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PORTA PAZIENZA, TI SENTIRAI MEGLIO

PORTA PAZIENZA, TI SENTIRAI MEGLIO

Franca Ferraris è una filosofa che si interessa del valore terapeutico della riflessione. Il suo recente saggio illustra come arrivare a migliorare la propria vita riscoprendo una virtù dimenticata

«Il progresso scientifico e tecnologico ci ha reso schiavi dell’immediatezza nella soddisfazione dei nostri bisogni: vogliamo tutto subito. Si abbassa sempre di più la soglia di sopportazione per quel che riguarda i nostri tempi di attesa». Così scrive la filosofa Franca Ferraris, milanese, venti anni di insegnamento, nel suo recente saggio La saggezza della pazienza (Editrice Nuovi Autori, pp. 48, € 10,00). Un allarme accorato che emerge dalle sue riflessioni e che investe la nostra qualità della vita.
Professoressa,  il nostro benessere passa anche attraverso la capacità di rallentare?
«La velocità dei cambiamenti che sperimentiamo ogni giorno cancella le altre dimensioni del tempo, come il passato, disabituandoci all’idea di costruire in modo sereno il nostro futuro. Cosa che richiede in genere il saper aspettare, dando valore alle cose ordinarie in attesa di quelle straordinarie che potremmo realizzare nel momento in cui sviluppiamo altre capacità e competenze».
Cosa piuttosto complicata per la nostra cultura.
«Una ricerca inglese ha messo in evidenza che cominciamo a perdere la pazienza, per esempio al ristorante, dopo otto minuti di attesa. Mentre di fronte al pc il nostro umore si altera appena passa più di un minuto per scaricare dei dati…».
Saper aspettare, avere pazienza. Cose da vecchi?
«In effetti si diventa pazienti, ma non sempre, solo con l’avanzare dell’età. Non per merito, ma per i cambiamenti prodotti nel nostro fisico da un ritmo più lento in tutte le sue espressioni, a iniziare dal movimento, dal pensiero e dalla memoria. I giovani, per contro, non sanno attendere, è per loro intollerabile. Vivono solo il presente. Vogliono realizzare subito tutti i loro progetti di
qualsiasi natura, anche e soprattutto quelli affettivi che richiederebbero tempi più lunghi di riflessione, di dialogo e di conoscenza. Ma anche di significato».
Lei scrive che bisognerebbe realizzare una rivoluzione culturale.
«La pazienza è un’arte che si apprende con l’esercizio e l’educazione. Non è una virtù innata come sostengono alcuni filosofi. Si possono fare le cose ogni giorno, senza affanno. Una vita dovrebbe essere più contemplativa che attiva; anche gli antichi latini la pensavano così. Ma non è facile, perché occorrerebbe isolarsi dalla realtà quotidiana per trovare spazi di riflessione e sviluppare capacità interiori misconosciute, che si scoprono solo con una lettura attenta e rilassata del nostro spirito.
Solo che oggi pensiamo di non avere tempo per leggere, evitiamo i giornali e i libri, affidandoci a frettolose visioni dei notiziari televisivi».
Importante sarebbe iniziare con i figli.
«Sì, ma il problema è che costruiamo attorno a loro giornate senza respiro, fatte di impegni nello studio, sport, musica…
Dovremmo invece prenderci del tempo per sederci con i figli a parlare, imparando innanzitutto a rispettare i loro punti di vista. Spesso le giovani generazioni hanno un modo di valutare le cose diverso dal nostro; noi rischiamo di avere la presunzione di essere sempre dalla parte della ragione, ma se non li facciamo esprimere fino in fondo restiamo con i nostri pregiudizi. Invece potremmo scoprire che i ragazzi hanno dei valori che noi abbiamo dimenticato. Diceva il filosofo Montaigne (nei suoi Saggi) che quando incontrava un interlocutore che lo contraddiceva, in lui si risvegliavano curiosità e attenzione, non la collera per non aver ottenuto ragione. Di fronte alla persona che non la pensa come noi dobbiamo allora fare prevalere il sentimento di ricerca, provando a cogliere informazioni utili per la conoscenza della verità. In questo modo il dialogo non assume toni polemici, ma costruttivi».
Lei parla anche della pazienza nell’accettare il dolore e la malattia…
«Il dolore è un compagno inseparabile della nostra esistenza. Io collaboro con un’Associazione di volontariato – Stare bene insieme, onlus di Alessandria – un gruppo di auto aiuto per persone che hanno subìto un lutto. Tra le altre cose facciamo delle conferenze dove io rappresento un punto di vista filosofico. Sulla rielaborazione del lutto, la fede, la filosofia, insieme alla psicologia, possono rappresentare delle risorse fondamentali».
Si può parlare di fede in un mondo laicizzato?
«Ricercando il confronto. Come facciamo noi, nell’Associazione, quando affrontiamo le terapie per i mali dell’anima: in questi ambiti si presentano il pensiero di alcuni filosofi cristiani. Sono convinta che chiunque ha nel suo intimo il desiderio di qualcosa che trascende la natura umana. Spesso sono le persone che non credono ad avere questo desiderio. Bisogna arrivare ad aprire il cuore alla conoscenza».
Cosa intende con il termine cuore?
«Innanzitutto, credere con il cuore non significa farlo in modo superficiale. Madre Teresa di Calcutta e il filosofo Pascal affermavano che la fede semplice nasce dal cuore.
Ci sono atteggiamenti del cuore: una fede che si riflette nell’azione concreta finalizzata al sostegno degli altri. Una carità che dà senso alla nostra vita, a partire dal nostro quotidiano.
Io sono a favore di un’adesione alla fede che parte da questo concetto; anche se alla fede si può arrivare per tante strade, compresa quella razionale».

Se vuoi approfondire questo tema
invia una mail: info@vitaesalute.net

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