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PAROLE PESANTI

Dislessia, ovvero la difficoltà di imparare, leggere e scrivere in modo corretto e fluente. Che spesso non è riconosciuta da genitori e insegnanti. Come affrontarla, a chi rivolgersi e quali gli strumenti previsti dalla legge

Dsa è una sigla che identifica i «Disturbi Specifici dell’Apprendimento», il più noto e diffuso dei quali è la dislessia. Ma esistono altri disturbi analoghi legati alla scrittura – disgrafia, disortografia – o al calcolo (discalculia). Termini scientifici che parlano dei problemi di bambini e ragazzi che faticano a imparare perché il loro cervello non è fatto per elaborare lettere e numeri.
«La dislessia è una caratteristica neurobiologica riscontrabile anche attraverso tecniche di imaging che mostrano come questi soggetti abbiano un’attività delle aree cerebrali leggermente diversa rispetto ad altri», spiega Laura Spinelli, presidente della sezione fiorentina dell’Associazione italiana dislessia. «Questi ragazzi imparano a leggere e fare di conto, ma con fatica: per aiutarli a frequentare la scuola senza frustrazione e sforzi eccessivi, servono ausili e piani di studio personalizzati». I Dsa possono presentarsi in forma più o meno grave, da soli o in associazione: a soffrirne è il 3,4 per cento della popolazione – la percentuale sale nel mondo anglosassone per la complessità della lingua – con i maschietti in lieve maggioranza.
In passato, i bambini dislessici venivano spesso etichettati come pigri, svogliati o addirittura ritardati, perché faticano ad acquisire in modo automatico – come fa la maggior parte della popolazione – il processo che ci permette di tradurre uno scritto in parole e viceversa, meccanismo che diventa più complicato quando si tratta di parole complesse o poco frequenti. I Dsa non scompaiono ma possono migliorare, mitigandone gli effetti con interventi adeguati, per evitare abbandoni scolastici e frustrazioni.
Oggi, la situazione di chi subisce questi disturbi è meno pesante, grazie anche ad associazioni volute da genitori, educatori e psicologi. «Informare è fondamentale», spiega Laura Fantacci, volontaria dell’associazione fiorentina e mamma di due ragazzi affetti da Dsa. «Quanto il disturbo è stato diagnosticato a mio figlio non sapevo cosa fare, si parlava poco di questi argomenti. E invece il periodo che segue la diagnosi è un momento pesante, difficile, in cui emerge la differenza tra chi automatizza i processi di lettura e scrittura e chi non riesce a farlo. Le associazioni servono a dare informazioni, a individuare gli ausili più efficaci, anche a fornire rassicurazioni».

 

Una norma recente
Dal 2010 esiste una legge che garantisce ai bambini i necessari supporti durante il percorso scolastico, e che ha contribuito ad attirare l’attenzione sul problema, spingendo a chiedere la diagnosi di ragazzi arrivati con fatica alle superiori e anche di adulti in cerca di una spiegazione, dopo aver combattuto per una vita con le parole scritte. «La legge è sicuramente un grosso passo avanti, una conquista importante perché riconosce dei diritti a questi ragazzi e chiede alla scuola di organizzarsi per rispondere alle loro esigenze. Il problema è la sua applicazione», sottolinea Franco Botticelli, presidente nazionale dell’Associazione italiana dislessia. La legge divide le competenze in materia tra la scuola, che deve fornire agli studenti dislessici una serie di ausili e strumenti compensativi, misure dispensative – come la possibilità di usare il computer o la calcolatrice, ma anche più tempo per effettuare determinate prove – e il Servizio sanitario, che deve effettuare la diagnosi indispensabile per accedere a un percorso didattico personalizzato. «Il problema è che il Servizio sanitario è strutturato su base regionale e in alcune regioni, come la Toscana, ci sono ancora lunghe liste di attesa per la diagnosi», osserva Spinelli. «Mentre una diagnosi ben fatta e tempestiva è essenziale per avviare il recupero». Il problema, sottolineano le associazioni, è che la legge ha fatto emergere problemi che né scuola né Servizio sanitario erano preparati ad affrontare. «Risultato, tempi di attesa lunghissimi, anche se la legge impone che le diagnosi vengano da strutture pubbliche», spiega Botticelli. «Per non parlare dei fondi necessari per le terapie, che spesso i genitori sono costretti a pagare di tasca propria».

L’importanza della tempestività
Dislessici si nasce, ma il problema si evidenzia quando si comincia a leggere, e alla diagnosi si arriva in genere tra la I e la II elementare (o tra la III e la IV per la discalculia). «Gli screening precoci possono essere utili per individuare i possibili futuri Dsa  e avviare attività di potenziamento che sono utili qualunque sia il problema», sottolinea Spinelli. Ci sono metodi che aiutano a non mettere in difficoltà questi bambini – per esempio quello di evitare la lettura ad alta voce – ma i risultati migliori si ottengono con un intervento tempestivo a partire dalla scuola primaria, e con l’assistenza di un logopedista, quando opportuno. Più avanti, il rapporto costi benefici dell’intervento è meno vantaggioso. Per i ragazzi più grandi si tratta soprattutto di trovare un metodo di studio adeguato, insegnando loro a visualizzare le informazioni attraverso mappe concettuali e utilizzando strumenti compensativi come la videoscrittura con correttore ortografico: strumenti utili, ma che richiedono competenza e assistenza da parte degli insegnanti e della famiglia: «Bisogna aiutare i ragazzi a crearsi un metodo, a usare strumenti che rendano più gradevole l’apprendimento», spiega Fantacci.
L’Associazione italiana dislessia si occupa anche di organizzare corsi formativi per insegnanti e genitori e di garantire la disponibilità di ausili tecnologici e di materiali, grazie anche a un accordo con l’Unione italiana ciechi, che offre la possibilità di accedere alla propria biblioteca digitale. «Con la legge è aumentata la richiesta di formazione da parte di insegnanti che vogliono capire come utilizzare i diversi strumenti informatici, ma anche dei genitori che vogliono capire come aiutare i figli e collaborare con i docenti per impostare un metodo di studio efficace per le diverse fasce di età», prosegue Fantacci. «Serve disponibilità anche da parte degli insegnanti», osserva Botticelli. «Nessuno chiederebbe a un bambino miope di leggere senza occhiali, non si capisce perché ci debbano essere problemi con computer o calcolatori. Non sono scorciatoie, ma strumenti che aiutano a imparare: quando incontrano un insegnante che li capisce, la vita di questi ragazzi migliora radicalmente: è un’esperienza che ho vissuto con mio figlio, non si tratta di ignorare gli errori ma di valorizzare le loro capacità. E rendere più ricca e articolata l’offerta didattica non aiuta solo i dislessici, è un vantaggio per tutti». Tanto che oggi l’Associazione italiana dislessia, grazie al sostegno di Fondazione Telecom, può fornire gratuitamente i libri scolastici in forma digitale in modo da agevolare lo studio.

Se vuoi leggere l’articolo completo,
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