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LA MEDITAZIONE ANTIDOLORE

LA MEDITAZIONE ANTIDOLORE

Pratiche, tecniche di rilassamento e la preghiera. Attivano aree del cervello che alleviano la sensazione di sofferenza. Le ultime spiegazioni scientifiche

Ridurre o, ancora meglio, eliminare il dolore è uno degli obiettivi della medicina. Lo è certamente per i dolori cronici o quelli particolarmente insopportabili. Anche se l’insensibilità totale al dolore rappresenta un grave handicap, invece di un vantaggio. Un esempio? Il noto chirurgo Paul Wilson Brand (1914-2003), figlio di missionari in India, fece ricerche approfondite sui muscoli e sul sistema nervoso dei lebbrosi che erano fortemente intaccati dai processi degenerativi. Brand scoprì che queste perdite funzionali erano dovute principalmente all’insensibilità al dolore, che portava i lebbrosi a ferirsi, scottarsi o addirittura perdere delle parti molli di carne che venivano mangiate dai topi durante il sonno. Il chirurgo e sua moglie, anch’essa medico, si adoperarono moltissimo per rimediare alle orribili deformazioni dei lebbrosi, in India e, in seguito, negli Stati Uniti. Nel 1993 scrisse un libro che divenne famoso, Pain: the Gift Nobody Wants (Il dolore: il dono che nessuno vuole), citato anche dal Dalai Lama nel suo libro L’arte della felicità.
La resilienza
E sul dolore, legato però alle esperienze traumatiche dell’infanzia, si è confrontato Boris Cyrulnik, figlio di deportati ad Auschwitz, e oggi etologo, psichiatra e psicoterapeuta, scrivendo un bel libro, Il dolore meraviglioso (Frassinelli, pp. 256, € 13,69), in cui ha evidenziato il valore della resilienza, la capacità interiore di superare traumi anche notevoli attraverso la trasformazione delle esperienze negative in positive occasioni di crescita.
Ma una recente ricerca scientifica pubblicata sul Journal of Neuroscience ci parla di un’altra possibilità di affrontare il dolore, riducendolo anche  del 40 per cento con la pratica zen di circa un’ora.
I ricercatori del Wake Forest Baptist Medical Center di Winston-Salem (Usa) lo hanno riscontrato in 15 volontari, novizi nello zen, dopo aver frequentato delle lezioni di «attenzione focalizzata» per imparare a concentrare la mente sul respiro e a eliminare emozioni e pensieri negativi. Grazie a un’apparecchiatura che produceva un calore dolorifico, ne hanno verificato i livelli sia prima che dopo la pratica meditativa. I risultati sono stati sorprendenti: si è abbassata l’intensità del dolore e la spiacevole sensazione che segue la sofferenza.
È significativo che i valori utilizzati nella meditazione zen riguardano la rimozione di emozioni e pensieri negativi attraverso l’attenzione focalizzata e il controllo del respiro. Franco Fabbro, psichiatra e ricercatore nell’area del cervello e della spiritualità, ha scritto che «Studi recenti con le tecniche di neuro immagine hanno evidenziato che il dolore fisico e il dolore psichico si basano sull’attivazione degli stessi circuiti neurali. È noto infatti che un dolore fisico è esacerbato dal dolore psicologico e viceversa. Entrambe le condizioni sono mitigate dal sostegno affettivo di un’altra persona e dalla somministrazione di oppiacei. Le strutture che registrano il dolore provato da un’altra persona, e che sono alla base dei sentimenti di empatia e compassione, sono le stesse coinvolte nella registrazione percettiva e affettiva del dolore (…). Ciò significa che la registrazione del dolore provato da un’altra persona coinvolge le stesse strutture che sono coinvolte nella valutazione del proprio dolore».

*Psicologo

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