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Le Intolleranze Alimentari – Come Orientarsi Con I Test

Le intolleranze alimentari – come orientarsi con i test

Le intolleranze alimentari sono un argomento molto dibattuto e di moda. Si diffondono i test per scoprirle e con essi numerosi interessi economici. Vale la pena conoscere cosa c’è dietro questo mondo per alcuni aspetti così intricato.

Tra i test proposti dal mercato per la diagnosi di questi disturbi svettano quelli non convenzionali e spesso tanto amati dal grande pubblico, ma che non sono riconosciuti dalla medicina allopatica perché privi di fondamenti scientifici.
Quelli maggiormente diffusi sono il Vega, il Dria e il Cito test; ma vengono usati anche il mineralogramma, detto anche test del capello, il Cast (Cellular Allergen Stimulation Test), il Saft (Skin Application Food Test), il Kondo test, il Test di provocazione intradermica o sublinguale e il Test di Coca.

I non convenzionali

  •  Il Vega test classico nasce nel 1958 dall’elettroagopuntura di Voll, secondo altri nel 1976 con Schimmel che perfezionò la prima versione.
    Nel corpo umano vi sarebbero, secondo i principi su cui si fonda l’agopuntura, dei percorsi energetici detti «meridiani». In questi punti la resistenza aumenta se la persona ha malattie d’organo e si riduce se ha infiammazioni o intossicazioni. Nel test il soggetto viene messo a contatto con fiale contenenti estratti del cibo da testare, il contatto con l’alimento a cui è intollerante provocherebbe una variazione della sua conducibilità elettrica cutanea.
    Il Vega test vanta innumerevoli capacità diagnostiche: analisi specifiche di organo o addirittura di singole parti di organo; verifica di intolleranze e allergie alimentari e non; rilevazione di micro-intossicazioni da metalli pesanti, pesticidi, vernici, veleni, farmaci e altro; identificazione di infezioni batteriche, virali o fungine (con l’indicazione del singolo ceppo), parassitosi in atto o passate; individuazione di carenze da minerali, enzimi, vitamine e oligoelementi; verifica di efficacia e tollerabilità di terapie; verifica dei danni da vaccinazioni e individuazione di farmaci omeopatici corretti.
    Nel 2001 una prestigiosa rivista scientifica internazionale, The British Medical Journal (George, et al 2001), pubblicò uno studio che confrontava il Vega test e test convenzionali nella diagnosi di un gruppo di pazienti allergici dimostrando la totale impossibilità da parte del VEGA test di distinguere i pazienti malati da quelli sani. Conferma di questi risultati è arrivata un anno dopo da un altro studio clinico (Semizzi, et al Clin Exp All. 2002) che ha dimostrato l’incapacità del test di diagnosticare allergie respiratorie accertate.
  • Secondo la kinesiologia la salute del corpo umano è determinata dall’equilibrio di tre fattori: apparato osteo-muscolare, nutrizione e psiche, il contatto con un alimento al quale si è intolleranti genera una disarmonia rilevabile da una diminuzione della forza muscolare. I test Kinesiologici e il Dria test saggiano, con metodi diversi, la forza muscolare del soggetto mentre è a contatto con determinati alimenti. È intuibile come sia poco probabile che un paziente possa esercitare sempre la stessa forza per un tempo sufficiente a testare decine di alimenti; se la forza iniziale è diversa non è possibile nemmeno valutare la caduta di forza percentuale e ritenere questo dato affidabile e comparabile. Inoltre non tutte le allergie o le intolleranze si manifestano immediatamente dopo l’assunzione dell’alimento. Per queste ragioni non si possono avere dati né ripetibili, né confrontabili, perciò non esistono studi in letteratura scientifica in merito.
  • Il Citotest o test citotossico si effettua prelevando il sangue del paziente e confrontandolo con vari alimenti, l’operatore al microscopio stabilisce il livello del rigonfiamento dei granulociti (un tipo di globuli bianchi) e lo classifica secondo 4 livelli. Il test non è attendibile anche perché quando vengono confrontati alimenti solidi come cereali, formaggio o alimenti che comunque contengono grassi, come il latte, i granulociti si danneggiano in modo aspecifico, rigonfiandosi.
    Un test analogo è il test di Kondo, mentre l’Alcat test è una versione automatizzata del test citotossico.
  •  Il test del capello o analisi minerale del capello (mineralogramma) vanta diverse capacità valutative: lettura cellulare dei livelli dei minerali; intossicazione da metalli pesanti; attività ghiandolare; tolleranza ai carboidrati; predisposizione a malattie; tendenze emozionali (depressione, ipercinesi, ansietà, cambiamenti d’umore…); profilo energetico.
    Nel lontano 1985 è stato pubblicato nella rivista scientifica internazionale Jama (Barrett, 1985) uno studio che evidenziava come tale test fosse assolutamente inattendibile nel valutare le concentrazioni dei minerali presenti nei campioni analizzati dei vari soggetti. Agli inizi degli anni duemila, la sezione di Salute ambientale del dipartimento della sanità della California, ha riproposto lo stesso tipo di valutazione del 1985 fatta da Barrett. Così nel 2001 è stato pubblicato uno studio con i dati della ricerca effettuata (Seidel, et al. JAMA. 2001) in cui gli autori affermano: “Abbiamo individuato i sei laboratori più importanti in tutto il territorio degli Usa, dove viene compiuto il 90 per cento dei test, e abbiamo inviato loro un campione di capelli ottenuto dalla medesima persona. Il nostro unico donatore, che era una persona perfettamente sana, spiegano gli autori, “è stato indicato via via come a rischio dei disturbi più diversi: anemia, insufficienza surrenale, malattie cardiovascolari, disturbi del metabolismo dell’insulina, disturbi del comportamento e altri ancora. Crediamo pertanto di poter affermare che l’analisi del capello eseguita a fini medici sia del tutto inaffidabile, e possa addirittura essere pericolosa, qualora in base ad essa vengano consigliate variazioni della dieta, l’assunzione di integratori alimentari o di supplementi vitaminici».

