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NUTRIRE IL CERVELLO

NUTRIRE IL CERVELLO

Gli alimenti influenzano l’attività del nostro organo del pensiero. E la ricerca dimostra il legame sempre più stretto tra dieta e depressione. Come anche per il Parkinson e l’Alzheimer. Scopriamo quali sono gli alleati della mente

Una delle linee di fondo dell’informazione di Vita&Salute, come i lettori ben sanno, è la sottolineatura del ruolo, positivo o negativo, che il cibo ha sulla salute. Quella del cervello, delle funzioni cerebrali e della vita psichica, nel suo insieme, non fa eccezione. Anzi, possiamo dire che il cervello ha un rapporto speciale con il cibo. In primo luogo perché ne controlla direttamente l’assunzione, essendo l’organo che dice a tutto l’organismo: «bisogna mangiare», oppure, «bisogna smettere di mangiare». La fame e la sazietà sono infatti governati dall’ipotalamo e da un’area cerebrale in particolare, chiamata nucleo arcuato, che riceve input di fame o sazietà dalla periferia del corpo, sotto forma di segnali ormonali e nervosi. Da qualche tempo sappiamo anche che, oltre a segnali neuroendocrini, il cervello è in grado di catturare anche quelli che vengono direttamente dal cibo. Insomma, spaghetti, bistecca, patatine e dolcetto, con il loro carico di glucosio, aminoacidi e acidi grassi, provenienti dalla digestione, con il sangue arrivano al nucleo arcuato, dove vengono integrate tutte le informazioni sul cibo, sia quelle nutrizionali sia quelle relative ai nostri gusti e preferenze.
Un equilibrio minacciato
Fatto il bilancio – ovviamente molto condizionato, per non dire intriso, dalle nostre preferenze, idiosincrasie, vulnerabilità – dai neuroni del nucleo arcuato partono messaggi verso il corpo, che orientano il comportamento al disinteresse o all’assunzione di cibo. Questi segnali in discesa (dal cervello – esattamente dall’ipotalamo di cui fa parte il nucleo arcuato – al corpo) sono il Npy (neuropeptide ypsilon) e l’alfa-Msh (ormone che stimola i melanociti): il primo ci fa cercare il cibo, il secondo ce lo fa ignorare.
Ma il cervello dipende anche dal cibo, dal suo carico calorico e dalla composizione degli alimenti, perché è da esso, come ogni altro organo, che trae l’energia necessaria al suo funzionamento, e poi perché dai nutrienti, da vitamine e minerali contenuti, sintetizza ormoni, neurotrasmettitori, citochine, peptidi, insomma tutte le molecole necessarie al suo lavoro, che è particolarmente impegnativo.
È per questo che medici, psicologi, operatori della salute, ma anche giornalisti e insegnanti dovrebbero aggiornarsi sulla relazione speciale che lega cibo e cervello, soprattutto in un momento storico nel quale l’equilibrio psichico è minacciato da devastanti tensioni economiche che si tirano dietro dissesti psicosociali di rilevanti proporzioni. In contesti come questi, ansia, paura e depressione la fanno da padrone; il conseguente abbassamento dell’autostima può condurre a trascurare la qualità dell’alimentazione che invece, se curata, può aiutare e reggere le difficoltà, ad avere più energia a disposizione, a essere più pronti e lucidi; a nessuno sfugge che in questo 2012 ne avremo davvero un gran bisogno!
Vediamo quindi, per punti salienti, le ultime novità della ricerca scientifica.
La qualità della dieta
Un tempo, una dieta ricca di carni, salumi, formaggi, pane bianco, dolci era sinonimo di salute. Chi poteva permettersela stava meglio di chi mangiava patate, cipolle, cicoria, pane nero, fagioli, ceci, cicerchie, qualche uova e, se abitava vicino a un fiume, a un lago, al mare, un po’ di pesce. Quest’ultimo, soprattutto quello azzurro, la specie più abbondante, era il cibo dei pescatori e dei poveri, che, come sappiamo anche dalla tradizione cristiana, erano sinonimi.
I ricchi stavano meglio dei poveri non perché mangiassero la carne ma perché, a differenza degli altri, mangiavano a sufficienza. Una volta che anche il grosso delle popolazioni occidentali ha cominciato ad avere cibo a sufficienza e anzi ad assumere calorie in eccesso, quella dieta ricca si è trasformata nel principale strumento di malattia del corpo e del cervello in particolare. Nel 2009, sul British Journal of Psychiatry, un ampio studio al quale sono stati sottoposte per cinque anni circa 3.500 persone di mezza età, ha dimostrato che chi seguiva una dieta ricca di «cibi lavorati» (carni, insaccati, prodotti precucinati, cibo spazzatura in genere) aveva un maggior rischio di depressione rispetto a chi invece optava per una dieta «integrale» con prevalenza di vegetali, cereali integrali, frutta, pesce. Nel secondo caso non solo si mangia meglio ma anche di meno.
Qualche mese fa su Frontiers in Aging Neuroscience, Mark Mattson, neuroscienziato dell’Istituto nazionale sull’invecchiamento degli Usa, così sintetizzava i dati disponibili sulla relazione tra cibo, contenuto calorico dell’alimentazione e cervello:
1. Un eccesso calorico e il conseguente sovrappeso danneggiano le capacità cognitive, che vengono ulteriormente deteriorate da uno stile di vita sedentario.
2. Questo rende i neuroni vulnerabili all’invecchiamento e ai disordini neurodegenerativi, Alzheimer e Parkinson in testa.
3 Mangiare meno e meglio aumenta la plasticità nervosa e le funzioni cognitive, può proteggere dalla neurodegenerazione e favorire il recupero dopo danni cerebrali conseguenti a ictus e ad altri accidenti cerebrovascolari.
Quindi, se vogliamo mantenere il cervello in salute, occorre operare una prima grande scelta: mangiare moderatamente, evitando sovrappeso, obesità e diabete.
Ma la ricerca sta sempre più entrando nel merito dei singoli cibi e dei singoli componenti, fornendoci indicazioni preziose. Vediamo quali.
Uva, mirtilli, curcuma…
Il consumo di flavonoidi, di cui sono ricchi l’uva, il mirtillo e il tè verde, in un imponente studio longitudinale di alcuni anni fa, pubblicato su Archives of Internal Medicine, che ha seguito per ben 15 anni un gruppo di 500 persone tra i 50 e i 69 anni, è stato associato a una riduzione del rischio di ictus cerebrale. Molti studi sperimentali hanno dimostrato che la supplementazione di mirtillo migliora i deficit cognitivi nell’animale anziano e riduce la formazione della placca nel modello animale di Alzheimer.

*Presidente onorario della Società Italiana di Psiconeuroendocrinoimmunologia (Sipnei).
Professore di Pnei nella Formazione Universitaria post-laurea

Se vuoi approfondire questo tema
invia una mail: info@vitaesalute.net

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