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INTERVISTA A SABA ANGLANA

INTERVISTA A SABA ANGLANA

Saba Anglana è una cantante italo-etiope. Il suo ultimo album, Biyo, parla di acqua, ambiente, Africa e di ricchezze da salvaguardare. Un’occasione per osservare la realtà attraverso occhi molto speciali

Mettiamola così. Se fossi io a occuparmi di palinsesti televisivi, la inviterei periodicamente come ospite di programmi di informazione e intrattenimento. Le darei spazio per esprimere le sue eccellenti doti artistiche, la farei esprimere senza «parlarle sopra». Anzi, forse le affiderei la conduzione del programma stesso… Magari per scoprire che ci sono donne che sanno coniugare – senza troppo sforzo ­- apparenza e sostanza, etica ed estetica.
Ma io non lavoro in tv. E comunque, sto parlando di una tv dei sogni.
Mi rifaccio allora con V&S, avida di personaggi che abbiano qualcosa da raccontare il più distante possibile dal tele chiacchiericcio svuota cervelli.
Vi sto parlando di Saba Anglana, cantante italo-etiope (vedi box), con brevi esperienze di attrice in tv (La Squadra), doppiaggio, giornalismo. Il suo album recente, il secondo della carriera, si chiama Byio, che in lingua somala significa acqua, ma anche vita.
I temi delle sue canzoni ruotano intorno ai dilemmi del territorio africano, al difficile equilibrio tra ambiente e bisogni primari di sopravvivenza. Ma non solo, anche al significato più simbolico, profondo e spirituale che suscita l’elemento acqua.
Byio è entrato recentemente nella top ten europea della critica giornalistica della world music, a sancire un ottimo successo di gradimento.
Parentesi di percorso

Luogo del nostro incontro è un ristorante ayurvedico vegetariano di Roma. Partiamo bene. In più, quando ci portano una tisana, la sua sottolineatura «Senza zucchero, ovviamente, vero?», mi mette decisamente di buonumore.
La stuzzico subito per saggiarne il tipo di reazione: «le tue esperienze professionali precedenti fanno pensare a tentativi di carriera, a prove tecniche di trasmissione, più che a scelte vere e proprie». Mi risponde con una risata cristallina ed elegante: «Come si dice, sono le esperienze che ti scelgono più che tu a scegliere loro. Un detto che faccio mio. I miei percorsi eterogenei sono tappe di un’identità in costruzione. Non sono alla ricerca di me stessa; io mi sto, semplicemente, formando. Ispirata dalla curiosità. E la mia scelta attuale, è la risultante di tutte le tappe precedenti».
Certo, la scelta non è facile, almeno non è la via più comoda per fare successo di «cassetta». «Anche se poi, Saba, le tue soddisfazioni le stai avendo». «È una forma di appagamento diversa rispetto a quando, una decina di anni fa, firmavo autografi grazie al mio personaggio televisivo. Venivo riconosciuta al ristorante, mi fermavano per strada. Mi identificavano, di fatto, in qualcuno esistente solo nella fiction. Altra cosa è firmare oggi un autografo a chi mi ha ascoltato in un concerto e con il quale si è creata una simbiosi, uno scambio di emozioni che è legato a un’espressione autentica di me. Questo posso definirlo successo».
Ritorno alle origini

In Biyo ci sono ritmi e sonorità tipiche dell’Africa, ma anche innesti di rock, funky, violini classici che si fondono insieme a quello monocorde etiope, il masinko… Saba canta in amarico (la lingua etiope), italiano, inglese, somalo. Le chiedo di raccontare del suo viaggio di un mese e mezzo in Etiopia per produrre l’album. Si accordano bene ai nostri discorsi il sottofondo di colori, aromi, spezie dei vari assaggi che si susseguono al nostro tavolo; dalla zuppa cremosa di farina di ceci, arricchita con zenzero e curry, al riso a base di spinaci e intriso dell’aroma di curcuma, e una salsina di mandorle e yogurt di cui subisco passivamente l’aroma contrastato di coriandolo, comunque piacevole.
«Mia madre mi aveva messa in guardia», sottolinea Saba: “sarà un viaggio difficile, doloroso. Ti confronterai con la povertà di quei luoghi, difficile da sostenere con lo sguardo e con lo spirito”. In realtà, il mio impatto con la popolazione non è stato così amaro».
«Ti sei finalmente confrontata con una parte di te situata in un altro luogo»…
«Ho in realtà scoperto la mia alterità, il non appartenere a un territorio in particolare. I miei tratti somatici ricordano in buona parte quelli etiopi, eppure le persone che avvicinavo, i bambini a cui dicevo nella loro lingua “guarda, io sono etiope”, ridevano e non mi credevano… Ed è vero, c’è tanta gente povera. Ma fammelo dire: c’è anche una ricchezza culturale, una bellezza estetica che non immaginiamo qui in occidente».
In effetti, nel cd di Saba i colori esplodono. Le foto ritraggono i bidoni gialli che le popolazioni portano con sé nei loro pellegrinaggi alle fonti di acqua, per riempirli e riportarli faticosamente a casa. Ma è anche evidente il forte contrasto tra la sua immagine di donna molto curata, quasi patinata, seppur abbigliata con un costume tipico, e i volti, i luoghi ritratti attorno a lei, ben più dimessi e ruvidi. Voglia di paradosso?
Saba mi risponde, questa volta, più seria e quasi punta sul vivo, mentre il sitar che ci fa da colonna sonora non si riesce quasi più ad avvertire sommerso dal vocìo dei commensali che nel frattempo hanno riempito il ristorante. «Ho voluto riportare in superficie un’immagine dell’Africa troppo spesso ignorata. Forse fa comodo pensare a popolazioni dipinte con il gonnellino di banane e le mosche che ronzano loro sulla testa. Le donne etiopi si vestono durante le feste e i matrimoni con abiti eleganti simili a quello che io indosso nella copertina del cd. Portano gioielli d’oro. Mi ha fatto un po’ male sapere che qualcuno mi ha criticato per questa scelta estetica, perché dietro quella critica c’è un pregiudizio culturale che vorrei modificare».

 

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