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Nemico Alcol

Nemico alcol

Un aperitivo con gli amici, un bicchiere di vino a cena e un amaro per chiudere la giornata. Abitudini quotidiane che tutto sommato fanno bene? Non esattamente. Ecco che cosa succede al nostro organismo quando ingeriamo bevande alcoliche. Anche in piccole quantità

 Successo, soldi, carisma, divertimento, prestigio sociale. Il messaggio lanciato da trasmissioni televisive, spot e cartelloni pubblicitari è forte e chiaro: una bottiglia di birra sul tavolo o un bicchierino di vodka tra le mani sono la scelta vincente. Per non parlare del vino, talmente radicato nella nostra tradizione da essere oggetto di culto, protagonista di grandi manifestazioni e meticolose degustazioni. Ma dietro al consumo di bevande alcoliche, a quanto pare, c’è una realtà meno patinata. «Ogni anno si stimano investimenti per 400 milioni di euro in operazioni di pubblicità e marketing per promuovere le bevande alcoliche, contro un milione scarso utilizzato per le campagne di prevenzione», fa notare Emanuele Scafato epidemiologo, gastroenterologo e direttore dell’Osservatorio nazionale alcol dell’istituto superiore della sanità. Eppure di prevenire, anziché curare, ce ne sarebbe davvero bisogno.

In vino veritas?
Secondo i dati diffusi nel corso dell’Alcohol Prevention Day dall’Istituto superiore di sanità e inseriti nella relazione del Ministro della salute al Parlamento, ogni anno nel mondo muoiono 3,3 milioni di persone proprio a causa delle bevande alcoliche, una ogni 10 secondi. Diciottomila solo in Italia: un comune di medie dimensioni che scompare dalla cartina geografica del nostro Paese. Un fenomeno di dimensioni imponenti, che tuttavia non fa notizia, passa inosservato. E la promozione della cultura del bere può continuare indisturbata. Con un’aggravante: il tacito assenso di tutti. Perché, se si è concordi nel demonizzare gli eccessi o al limite i superalcolici, complici ricerche finanziate ad hoc e vecchi detti popolari, la certezza che un bel bicchiere di vino possa far solo bene alla salute è ancora molto diffusa. Perfino tra i medici. Ma se così fosse, questa bevanda alcolica, al primo posto tra quelle consumate dagli italiani, dovrebbe avere notevoli risvolti terapeutici per compensare i migliaia di morti che si contano ogni anno. Invece i dati vanno in direzione opposta: in Italia il 58 per cento dei problemi alcol-correlati è causato proprio dal vino. E anche un solo bicchiere inizia già a fare danni. Tra le 400 sostanze che contiene, infatti, quella maggiormente presente dopo l’acqua, è l’alcol etilico. La stessa sostanza contenuta nelle altre bevande considerate nocive. Contrariamente a quello che si pensa, l’alcol non è un nutriente ma un elemento tossico, psicotropo e cancerogeno. E tutte le altre sostanze, presenti in quantità minime, sono ininfluenti. Non a caso l’alcol puro è riconosciuto come una tossina che uccide i microrganismi e per questo lo usiamo per sterilizzare. L’Oms lo classifica fra le droghe e ribadisce spesso come non esista una soglia sicura al di sotto della quale si possa bere in tranquillità: «Un’analisi della gamma complessiva delle conseguenze alcol-correlate suggerisce che un bere completamente esente da rischi sia pura fantasia». Il concetto di «bere moderato», tanto caro ai produttori di bevande alcoliche, è quindi privo di senso. È stato rilevato che sono proprio i numerosi bevitori «responsabili» a sviluppare la maggior parte delle patologie alcol-correlate.

Detergente interno
Ma che cosa succede al nostro organismo quando introduciamo bevande considerate innocue come vino o birra? «La molecola dell’alcol, molto piccola e solubile in acqua, è immediatamente assorbita dall’organismo: circa mezz’ora dopo aver bevuto, tutto l’etanolo si ritrova tale quale nel sangue e man mano raggiunge i vari organi», spiega il professor Scafato. «L’organismo riconosce questa sostanza come dannosa e la elimina dal 3 al 10 per cento con il respiro e per la parte restante attraverso un sistema che si basa sulla capacità del fegato, e in piccolissima parte anche dello stomaco, di «spaccare» le molecole perché possano essere metabolizzate ed espulse per evitare di nuocere ulteriormente all’organismo. L’etanolo è infatti una molecola complessa che, quando è attaccata dall’enzima alcoldeidrogenasi, libera una sostanza anch’essa tossica detta acetaldeide. Sia l’alcol in maniera diretta, sia i suoi metaboliti come l’acetaldeide, sono sostanze direttamente letali per le cellule, soprattutto quelle epatiche, ma anche quelle cerebrali. L’alcol che non riesce a essere metabolizzato, come capita nei giovani e negli anziani, e che non viene escreto con le urine circola così com’è e provoca un danno diretto svolgendo un’azione di forte detergenza, in particolare sui grassi. A contatto con le membrane cellulari, deterge i fosfolipidi, danneggia la membrana e altera il Dna delle cellule. C’è poi un danno indiretto prodotto dalle reazioni che stimola in sua presenza. Per esempio un’eccessiva produzione di trigliceridi, sostanze che vanno a infarcire soprattutto il fegato provocando steatosi epatica o fegato grasso, il primo passo verso la cirrosi. Insomma, è vero che un consumo moderato di vino porta a una modesta riduzione di cardiopatia ischemica, diabete di tipo 2 o calcolosi della colecisti, ma con le stesse quantità si incrementa il rischio di incorrere in oltre 200 patologie e 14 tipi di tumore».

Categorie a rischio
Ci sono alcune categorie di persone, particolarmente vulnerabili, che non dovrebbero mai bere, nemmeno in piccole dosi. Innanzitutto i giovani. «Oggi si inizia a bere sempre prima, già a 11 anni. Ma l’alcol rappresenta per i giovani la prima causa di mortalità, morbilità e disabilità», chiarisce Emanuele Scafato. «Al di sotto dei 18-20 anni l’organismo non ha ancora la capacità di metabolizzare l’etanolo e qualunque quantità espone questa parte di popolazione a un rischio. Incluso il danno al cervello, che è vulnerabile all’alcol fino ai 25 anni, età in cui il cervello matura. Tutto l’alcol consumato prima dei 25 anni interferisce e blocca lo sviluppo cerebrale in senso razionale, lasciando il consumatore precoce in una fase cognitiva adolescenziale». Altra fascia critica è poi quella sopra i 65 anni. «Secondo le ultime rilevazioni il consumo giornaliero dannoso o rischioso, oltre a interessare gli adolescenti di 16-17 anni, riguarda proprio gli ultra 65enni. Ma gli anziani, come i giovani, hanno una limitatissima capacità di metabolizzare l’alcol perché negli anni diminuisce nell’organismo la presenza dell’enzima alcoldeidrogenasi. Se a ciò aggiungiamo la presenza di patologie e le relative terapie farmacologiche, specie se si tratta di antinfiammatori, antispastici e antibiotici, l’astensione totale è d’obbligo».
Eppure ad alzare troppo il gomito, secondo gli ultimi dati, sono circa in 3 milioni e anche in questo caso le complicanze sono tante. Oltre a cirrosi e pancreatite, bere provoca un’accelerazione e un peggioramento dell’invecchiamento, soprattutto neuropsichico, che può manifestarsi spesso sotto forma di demenza senile precoce.

Se vuoi leggere l’articolo completo,
invia una mail: info@vitaesalute.net

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