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Mi Godo Il Mio Presente

Mi godo il mio presente

Si chiama «mindfulness», una pratica che porta la mente a concentrarsi sulle cose che viviamo sul momento, a saperle valorizzare. E a scacciare i pensieri oziosi e tristi che ci logorano lo spirito

All’Insight Meditation Society a Boston si viene accolti con un breve pranzo, un tour e una conferenza. Subito dopo è silenzio assoluto, con lo scopo di immergersi nella realtà della propria mente. Un gruppo di persone è seduto in una sala con un unico compito: osservare il proprio respiro, quando questi tende a sfuggire, la concentrazione va riportata sul respiro. Niente altro, più e più volte, all’infinito. Per nulla facile, la mente produce immagini e ricordi. Poi si passa alla meditazione camminata, durante la quale bisogna concentrarsi sulle sensazioni che vengono dai piedi e dalle gambe. Durante i sette giorni del seminario non si è soli ma non si può parlare con nessuno. L’idea è di ritrovare il centro di se stessi. Dopo un paio di giorni si acuiscono le emozioni. Si prosegue con gli esercizi di amplificazione dell’esperienza in cui anche mangiare una mela diventa un’esperienza. Qualche giorno dopo la persona raggiunge la capacità di vedersi dall’esterno, scollata da sé. Solo il settimo giorno è prevista la rottura del silenzio e la discussione dell’esperienza. Questa è in sintesi l’esperienza vissuta e raccontata da Daniel J. Siegel, condirettore del Mindful Awareness Research Center dell’università della California e autore del best seller «Mindfulness e cervello» che invita a un viaggio nel cuore della nostra vita. Vediamo in dettaglio di cosa si tratta.

L’esercizio della consapevolezza
Vivere con il pilota automatico. Siete a passeggio con il cane nel parco, silenzio, il canto degli uccelli, il vento, la mente si allontana dal presente e arrivano pensieri di ogni tipo, la spesa da fare, chiamare vostra madre, il viso di un amore antico, una lite, qualsiasi cosa. La mente ha la tendenza automatica a vagare e allontanarsi dall’esperienza presente. E l’alta velocità impressa alle nostre esistenze ci porta spesso ad avere la sensazione che i giorni, le settimane e gli anni volino… ci sfuggano dalle mani. Tempo vissuto certo, ma noi, dove eravamo?

Hic et nunc. Pensiamo allora alla nostra passeggiata con il cane: ci concentriamo sulla temperatura dell’aria, percepiamo il calore del sole sul viso, siamo attenti alle sfumature di verde della vegetazione che ci circonda e giochiamo con il nostro cane divertendoci davvero. Qui e ora. Ecco quello che si intende per approccio «mindful». Un termine che si sta diffondendo ma il cui significato è ancora poco conosciuto ai più: «Potremmo dire che la “mindfulness” è la capacità di vivere nel momento, di essere consapevoli e godere profondamente nel nostro presente, dalle sensazioni corporee ai pensieri fino alle emozioni, e quindi di vivere più pienamente le esperienze quotidiane», spiega il dottor Alberto Rossitto, psicologo clinico e autore di un libro sull’argomento. «Noi occidentali siamo abituati a vivere in funzione di un obiettivo futuro e mentre lo inseguiamo ci sentiamo sempre più infelici e insoddisfatti. Sembra un paradosso ma, mentre l’uso di antidepressivi cresce a 39 dosi di farmaco ogni mille abitanti del 2013 contro le 36,9 dosi del 2012, così come fotografato dal Rapporto Osservasalute del 2014, le persone sono sempre più infelici e stressate. Mentre gli orientali da secoli hanno capito che il vero benessere è quello che deriva dal godimento del presente».
«La mindfulness nel senso di “esercizio della consapevolezza” deriva dal termine buddista sati che significa “attenzione consapevole” o “visione profonda”», prosegue Rossitto. «Appannaggio dei monaci buddisti, è un complesso di fasi di apprendimento per arrivare alla moralità, alla concentrazione e alla saggezza. La sua versione scientifica si deve al Professor Jon Kabat-Zin, docente di medicina all’università del Massachusetts negli anni Settanta, che intuì come la meditazione potesse diminuire i livelli di stress nei suoi pazienti. Allo scopo mise a punto una tecnica chiamata Mindfullness-Based Stress Reduction (Mbsr) usata ancora oggi con lo scopo di insegnare ai pazienti una metodica utile a disattivare reazioni mentali negative e pensieri automatici. Inizialmente usata per la gestione del dolore cronico, si è progressivamente estesa ai disturbi d’ansia, depressione, panico, dolore cronico, psoriasi e molte altre condizioni.
Ben presto la mindfullness è stata integrata in diversi approcci clinici, sociosanitari, educativi e organizzativi. Oggi è diffusa in decine di paesi occidentali con dieci milioni di praticanti solo negli Stati Uniti. Attualmente le tecniche sono circa 4: la Mbst per il controllo dello stress, la Mbct (Mindfulness-based Cognitive Therapy), l’Act (Accettance and commitment therapy) e la DTB (Dialectical Behavior therapy).

