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INTERVISTA A CARLO NESTI

INTERVISTA A CARLO NESTI

«Il calcio è una sorta di metafora della vita. Siamo tutti calciatori di un grande match quotidiano. Ci muoviamo e corriamo tra le grida che arrivano da fuori, ma anche da dentro di noi. In questo stadio infuocato, percorso da voci contrastanti, spesso siamo distolti dai nostri veri obiettivi e valori. E così dalla panchina arrivano le indicazioni dell’allenatore Gesù. Dovrebbero aiutarci a ritrovare la giusta posizione in campo, a ristabilire i collegamenti con i compagni di reparto. Il problema è che la sua voce spesso è soffocata dal frastuono generale. Non facciamo silenzio nel nostro spirito e, anche se ci dichiariamo credenti, spesso dimentichiamo che Dio esiste, per cui alla fine non lo ascoltiamo per niente, compiendo azioni incoerenti con i suoi principi», racconta
Carlo Nesti, 54 anni, dai più conosciuto come il telecronista sportivo di tanti incontri di calcio, soprattutto il testimone dei numerosi successi della Nazionale under 21, più volte vincitrice del titolo europeo.
A fianco della sua tradizionale attività, Nesti ha sentito anche il bisogno di riflettere e contemplare il «suo» campo di calcio e che cosa ha da dirgli di così importante questo allenatore speciale. Da questa riflessione ha tratto un libro, Il mio psicologo si chiama Gesù (Edizioni San Paolo, pp. 108, euro 9,50), giunto in pochi mesi alla sesta edizione. «Gesù è lo psicologo, come un allenatore lo è per i calciatori. Che li aiuta quando sono in un momento di crisi, li incita a migliorarsi e a dare il meglio di sé», sottolinea Nesti.
Quindi per lei cosa significa stare bene?
«Ho capito sempre di più che la salute è un concetto che non vede il fisico separato dalla mente. La salute dell’uno dipende dall’altra. E viceversa. L’attività del cervello in particolare è determinante per il benessere generale. Da quando mi sono avvicinato alla lettura dei Vangeli e della Bibbia, oggi mi vedo come diceva Gesù: sono anch’io un malato ma l’importante è compiere un percorso di consapevolezza e costruire con Dio un rapporto di fiducia che mi aiuterà a rialzarmi ogni volta che cadrò».
Nel passato come affrontava la vita?
«Considerando sempre il bicchiere mezzo vuoto. Tendevo a mettere in risalto gli aspetti negativi della realtà e questo, come dicevo prima, influisce sulla qualità dell’esistenza generale e sulla tua salute».
 
Il gioco dei contrasti
Nel suo libro gioca molto con i valori antitetici. Per esempio, il contrasto tra superfluo e necessario. In effetti, non avverte un certo disagio a essere testimone di un ambiente come il calcio, per antonomasia luogo di eccessi e di guadagni ben oltre il limite del superfluo?
«Io amo il gioco del calcio. Per me tutto si concentra tra il fischio di inizio e quello finale di una partita. Tutto ciò che ruota attorno, i talk show, i dibattiti e pettegolezzi, non mi riguardano e non mi piacciono. Non amo il chiacchiericcio che viene montato dall’uso continuo della moviola, che falsa la visione di insieme della partita. Mi infastidisce quando si vuole invadere la privacy dei calciatori. Per esempio, quando ero inviato della trasmissione Rai “Il processo del lunedì”, in una puntata dovetti occuparmi di Maradona che già a quel tempo si sospettava avesse diversi problemi personali. Mi sentii molto a disagio a dover svolgere quel compito.
Io riprendo il giusto rapporto con questo sport quando gioco la sera a calcetto con i miei amici. In quel caso ritrovo la dimensione “normale” di un gioco, quella che dovrebbe essere vissuta dai bambini, nella sua spontaneità e, in fondo, ingenuità, ma anche come occasione di salute per il fisico e la mente».
E poi c’è il contrasto tra ricerca della vittoria a tutti i costi e la riscoperta della cultura della sconfitta.
«Proprio nei Vangeli, nel discorso delle Beatitudini di Gesù, si parla di beati coloro che sono nella tristezza. Mi piace pensare che Gesù si riferisse anche a chi ha subito una sconfitta nella vita. Si può imparare qualcosa in più quando si perde piuttosto che quando si vince, e questo può essere vero anche per chi non è credente. Certo, la vittoria ci dà soddisfazione, ma è temporanea, non assoluta. Specialmente di fronte a Dio, la sconfitta può diventare un’occasione di crescita personale formidabile».
Trasferendo queste considerazioni nel calcio?
«Dal dopoguerra in poi, in Italia ci trasciniamo la questione di come costruire una cultura sportiva; cultura che dovrebbe nascere soprattutto a scuola. Ma ancora oggi si discute di ora in più o in meno di educazione fisica. Siamo quindi ancora lontani dalla soluzione. Mi piace a questo proposito ricordare l’esempio di Don Bosco che creò l’idea dell’oratorio come spazio per crescere e maturare, partendo anche dal gioco e dallo sport. Nel mio sito internet ho scritto: “Noi siamo l’oratorio del web”, proprio per ricordare questi insegnamenti (vedi www.carlonesti.it)».
Però anche le società calcistiche potrebbero fare qualcosa di più.
«Anche qui non bisogna cadere nella tentazione di demonizzare tutto. Il calcio se vuole sa veicolare valori positivi. Per esempio, la Lega Calcio propone durante le domeniche, prima delle partite, temi di sensibilizzazione sociale, come recentemente è accaduto con la raccolta di fondi per i paesi terremotati dell’Abruzzo. Bisogna però ammettere che quando si pensa prima di tutto ai diritti tv e poi ai tifosi negli stadi, si sta effettuando un rovesciamento di valori assurdo. O quando si danno 12 milioni di Euro all’anno a un allenatore…».
 
