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SE INTERNET CI FA PERDERE LA MEMORIA

SE INTERNET CI FA PERDERE LA MEMORIA

I vantaggi e i rischi della comunicazione immediata. I problemi sulla capacità di concentrarci.
Le opportunità della lettura ad alta voce nei bambini.

Oggi viviamo on line. E sempre più spesso troviamo in rete le risposte ai nostri interrogativi, si tratti di ricette di cucina, numeri di telefono o informazioni. Per i più giovani – i nativi digitali, come si definiscono – è sempre stato così. Chi ha qualche anno di più deve abituarsi a inseguire date e dati sui motori di ricerca, a trovare gli amici in chat o sui social network come Facebook invece che al bar o in passeggiata sul corso.
Inquietante? Forse. Pericoloso? Il dibattito si divide, come spesso avviene, tra ottimisti e pessimisti a oltranza. Ogni tecnologia modifica la società
L’unica cosa su cui sono tutti d’accordo è la portata della rivoluzione che stiamo vivendo.

Come attrezzarsi?
«Ogni tecnologia cambia la struttura della società, il nostro modo di vivere. Ma modifica anche la struttura psico-sensoriale stessa della persona », osserva Gianfranco Pecchinenda, sociologo dei Processi Culturali e Comunicativi preso l’università Federico II di Napoli, «questo avviene dai tempi di Platone. Ma gli studiosi seri non ragionano in termini di meglio/peggio, piuttosto analizzano i cambiamenti in atto».
Che fanno paura, da sempre. «Ogni volta che la quantità di informazioni disponibili aumenta sensibilmente c’è qualcuno che lancia l’allarme: è già successo con l’avvento della stampa», osserva Francesco Antinucci direttore di ricerca all’Istituto di scienze e tecnologie cognitive del Cnr. «Ci sono citazioni di Diderot, che si lamenta dell’eccessivo numero di libri disponibili, di un erudito secentesco, Adrien Baillet, per cui la crescente diffusione della stampa avrebbe causato un’“ondata di barbarie” paragonabile a quella che ha seguito la caduta dell’impero romano».

L’impatto sulla memoria
La novità, osserva Pecchinenda, è la velocità alla quale si verificano le innovazioni: «La scrittura ha prodotto trasformazioni più profonde di quelle indotte da internet, ma l’ha fatto con un’evoluzione costante durata oltre duemila anni. Oggi tutto è accelerato, sappiamo che i giovanissimi avranno una struttura nervosa diversa dalla nostra». Ma questo non è necessariamente un male: ««Le critiche rivolte da Carr alla rete si basano su studi assolutamente datati», avverte Antinucci, «non c’è dubbio che l’uso di internet modifichi alcuni comportamenti relativi al modo in cui processiamo le informazioni. Ma è un fatto naturale, il modo in cui il nostro organismo reagisce alle mutate condizioni di vita». Proprio con la strategia che viene tacciata di superficialità, quella modalità di «lettura trasversale» che serve a gestire la massa di informazioni che abbiamo a disposizione: «se le soppesassimo come facevamo 40 anni fa, non arriveremmo a niente», spiega Antinucci. «È indispensabile sviluppare strategie per valutare rapidamente se un dato sia o no rilevante. Dire che questo comporti l’incapacità di approfondire e “leggere” davvero è un arbitrio: l’esperienza insegna che quando i giovani hanno voglia di approfondire qualcosa – per esempio le istruzioni per un gioco – sono capaci di farlo con ottimi risultati». Anche se qualcosa è destinato a cambiare davvero: «Probabilmente perderemo la capacità di ricordare molte informazioni a memoria, che si è già ridotta, d’altronde, con la diffusione dei libri, rispetto a quanto avveniva nelle società di tradizione orale. Ma oggi siamo pieni di memorie esterne efficienti. Quello che ci serve è la capacità di selezionare le informazioni», osserva Antinucci.

La perdita del mondo reale
«La cosa che mi preoccupa è una sorta di primitivismo percettivo: rischiamo di perdere la capacità di rivolgere l’attenzione al mondo reale che sta al di là dello schermo, di non coglierne la complessità», spiega Pecchinenda. «Alcune esperienze di ricchezza sensoriale richiedono un processo di apprendimento per essere apprezzate, come avviene per esempio per la degustazione di un buon cibo. O la capacità di distinguere un’opera d’arte originale da una riproduzione. Il rischio è che libri o film una volta fondamentali diventino difficilmente accessibili». Quanti ragazzi oggi riescono a guardare, per esempio, un film come Rashomon? Ad apprezzare la lettura di un classico? «Quando si crea un determinato meccanismo sensoriale, cambiano le aspettative e la capacità di mantenere desta l’attenzione. È un fenomeno di cui non si può non tenere conto», commenta Pecchinenda, «per limitare i danni bisognerebbe che il mondo della cultura della formazione fosse più attento a quello che sta avvenendo».

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