Gli elementi fondamentali
Sono sette i principi della mindfulness esposti da Kabat-Zinn: in primo luogo un atteggiamento non giudicante e neutrale, che significa astenersi dall’applicare un’etichetta all’esperienza. Le emozioni negative vanno accettate, ma in modo distaccato. Il secondo è la pazienza nel senso di non agire e non fare senza avere fretta di raggiungere un risultato. Terzo principio: guardare alla pratica come un bambino, o come un principiante, per guardare agli accadimenti come a un dono. Fiducia è il principio che sottende alla pratica della «non azione», uno degli obiettivi più difficili per gli occidentali a cui sembra di avere un senso solo in un moto continuo di cose da fare. Poi l’accettazione, splendido concetto che prevede di accettare in maniera incondizionata sia gli eventi positivi che quelli negativi; il lasciare andare i pensieri, anche piacevoli che la mente tende a trattenere. E infine l’impegno,  che prevede di coltivare quotidianamente questi principi con una buona dose di autodisciplina. Occorre così organizzare la routine quotidiana in modo da rimuovere gli ostacoli alla pratica e fermarsi ogni minuto, ogni giorno.
Se negli anni questa tecnica è stata oggetto di perplessità e pregiudizi legati alla sua origine religiosa, più di recente la ricerca scientifica ha definitivamente dato il proprio imprimatur di efficacia grazie a studi che hanno mostrato sia le aree cerebrali implicate, sia la modificazione delle connessioni tra cellule nervose che, infine, gli effetti positivi in studi che hanno messo a raffronto meditatori esperti con soggetti normali.
Durante un momento di applicazione della tecnica mindful si attivano la corteccia dorsolaterale prefrontale e la corteccia cingolata anteriore, il cui spessore nei meditatori esperti risulta maggiore rispetto ai soggetti normali. La corteccia dorsolaterale si attiva in molte attività come la recitazione di salmi, la meditazione buddhista, lo yoga kundalini, ecc. Un’ulteriore regione coinvolta è l’insula anteriore associata alla percezione delle sensazioni viscerali come fame, sete, ritmo cardiaco e respiratorio. L’insula ha un ruolo anche nella percezione del benessere ed è quindi fondamentale il suo corretto funzionamento.
Diversi studi di neuroimaging cerebrale hanno evidenziato come gli effetti di una meditazione continuata abbiano un effetto permanente e favoriscano la plasticità cerebrale. Tra i benefici la diminuzione delle dimensioni dell’amigdala, quella piccola struttura a forma di nocciola legata a paura e stress. Ma ha anche effetti sull’invecchiamento: i meditatori esperti infatti non mostrano la diminuzione di materia grigia tipica dell’età anziana e mantengono più a lungo le capacità cognitive. E l’effetto si estende al prolungamento della vita: un celebre studio del 2011 pubblicato su Psychoneruendocrinology che aveva tra i suoi autori la professoressa Elizabeth Blackburn già Premio Nobel per i suoi studi sui telomeri, ha selezionato due gruppi di volontari, uno dei quali ha seguito un training intensivo di mindfulness per 3 mesi. Al termine dell’esperimento i soggetti che avevano meditato – fino a 6 ore al giorno – presentavano un livello di telomerasi superiore del 30 per cento rispetto al gruppo di controllo. Si tratta della sostanza che contrasta l’accorciamento dei telomeri, strutture direttamente correlate alla lunga vita. La meditazione interferisce positivamente anche sull’attività dei geni: due soli mesi di pratica modulano l’attività di circa 1.500 geni disattivando quelli legati ai processi infiammatori nocivi per la salute.

Se vuoi leggere l’articolo completo,
invia una mail: info@vitaesalute.net

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