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L’ombra Dello Stress Su Alzheimer E Parkinson

L’ombra dello stress su Alzheimer e Parkinson

Vivere in tensione continua potrebbe influire su importanti malattie neurodegenerative. In attesa di altre conferme, è sicuro che convivere meglio con i disagi quotidiani è un’efficace prevenzione per diversi disturbi

Che lo stress faccia male lo sapevamo già. Ricerche recenti mostrano che non influisce solo sul nostro apparato cardiovascolare, sulla digestione o sullo stato d’animo, ma potrebbe aprire la strada a malattie neurodegenerative come l’Alzheimer. Per ora si tratta soprattutto di ricerche su animali: si è visto che scimmie rhesus che hanno trascorso la prima parte della vita in gabbie di piccole dimensioni hanno più placche amiloidi – uno dei segnali della presenza di Alzheimer – e più connessioni neuronali danneggiate rispetto ad animali vissuti in cattività ma in spazi più ampi, come se lo stress causato da una gabbia troppo piccola rendesse il cervello più vulnerabile. Mentre studi sui ratti mostrano che la semplice presenza di un animale estraneo nella gabbia può danneggiare la memoria, rendendoli meno abili a risolvere semplici test. E che lo stress danneggia le cellule dopaminergiche, un elemento che potrebbe accelerare lo sviluppo di un’altra grave malattie degenerativa, il Parkinson. Altri studi, più mirati, hanno utilizzato modelli animali di Alzheimer, ossia animali geneticamente modificati per riprodurre in qualche modo la malattia umana: in questo modo, ricercatori svedesi e americani hanno individuato possibili correlazioni tra i livelli di stress e il progredire della malattia.

Troppo cortisolo
È troppo presto per trarre conclusioni, ma si tratta di segnali importanti. E di un motivo in più per imparare a gestire lo stress, e se possibile a evitarlo. «È importante però distinguere tra lo stress che viviamo in condizioni estreme e i normali impegni quotidiani», spiega Massimo Biondi, ordinario di psichiatria all’università di Roma La Sapienza. «Sappiamo che lo stress grave provoca danni cognitivi, perché una produzione di cortisolo eccessiva e prolungata nel tempo danneggia le cellule dell’ippocampo, e al tempo stesso riduce i fattori di crescita neuronale: lo confermano studi sui reduci di guerra, ma è stato osservato anche su persone vittime di aggressioni o calamità naturali». A creare problemi sono anche gli stress emotivi che non riusciamo a gestire: «Un lutto vissuto senza una rete di supporto emotivo, che non si esaurisce con il normale processo di elaborazione, produce danni fisici e cognitivi», ricorda Biondi, «per questo è importante stare vicini a chi perde una persona cara, particolarmente se si tratta di un anziano. E anche il sistema socio sanitario dovrebbe prevedere interventi anche minimi – non necessariamente lunghe e impegnative psicoterapie – che potrebbero dare risultati importanti ».
Per Giovanni Frisoni, responsabile del Centro Alzheimer dell’Ircss Fatebenefratelli di Brescia e docente all’università di Ginevra, il rapporto tra stress e funzioni cognitive può essere descritto come un’U rovesciata: «Fino a un certo punto, l’attivazione adrenergica causata dall’aumento di stress fa aumentare le prestazioni cognitive, in modo lineare, fino a raggiungere un livello massimo», spiega il neurologo. «Da lì in poi, però, se lo stress aumenta, la performance cognitiva diminuisce». L’importante è imparare a distinguere tra la tensione fisiologica del vivere e lo stress estremo causato da un trauma grave o da un lutto che si protrae oltre i sei mesi e che potremmo definire come un disturbo dell’adattamento: «Lo stress fa parte della vita, anzi entro certi limiti essere sotto pressione, tenerci attivi mentalmente contribuisce alla salute del nostro cervello», spiega Frisoni. «Il problema è che viviamo in una società che monetizza il tempo, ci sembra di averne sempre troppo poco e di perdere tempo se rallentiamo».
E invece imparare a rallentare è importante, visto che ci sono anche studi che mostrano i rischi dovuti a una situazione cronica di stress, «che colpisce in modo diverso rispetto a uno stress acuto, generando ansia e depressione che se non trattate adeguatamente compromettono il funzionamento mentale, e in particolare la capacità di processare informazioni», spiega Biondi. In questo caso, fortunatamente il fenomeno spesso è reversibile, anche se lo stress può agire sulle funzioni cerebrali anche con un meccanismo indiretto, contribuendo a causare alterazioni del metabolismo e ipertensione che a loro volta danneggiano il cervello.