Consigli speciali
Che suggerimenti le dà il suo psicologo Gesù?
«Mi dice che io sono una persona che valgo. Ma questa consapevolezza me la trasmette senza che io debba ostentare nulla di me. Gesù mi insegna infatti ad avere umiltà, ad avere un’opinione sobria di me stesso. E soprattutto, in lui sperimento l’amore incondizionato».
In che modo parla con lui?
«Fin da bambino amo stabilire un dialogo con Dio e in questa comunicazione ho spesso sperimentato la possibilità di ricevere dei segni che mi indicano cosa è giusto fare o scegliere nella mia vita. In particolare, prego in questo modo: ho stilato un elenco dei miei difetti e li sottopongo a Dio chiedendogli di lavorare sui lati del mio carattere più negativi. Alla fine di ogni giornata valuto quanto sono migliorato».
Una delle ansie che percorrono le persone, anche inconsciamente, è la paura della morte. La possibilità di avere scoperto uno psicologo così speciale, come la aiuta ad affrontare questa insidia?
«Questa angoscia la possiamo superare se consideriamo la morte come un punto di partenza non come tappa finale. Moltissime persone purtroppo non vedono niente dopo la morte. Un credente invece ha ricevuto la bella notizia che dopo questa vita c’è la speranza di vivere in eterno con Dio. Un privilegio, questo, alla portata di tutti».
 
Per saperne di più
Andata e Ritorno
Carlo Nesti nasce 54 anni fa a Torino. Negli anni Settanta viene introdotto nel giornalismo sportivo da Giovanni Arpino. Collabora con testate giornalistiche come Tuttosport e Guerin Sportivo.
Approda in Rai nel 1980 e da quell’anno inizia una lunga carriera che lo vede corrispondente a Torino per gli incontri di calcio che si svolgono nel capoluogo piemontese. Diventa collaboratore di Novantesimo minuto ed è sempre al seguito della Nazionale durante le varie edizioni mondiali di calcio. In seguito è la voce delle telecronache dell’Under 21 nel decennio 1991-2002 periodo che coincide con i numerosi trionfi europei della Nazionale italiana più giovane.
Più recentemente Nesti ha trovato un suo spazio di comunicazione più personale su internet creando il sito www.carlonesti.it dove, come lui stesso sostiene, si possono «confrontare, in assoluta libertà e autonomia, le idee e le proposte, i dubbi e le convinzioni. Presentando un “quotidiano” sensibile alle sollecitazioni della gente».
Per le Edizioni Paoline ha scritto, oltre che ll mio psicologo si chiama Gesù, anche il romanzo Viaggio di ritorno.

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