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La Tavola Selvaggia, Il Foraging E I Suoi Vantaggi

La tavola selvaggia, il foraging e i suoi vantaggi

Tutti conoscono i vantaggi del biologico.
Già a suo tempo un team di ricercatori dell’università di Newcastle (Inghilterra), dopo lunghe analisi effettuate su frutta, verdura e cereali coltivati con agricoltura biologica, ha riportato che il consumo di questi prodotti assicurerebbe l’equivalente di una o due porzioni di frutta e verdura convenzionali in più al giorno.

Ma che dire dei prodotti cresciuti spontaneamente? Hanno una marcia in più. E insieme al bio rappresentano una grande risposta alle esigenze nutrizionali e dell’ambiente.

Brodo di bosco, riso selvatico all’ortica e foglie di bardana caramellate sono solo alcuni piatti che potrete ritrovare nella così detta «cucina selvatica». È l’ultima tendenza alimentare, più conosciuta come «foraging», che ha come protagonisti ingredienti che arrivano direttamente dalla natura, dai prati e dalle conifere.

È una pratica che ha origini antichissime, che si fregia della caratteristica dell’anti-sedentarietà, perché obbliga a recarsi in ambienti naturali e incontaminati per andare in cerca di cibo selvatico. Niente di astruso. Si tratta di parti di vegetali commestibili.

Una volta che si sono apprese le tecniche di riconoscimento dei vegetali commestibili, fa anche risparmiare e stimola la creatività gastronomica. Ed è anche il metodo migliore per conoscere la natura e avere più rispetto degli ecosistemi.

In molti già conoscono il riso selvatico, una varietà di grano proveniente dal Nord America, dove viene chiamato anche wild rice, canadian rice o water oat, nome con cui si indica la pianta dalla quale il riso selvaggio viene estratto, la zizania acquatica. I suoi vantaggi? Secondo la moderna scienza dell’alimentazione, rispetto ad altre tipologie di cereali, il riso selvatico ha un maggiore contenuto di proteine e fibre, quindi è molto adatto nei regimi carenti di tali componenti.

E che dire dell’avena selvatica? È un nuovo ingrediente della dieta anti-età (anti aging) e per il buono stato del cervello. Lo affermano i ricercatori australiani del Nutritional Physiology Research Centre che hanno infatti trovato nei componenti del cereale selvatico alcune sostanze capaci di migliorare le prestazioni cognitive negli adulti, in particolare negli over 65. L’avena selvatica si è mostrata anche un alleato d’eccezione per mantenere giovane il cervello. Una caratteristica questa da non sottovalutare, visto l’impatto economico e sociale che determina il progressivo invecchiamento della popolazione.
«Negli ultimi anni è in crescita la sensibilità scientifica nei confronti del potere degli alimenti di potenziare le facoltà cerebrali e, allora, proprio per questa ragione, stiamo concentrando i nostri studi sulle proprietà benefiche per il cervello dell’avena selvatica», afferma Peter Howe, coordinatore della ricerca. E non è tutto. «Sapevamo che l’avena e i suoi estratti sono già da tempo noti come antidoti contro la fatica, la scarsa concentrazione e l’irritabilità; ma l’avena selvatica contiene, in più, componenti bioattivi che accrescono il flusso di sangue al cervello. Ecco perché si registra il potenziamento dell’attenzione e delle abilità cognitive», precisa Janet Bryan, co-autrice dello studio.

Eppoi, come dimenticare la forma selvatica del miglio, quello originario detto miglio «bruno» o «marrone», che è uno scrigno di oligoelementi e di sali minerali essenziali per i processi vitali. Essenziale è l’acido silicico che serve per rinforzare il sistema immunitario, attivare il rinnovo di cellule e cartilagini, nutrire il sistema emopoietico (attraverso cui l’organismo produce globuli rossi, globuli bianchi e piastrine, ndr) e rigenerare l’organismo sotto molteplici aspetti.
E ancora, orzo, finocchio, mirtilli e tanto altro.

C’è però da fare qualche precisazione. «Può definirsi selvatico ciò che nasce da solo in natura. Di contro, la maggior parte dei cereali sono quasi tutti “domesticati”, anche se nel settore biologico derivano da specie antiche, senza innesti e ibridazioni. Spesso è possibile reperire piante officinali e oli essenziali con la dicitura selvatico che non prevede la certificazione biologica, ma in quanto prodotto definito selvatico non subisce trattamenti chimici sia nella coltivazione che nella essiccazione ed estrazione. Sono sicuramente preferibili in quanto la concentrazione di principi attivi è più alta di quelli coltivati», ricorda Beatrice Ciarletti erborista della Biomens, e animatrice di un’erboristeria e di un negozio di alimentazione naturale di Roma.
E non finisce qui. Beatrice aggiunge. «I selvatici per difendersi dagli agenti atmosferici, da altre piante infestanti e dagli insetti sviluppano principi attivi in quantità per potersi difendere. Certo parliamo di un mercato di nicchia. Non c’è mai una disponibilità costante come per un prodotto coltivato. Per esempio, non abbiamo sempre disponibilità di origano selvatico, limone e altro. Quindi, al momento dell’acquisto è preferibile recarsi nel proprio negozio di fiducia, dove si possono avere tutte le spiegazioni del caso e acquistare il prodotto giusto».


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