Le donne reagiscono meglio
D’altronde ci sono studi che mostrano come anche un lieve stress abbia effetti transitori ma significativi sulle nostre funzioni cognitive. A livello empirico, sappiamo bene che quando siamo sotto pressione ci dimentichiamo facilmente le cose. Uno studio del 2010 mostra che lo stress riduce la nostra memoria spaziale, quella che ci aiuta a ricordare dove abbiamo messo un oggetto, mentre altre ricerche mostrano che – in modelli animali – il cortisolo riduce le sinapsi nell’area del cervello, in cui si trova la nostra memoria a breve termine.
Ma lo stress può agire anche in modo più subdolo, interferendo con le nostre competenze sociali. Un effetto immediato, anche se fortunatamente reversibile, è emerso da una ricerca realizzata all’università di Vienna in collaborazione con la Sissa di Trieste e l’università di Friburgo, e pubblicata sulla rivista Psychoneuroendocrinology. «La nostra ricerca era finalizzata proprio a mostrare come uno stress acuto possa influire su competenze sociali di vario tipo», spiega Giorgia Silani, ricercatrice presso la Sissa. I volontari che si sono prestati all’esperimento sono stati messi in una situazione di stress moderato, come quella causata dal parlare in pubblico o dal risolvere test matematici, di cui si sono valutati gli effetti fisiologici misurando il tasso di cortisolo nella saliva. È stato poi chiesto loro di svolgere vari compiti come assumere la prospettiva visiva di un interlocutore, frenare la naturale tendenza a imitare i gesti di un’altra persona, e infine separare le proprie emozioni da quelle altrui vincendo la nostra tendenza a colorire la risposta dell’altro sulla base di come ci sentiamo noi. «Quello che abbiamo osservato è che in situazioni di stress acuto la risposta cambia. Ma anche che in queste situazioni uomini e donne si comportano in maniera diversa», osserva la ricercatrice. «I volontari maschi, sotto stress, hanno fatto errori più grossi, insomma sono diventati più egocentrici, meno capaci di mettersi nei panni degli altri e inibire la tendenza a imitare. Le donne al contrario, a pari livello fisiologico di stress, aumentano l’attenzione verso gli altri diventando più brave in tutti e tre questi compiti». Resta da capire se si tratti di una reazione culturale o biologica: «potrebbe essere dovuta a diversi livelli di ossitocina, l’“ormone della fiducia”», osserva Silani, «o forse le donne sono abituate a fare conto sugli altri nei momenti difficili e sembrano considerarla una strategia più efficace, mentre i maschi tendono a chiudersi in loro stessi».
Lo studio prosegue, con l’obiettivo di capire se le differenze di genere si confermano anche osservando l’attività cerebrale: «È importante però ricordare che in questi casi gli effetti dello stress durano una mezz’ora, in seguito tutto torna normale», sottolinea la ricercatrice, «mentre gli stress cronici hanno effetti diversi».

Anziani più vulnerabili
È ancora troppo presto invece per dire che esista un rapporto diretto tra stress e malattie neurodegenerative. «Allo stato attuale non possiamo dire che lo stress provochi l’Alzheimer, anche se sappiamo che uno stress psichico acuto, come un pensionamento o un grave lutto, può precipitare una situazione già instabile», spiega Biondi. «Abbiamo conferme, in studi su cellule e animali, dei danni provocati dal cortisolo nell’area dell’ippocampo, ma negli esseri umani le sostanze colpevoli del danno irreparabile nelle aree cognitive sono altre, sono l’amiloide delle placche senili e la proteina tau anomala dei gomitoli neurofibrillari tipici dell’Alzheimer», osserva Frisoni.
In ogni caso lo stress può rappresentare un rischio, «soprattutto per gli anziani che partono da una situazione di fragilità: per loro, ad esempio, un lutto si instaura spesso su una situazione già difficile, di solitudine e isolamento sociale, di più precaria salute fisica dovuta a malattie cardiocircolatorie, dell’apparato muscoloscheletrico, del metabolismo (diabete, tiroide, ecc.), degli effetti avversi di terapie farmacologiche spesso inadeguate, di precarie condizioni economiche e stili di vita insalubri», ricorda Frisoni. Senza però dimenticare che gli anziani, se cognitivamente integri, possono contare sull’esperienza, «su una maggiore padronanza della situazione che può essere di aiuto», osserva Biondi. Perché la ricerca – anche su animali – mostra che il nostro atteggiamento personale influisce molto sul rischio da stress. In altri termini, non è il carico di lavoro o di impegni a fare male, ma il modo in cui lo viviamo, le soddisfazioni che ci dà, o al contrario la sensazione di essere intrappolati in una situazione senza via di uscita. «Oggi abbiamo la tendenza a lamentarci, a definirci stressati quando siamo semplicemente stanchi», osserva Frisoni. «Ogni tanto un po’ di prospettiva storica e uno sguardo a come vivevano i nostri genitori o nonni non farebbe male».
Per capire se abbiamo motivo di preoccuparci, dobbiamo valutare l’impatto di quello che definiamo «stress» sulla nostra vita «Se ci sentiamo stressati, ma riusciamo a lavorare e a fornire risultati adeguati, non c’è motivo di preoccuparsi, se invece vediamo che produciamo meno e discutiamo in ufficio o in famiglia perché la tensione è insopportabile, allora è il caso di intervenire».
Prima di tutto, adottando una vita sana: tutte le ricerche concordano sul fatto che alimentazione corretta, sonno e attività fisica sono ottimi strumenti di prevenzione. «L’attività fisica ha effetti benefici su patologie come diabete o ipertensione che riducono la nostra riserva neuronale, ritardando il momento in cui i primi disturbi cognitivi si palesano. Senza dimenticare gli effetti positivi sulle funzioni cognitive vere e proprie», osserva il neurologo. Fondamentale anche il supporto sociale: «Una vita piena di affetti ha sicuramente una funzione protettiva importante», spiega Biondi. «In più possiamo utilizzare tecniche per prevenire lo stress, e rivolgersi a uno specialista se vediamo che ansia o depressione ci rendono più difficile affrontare gli impegni quotidiani». Senza dimenticare che molto dipende dal nostro atteggiamento mentale. «Dobbiamo imparare, quando possibile, a prepararci agli eventi: anche un pensionamento può essere meno traumatico se ci si prepara con progetti realistici, immaginando la propria vita nella nuova condizione», conclude Frisoni. «Non dimentichiamo che, fortunatamente, molti dei danni causati dallo stress sono reversibili».

tratto dall’articolo “l’ombra dello stress su Alzheimer e parkinson” dellarivista Vita e Salute, di Paola Emilia Cicerone

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