Che cosa si può accertare

Le intolleranze alimentari possono avere diverse origini: immunologica, enzimatica, farmacologica o essere di natura indefinita, legata probabilmente a contaminanti, coloranti, conservanti, prodotti di cottura, affumicatura, ecc.

  • La base immunologica è stata proposta di recente dalla letteratura scientifica come nuova chiave di lettura per cercare di dare una spiegazione a molti generici disturbi irrisolti e inspiegati di cui sempre più persone soffrono. Già nel 2004 uno studio scientifico introduceva l’argomento (Atkinson et al. Gut. 2004); in seguito altri dimostrarono una possibile correlazione tra il consumo di diversi alimenti e la presenza di immunoglobuline IgG nel sangue (Zar et al. Am J Gastroenterol. 2005; Shanahan et al. Am J Gastroenterol. 2005; Kalliomäki et al. Curr Opin Gastroenterol. 2005; Zar et al. Scand J Gastroenterol. 2005). Quella che sembrava un’ipotesi interessante non ha però mai trovato piene conferme, tanto che in molti (Park et al. Neurogastroenterol Motil. 2006; Zuo et al. Clin Exp Allergy. 2007) sostengono che la correlazione tra IgG e sintomatologia della sindrome dell’intestino irritabile, spia di varie intolleranze alimentari, debba essere meglio investigata e ulteriormente confermata o che, addirittura, non sia per nulla attendibile.
  • Le intolleranze alimentari enzimatiche sono legate a errori congeniti del metabolismo. Le principali sono quelle da deficit di lattasi (intolleranza al latte), di fenilalanina-idrossilasi (fenilchetonuria), di glucosio-6-fosfato-deidrogenasi (favismo) e quella di galattosio-1-fosfato-uridil-tranferasi (galattosemia).
  • Le principali intolleranze alimentari farmacologiche sono causate da una reattività abnorme a sostanze non nutrizionali presenti nei cibi (istamina, tiramina, feniletilamina, dopamina, triptamina; metilxantine; capsicina, miristicina, alcol ed additivi vari).
    • L’istamina è contenuta in grosse quantità in sgombroidi (tonno, sgombro…), formaggi, vini rossi, lievito, birra e cibi fermentati; può provocare nausea, vomito, diarrea, crampi intestinali, orticaria, cefalea, vampate, ipotensione, tachicardia e formicolio orale.
    • La tiramina e lafeniletilamina (contenute in formaggi fermentati, vino rosso, cioccolato, aringhe marinate, salse di soia) possono provocare cefalea, ipertensione, palpitazioni, vampate, sudorazione, rigidità nucale, nausea e vomito.
    • Alcuni antiossidanti (come i solfiti), contenuti in vino, birra, succhi di frutta, formaggi, frutta secca, salse e crostacei possono scatenare reazioni quali asma, rinosinusite, prurito, orticaria e angioedema;
    • Il glutammato monosodico (un esaltatore di sapidità) può causare cefalea e nausea;
    • Dolcificanti come l’aspartame possono essere causa di cefalea e orticaria; il sorbitolo, invece, può provocare dolori addominali, flatulenza e diarrea.

Vari alimenti sono da tenere in dovuta considerazione da chi soffre di questi disturbi, alcuni per il loro contenuto in istamina (formaggi fermentati, bevande fermentate come vino e birra, insaccati di maiale e bue, fegato di maiale, tonno, alici, bottarga in scatola, aringhe, acciughe, sardine e tonno conservati, cibi in scatola, spinaci, pomodori, pesce surgelato, pesce fresco, crostacei, frutti di mare) e altri (albume d’uovo, molluschi, fragole, pomodori, cioccolata, pesce, ananas, alcool, fecola di patate, noci, mandorle, arachidi, frutta secca, caffè, lenticchie, fave e legumi vari), non perché la contengano, ma perché possono indurne la liberazione nell’organismo.

Le diagnosi, quali test servono a cosa:

  • La diagnosi di intolleranza al lattosio e al sorbitolo si fa con un semplice test “del respiro” (breath test).
  • Per la fenilchetonuria, gli stati americani ed europei hanno previsto screening di massa su tutti i neonati: basta una piccolissima quantità di sangue prelevata dal tallone del neonato (test di Guthrie).
  • Il favismo, essendo un’ intolleranza su base genetica, solitamente viene scoperto sin dalla giovane età, comunque il deficit di glucosio-6-fosfato-deidrogenasi si accerta mediante la determinazione di questo enzima nei globuli rossi.
  • Per tutti gli altri casi potrà essere utile o consigliato un regime dietetico di esclusione, non essendoci test attendibili.

Escluse perciò le intolleranze alimentari da cause certe, se non si sta attenti, si rischia di finire in mani poco esperte per intolleranze alimentari solo presunte ed inesistenti.


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