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QUANTO E’ FELICE IL PAESE

QUANTO E’ FELICE IL PAESE

La qualità di una nazione la si giudica dal suo prodotto interno lordo. Dalla ricchezza economica che produce. Ma è un criterio insufficiente. Oggi si parla sempre più di Benessere interno lordo, il Bil. Perché stare bene non è solo questione di portafoglio

«Il Pil non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi. Il Pil non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta…». Questo è un discorso pronunciato da Robert Kennedy, il 18 marzo 1968, alla Kansas University, durante la campagna presidenziale. Sarebbe stato assassinato neanche tre mesi dopo. Come dimenticare che il valore alla nostra vita non lo può certo dare il Dow Jones, l’indice più noto della borsa di New York?
Kennedy era stato un grande visionario: aveva introdotto il concetto del Bil. Che cos’è? È traducibile in «Indicatore di vita buona» (Better life index) o in «Benessere interno lordo». La sua grande notorietà, oggi si deve al fatto che è stato ampiamente sponsorizzato dall’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), conta 34 paesi membri e ha sede a Parigi, in una recente riunione dei G8 a Dauville (Francia). L’intento? Rappresentare lo stato di benessere e felicità degli abitanti di un paese, senza tener conto dei classici indicatori economici. Come? Per esempio, una società fondata sulle reti sociali presenti in un territorio e a cui fare affidamento in caso di necessità; il livello di fiducia che i cittadini hanno nelle istituzioni che li rappresentano; lo stato dell’ambiente; la conciliazione tra vita e lavoro, il tempo libero, la ricerca della felicità.
Come ama sempre ripetere Amartya Kumar Sen, economista indiano – Premio Nobel per l’economia nel 1998 – la povertà e la ricchezza non possono essere semplicemente valutate a partire dal reddito che si percepisce e dai beni che si possiedono. Sempre secondo Sen, invece, bisogna partire dalla capacità di fare, da come si è in grado di trasformare le risorse, quali che siano, in attività, libertà, sviluppo interiore. Eppoi, come trascurare la felicità che non può essere collegata a indici economici (Pil) ma resta un’emozione forte e, proprio per questo, sta nell’intimo di ciascuno di noi?
La politica della promozione della felicità è il risultato della condivisione, con l’altro, di sentimenti ed emozioni.
Nuovi strumenti di misura
Siamo di fronte a nuovi modi di misura olistici che dovrebbero far riflettere sullo stile di vita dell’oggi e spingere a modificarli. Per Alberto Contri, presidente di Pubblicità Progresso, realtà che da 40 anni si occupa di comunicazione sociale, alla base di tutto si pone il radicale cambiamento di visione e una piccola rivoluzione nei parametri con i quali si valuta il benessere dei paesi: «Un esempio di errata correlazione tra consumi e indici utilizzati per valutare il benessere può essere quello del Giappone che, dopo il disastro di Fukusmima, ha visto alzarsi in modo significativo il proprio Pil. C’è poi da considerare che è giunto il momento di fare più spesso riferimento al Fil, felicità interna lorda», afferma Contri.
Dunque, la ricerca della Felicità è anche sublimare il tempo, il proprio tempo. Il benessere è, insomma, vivere all’insegna della lentezza. Certo, non si vive nel mondo delle favole e non si dimentica «il principio della realtà» di freudiana memoria: non vanno dimenticate le preoccupazioni della vita. E allora? Basta affrontarle facendo in modo che che la disponibilità economica non divori il vivere e lasci spazio per vivere bene. L’imperativo? Costruire le condizioni per avere il diritto alla felicità.
Lo ha capito bene Claudio, architetto di successo che preferisce mantenere l’anonimato. Lavora in una grande metropoli del Centro Italia e non ha problemi di reddito. Ci sono, però, delle cose che non vanno nel suo vivere. Sua maestà l’automobile, per raggiungere il posto di lavoro, gli ruba quasi due ore. Lo spende nel caos del traffico. Ora ha scelto il treno. La sua casa? Bellissima, sarebbe un oggetto di desiderio per molti. Un neo: è collocata nell’inquinamento atmosferico e acustico. La soluzione? Claudio accantona una parte del suo reddito per lasciare la città: periodo di vacanze, fine settimana, ponti. Ogni occasione è buona per avere un buon Fil.
In pratica, il Pil è un (buon) indicatore della performance delle economie mercantili, cioè di come si comportano i sistemi economici basati sullo scambio di merci attraverso il denaro. Ma non è assolutamente valido come indicatore del benessere e della prosperità.
Come riuscire, allora, a passare dalla cultura del Pil alla cultura del Bil?
Per quelli di Depiliamoci (www.depiliamoci.it) – si occupano da anni del problema – non ci sono dubbi: «Bastano pochi semplici gesti quotidiani, gesti da cittadino, genitore, imprenditore, figlio, educatore, politico. Comportamenti che non richiedono grandi sforzi, nessuna rinuncia, nessun sacrificio, solo buona volontà e consapevolezza. Per superare il circolo vizioso del PIL superfluo basta riflettere, evitare gli sprechi e attuare un consumo delle risorse consapevole dei bisogni delle generazioni che verranno». Tutto vero, però sembra complicato. La crisi economica che stanno attraversando i paesi occidentali ha imposto nuovi modelli per valutare il benessere delle persone nonostante ci sia stato il Rapporto dell’economista statunitense Joseph Stiglitz, commissionato dal presidente francese Sarkozy a una commissione di esperti guidata proprio dal Premio Nobel da cui il rapporto prende il nome. Si è trattato del primo tentativo di andare oltre il Pil come indicatore di benessere delle comunità.
Quali condizioni soddisfare
Quali i punti per assicurare «vero» benessere a una comunità? Eccoli. Condizioni di vita materiali adeguate; qualità della salute; istruzione adeguata; attività personale gratificante; partecipazione alla vita politica; rapporti sociali; ambiente e insicurezza economica e fisica.
Il Rapporto in Francia non ha prodotto mutamenti significativi. Chi, invece, sembra fare sul serio è il primo ministro inglese David Cameron, che afferma: «La felicità non si scambia in Borsa. Nasce dalla bellezza che ci circonda, dalla qualità; dalla nostra cultura e soprattutto dalla forza dei nostri rapporti umani e dal nostro stile di vita». E non sono rimaste chiacchere visto che il leader britannico, lo scorso novembre, ha deciso di passare dalle parole ai fatti, inviando un questionario ai sudditi di sua Maestà britannica per misurarne il grado di felicità. Per Cameron la felicità è un elisir di lunga vita e la parola d’ordine arriva da un paese in cui il governo, dopo aver imposto ai cittadini un’austerity a base di lacrime e sangue, ha messo a punto una lista di dieci fattori di una vita felice su cui basare d’ora in poi le politiche dell’esecutivo.

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