?
«Un prodotto che non è riciclabile o in qualche modo riutilizzabile è frutto di una cattiva progettazione. È progettato in maniera erronea. Oggi abbiamo tutte le tecnologie possibili per produrre materiale assolutamente compatibile con l’ambiente. Noi come persone e l’industria siamo completamente diseducati a ciò, non ci rendiamo conto che la barca è quella e una volta che abbiamo riempito di rifiuti questa barca, arrivederci a tutti».

In Italia ci sono impianti modello?
«Purtroppo no. Pensi che gli inceneritori li stanno abbandonando in tutto il mondo, in America sono tredici anni che non li costruiscono più, in Germania vanno ormai in disuso anche i termovalorizzatori. Il motivo? Semplice, si sono accorti che conviene dal punto di vista energetico recuperare il materiale, visto che così facendo si risparmia almeno dieci volte tanto».

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