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RAZZISMO

La paura entra nelle case con il telegiornale. Ma traspare anche dalle conversazioni, dai commenti di chi magari aspetta qualcuno che è fuori la sera o deve spostarsi su mezzi pubblici affollati. Ed è un disagio che sempre più spesso assume il volto di chi è diverso da noi, degli stranieri che popolano le nostre città e alla cui presenza sembra così difficile abituarsi.
Si spiega forse così la creazione di certi stereotipi, come quello degli zingari rapitori di bambini. E come pochi drammatici casi di cronaca bastino a far temere la presenza dei rumeni, che sono oltretutto cittadini dell’Unione Europea. «Ma la paura è una reazione psicologica basata sulle emozioni, non sul ragionamento», spiega il pedagogista Daniele Novara, direttore del Centro psicopedagogico per la pace e la gestione dei conflitti di Piacenza. «E spesso a farci paura è solo quello che trasmette diversità».
Forse è per questo che possono apparire preoccupanti anche immagini apparentemente innocue, come quella di una donna islamica che cammina velata per la sua strada. «Il rapporto con l’altro è un problema critico da sempre. Pensiamo all’episodio biblico della torre di Babele, con le lingue che si confondono: a creare il problema non è la diversità, ma l’impossibilità di capirsi», spiega Giandomenico Amendola, docente di sociologia urbana all’università di Firenze e autore di diversi saggi sul tema delle paure (il più recente: Citta, criminalità, paure, pp. 264, € 17,50, Liguori 2008). «Non a caso le parole comunità e comunicazione hanno la stessa radice».

Depressione in agguato

Secondo il recente rapporto pubblicato sulla rivista Safety & security, l’88 per cento dei nostri concittadini teme di essere vittima di aggressioni, un’ansia diffusa che pesa anche sulla nostra salute. Uno studio dell’University college di Londra mostra che chi ha paura di atti criminali corre un rischio doppio di ammalarsi di depressione. E se è difficile definire esattamente il rapporto tra timore e malessere – la paura genera depressione, i disturbi dell’umore portano forse a ingigantire le preoccupazioni – è indubbio che la paura non faccia vivere bene. E nella nostra percezione a essere minaccioso è spesso «l’altro», anche se la maggior parte dei delitti si consuma in ambito familiare.
Ma gli stereotipi sono duri a morire e si autoalimentano: «Più un gruppo etnico ci sembra inquietante e diverso meno lo frequentiamo; meno lo frequentiamo più ci spaventa», fa notare Amendola. Una convivenza serena sembra ancora lontana. «L’Italia è un paese in forte evoluzione che non ha ancora costruito una propria identità solida, fino a pochi anni fa per molte persone il dialetto era la prima lingua, la realtà urbana è ancora qualcosa con cui fare i conti. E la presenza di tanti soggetti di provenienza e cultura diversa crea un senso di spaesamento», spiega Novara. «Siamo un paese di emigrazione, non di immigrazione», precisa Amendola, «non abbiamo una storia di rapporto con gli altri sia pure in condizioni particolari, come accade a Francia e Inghilterra, forti di una tradizione coloniale. L’esercito di leva, anzi, fu creato proprio con lo scopo di amalgamare le persone, di portarle a contatto con culture e stili di vita diversi».

Difendere gli spazi

Un contatto che crea ancora disagio: «Sentire messo in discussione il proprio territorio fa scattare meccanismi ancestrali di difesa», prosegue il pedagogista. «Magari in fabbrica si può solidarizzare con i lavoratori stranieri con cui si condivide un’esperienza, ma quando vengono messi in discussione gli spazi di vita tutto diventa più difficile». E succede spesso che lo straniero diventi una sorta di capro espiatorio «che serve a ritrovare un’identità fragile, come abbiamo visto succedere per esempio nei Balcani, ma anche a esprimere disagio per le tante cose che non funzionano, dai servizi pubblici alla corruzione diffusa», spiega Novara. «Prendersela con gli altri, con gli stranieri, sembra in qualche modo più comodo». Anche perché oggi il confronto è quotidiano: «Quando è cominciata l’urbanizzazione le città collocavano ai margini – in periferia, negli slums o nelle banlieue – i diversi, i soggetti percepiti come pericolosi», spiega Amendola, «oggi lo straniero è sempre più spesso il nostro vicino di casa, la forza della città occidentale sta proprio nella coabitazione tra diversi». E al tempo stesso abbiamo una maggiore domanda di uso delle città, «chiediamo giustamente di poter uscire e circolare liberamente». Senza dimenticare quella che Amendola definisce «una compressione spazio temporale causata dai media»: se due casalinghe vengono stuprate a New York e Los Angeles, a Torino si chiude la porta a chiave.

I dati oggettivi

E lo stato moderno nasce proprio per rispondere alle esigenze di sicurezza dei cittadini. «Un’esigenza che però spesso viene strumentalizzata», spiega Amendola. Le nostre paure poi non hanno molto a che vedere con il pericolo oggettivo: l’Italia ha dati molto incoraggianti sulla sicurezza personale, «gli omicidi sono in diminuzione dagli anni Cinquanta, e se c’è ancora qualche difficoltà sui reati contro il patrimonio si tratta spesso di furti di piccola entità», commenta Novara e aggiunge scherzando, ma non troppo: «Siamo sicuri poi di avere le paure giuste? Oggi il posto più pericoloso per lasciare i soldi sono forse le banche». «A Firenze c’è l’indice di criminalità di un cantone svizzero, eppure la gente ha paura», aggiunge Amendola. «Napoli è più sicura di New York, anche se molti hanno la percezione contraria». Ma a New York la violenza è prevedibile, quello che spaventa la gente è il delitto imprevedibile, immotivato: «Il sasso gettato dal cavalcavia piuttosto che l’incidente di macchina, l’assassinio casuale in un quartiere residenziale più dei crimini abitualmente commessi in zone considerate a rischio come Scampia».
Così la paura esce dai confini metropolitani, per colpire piccoli centri che rimpiangono i tempi in cui le porte non si chiudevano a chiave: «Nelle metropoli gli abitanti si sono abituati a mettere in atto comportamenti per minimizzare i rischi, evitano certe ostentazioni o certi luoghi e non danno troppa importanza a eventi come un tentativo di scippo», osserva Amendola. Ad aumentare l’ansia ci sono poi comportamenti non precisamente illegali, che percepiamo però come sintomo di inciviltà: i graffiti sui treni e sui muri o i ragazzi che sgommano con la moto. «Sono gesti che trasmettono un senso di assenza dello stato, alimentando una delle nostre paure, quella che in caso di pericolo nessuno intervenga: un timore crescente in una società in cui i vicini non esistono più», prosegue il sociologo.
Non a caso il gruppo sociale più spaventato sono gli anziani, che è anche quello che statisticamente corre meno pericoli, quelli più a rischio i giovani, che sono anche quelli che si sentono più sicuri. Non è però il caso di drammatizzare. «Salvo tragiche eccezioni l’atteggiamento generalizzato nei confronti degli stranieri non è di ostilità: confrontando questa situazione con altre in cui ci troviamo a operare, per esempio il Kossovo, le cose si mettono in prospettiva», osserva Novara. Troppo spesso si preme il pedale sull’allarmismo, «per esempio, quello che viene denunciato come bullismo dai giornali spesso è pura e semplice prepotenza; il bullismo vero è un fenomeno molto grave, un’aggressione protratta sui più deboli, ma fortunatamente nel nostro paese è piuttosto raro».

L’esigenza di socialità

Qualcosa però si può fare, non tanto con strumenti come telecamere o altri dispositivi che spesso non fanno che confermare la presenza del pericolo, «tanto che i soldati impiegati sul controllo del territorio sono stati privati degli aspetti esteriori del loro status proprio per non creare allarmismo», osserva Amendola. A volte basta capire che l’ansia è sintomo di qualcos’altro: alcuni anni fa, in Francia, una richiesta continua di soccorso da parte degli abitanti di alcune aree periferiche «a rischio» è stata risolta creando una sorta di vigilanza orizzontale, in pratica una rete di videocamere visibile anche dagli appartamenti, che creava un’occasione di incontro tra i vicini: «Una soluzione del genere crea problemi di privacy, ma le chiamate al “113” francese sono diminuite dell’85 per cento, a dimostrare che quella percepita come una richiesta di sicurezza era invece una domanda di vicinato», spiega Amendola. Si spiega così anche il successo del servizio di accompagnamento anziani in posta o in banca istituiti da alcuni comuni, «o i Percorsi di Pollicino, tragitti protetti creati in due quartieri residenziali di Napoli per consentire ai bambini di andare a scuola in sicurezza creando sulla strada che dovevano percorrere una serie di punti – negozi e stabili contraddistinti da un adesivo riconoscibile – cui si potevano rivolgere per aiuto».
La paura insomma si supera combattendo l’isolamento e creando occasioni di coinvolgimento e confronto. E anche di scontro, purché gestito correttamente: «È importante imparare a litigare, a gestire i conflitti facendo valere le proprie ragioni senza prepotenza: in una società liquida come la nostra è molto più efficace che delegare la soluzione dei problemi a una gerarchia autoritaria. Se messe nelle situazioni giuste, le persone sono in grado di trovare delle soluzioni», spiega Novara. Alcune cose sono più semplici di altre: per i bambini è più facile accettare i compagni stranieri perché hanno meno imprinting culturale, «e c’è da sperare che la scuola italiana continui a fare il buon lavoro che ha fatto finora», sottolinea Novara. Che conclude: «In molte zone del paese non c’è nessun problema a trovare un luogo dove gli islamici possano pregare, per la costruzione di minareti invece c’è ancora qualche resistenza, interferiscono troppo nell’identità di campanile… magari tra qualche anno. Intanto oggi la crisi economica ha preso il posto, nelle preoccupazioni degli italiani, dei problemi con gli stranieri».

 

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