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SIAMO SERVI DEL CIBO

SIAMO SERVI DEL CIBO

L’antropologo Claude Lévi Strauss notava che il cibo deve essere buono per la mente ancora prima che per il palato. Solo che oggi va bene ciò che ci viene fatto credere sia buono per la mente. Un condizionamento non certo improntato sulla qualità, ma sulla persusione occulta di acquistare la qualità. La ragione? Ce la piega in modo pungente Raj Patel nel suo recente libro I padroni del cibo (Feltrinelli, pp. 286, € 16).
Secondo Patel le multinazionali alimentari immettono sul mercato 15-20 mila nuovi prodotti l’anno, senza tener conto della loro qualità. E noi spesso non riflettiamo mai consciamente su questi prodotti che finiscono nel carrello e poi sulle nostre tavole. La prova? Innumerevoli analisi di mercato dicono che rimaniamo impassibili quando le merci ci occhieggiano ammiccanti dagli scaffali. Il più delle volte ci colpisce più la confezione e i suoi colori che l’etichetta.

Ciò che turba è che questo modo di pensare acriticamente il cibo è inculcato in profondità nella struttura esistenziale di ciascuno di noi, a livello globale. Si potrebbe parlare di globalizzazione della persuasione, parafrasando un fortunato lavoro di Vance Packard, giornalista, sociologo e scrittore statunitense, scomparso nel 1996, e autore del famoso saggio sulla pubblicità, I persuasori occulti (Einaudi, pp. 286, € 10,50

I professionisti della comunicazione, nel Terzo Millennio, ricorrono a tecniche tese a influenzare il consumatore facendo leva sul suo subconscio. «Niente di nuovo sotto il sole», diranno a questo punto i nostri lettori. Ma la lista non finisce certo qui. Accanto ai persuasori si sono affacciate anche nuove figure: gli esperti di indagini di mercato, i sondaggisti e chi più ne ha più ne metta. Tutti protesi a studiare in profondità le aspettative delle persone non solo nei confronti dei «prodotti» ma anche della vita. Insomma, la sconfortante conclusione è che grazie al modo in cui viviamo, lavoriamo e giochiamo noi non scegliamo mai il nostro cibo, ma più semplicemente è il cibo a scegliere noi.

Le grandi contraddizioni
La Terra è uno strano posto se ci mettiamo a osservarla con gli occhi di Patel: al giorno d’oggi produciamo più cibo di quanto sia mai accaduto nella storia dell’umanità, eppure una persona su dieci che vive sul pianeta Terra è afflitta dal problema fame. «L’inedia di 800 milioni coincide con un altro primato nella storia: gli affamati sono sopravanzati da abitanti in sovrappeso», ricorda Patel. Ma ciò che è più deprimente, ricorda sempre l’autore, è che per ogni dollaro speso per promuovere alimenti naturali vanno in fumo ogni anno 500 dollari per pubblicizzare «junk food», il cosiddetto cibo spazzatura.
Come è arrivato Patel a tale considerazione? Il sistema economico che domina il mondo ha dimenticato che gli alimenti non sono una merce come le altre. «Il cibo è innanzitutto cultura perché al cibo sono strettamente collegate tradizioni culinarie antiche, sapori e odori che fanno parte di un idem sentire, dell’identità e della geografia stessa. L’agricoltura, del resto, rappresenta l’inevitabile complemento di questa tradizione ed è il motore fondamentale delle economie regionali, specie nei paesi poveri», ricordano con forza quanti lottano contro la globalizzazione a livello mondiale.
 
Eppure sono denutriti
La prima cosa chiara è che il cibo non manca, a soffrire di fame sono i poveri che non possono procurarselo. Per risolvere il problema miseria occorrerebbe costringere i governi a difendere l’agricoltura anziché obbligarli a distruggerla. Per centrare l’obiettivo sarebbe sufficiente invertire l’ordine delle priorità: capire che il libero mercato dei prodotti alimentari, come afferma Patel, è «una menzogna che ci viene venduta per ragioni propagandistiche». Tanto per fare un solo esempio, in India sono state distrutte milioni di tonnellate di granaglie, è stato permesso che il cibo marcisse nei silos mentre la qualità degli alimenti consumati dagli indiani più poveri sta peggiorando per la prima volta dall’Indipendenza del 1947. Negli ultimi anni, poi, l’India è diventata la patria della più alta concentrazione di diabetici, spesso bambini, il cui fisico ha subito un vero e proprio crollo a causa dell’alimentazione sbagliata. Contrasti del genere, però, non sono presenti solo in India. Sono globali e diffusi addirittura nel paese che una volta era quello più ricco al mondo. Parliamo degli Stati Uniti, dove, nel 2005, c’erano più di 35 milioni di persone che non sapevano dove trovare il pasto seguente (???).
E dire che negli Stati Uniti e in Europa le aziende agricole di notevoli dimensioni sono in grado di accedere a considerevoli sussidi elargiti da parte dello Stato. Per farla più semplice, ogniqualvolta la Banca mondiale e la World Trade Organization, Organizzazione mondiale del commercio, costringono i paesi poveri a liberalizzare i loro mercati interni, sono sbaragliate un gran numero di culture e relativi stili di vita.
In Ghana, durante gli anni Novanta, la produzione di riso riusciva a coprire l’80 per cento dei consumi interni e quella di pollame il 95 per cento. Dopo la liberalizzazione, imposta attraverso i diktat dalla Banca mondiale, le produzioni locali sono passate, rispettivamente, dal 20 e all’11 per cento. Un vero e proprio crollo.
Troppi obesi
Ma a questo punto si presenta un’altra domanda: «Se ci sono tanti affamati, perché ci sono altrettanti obesi»? Per Patel la risposta non è difficile: «semplicemente perché la politica che porta una parte del mondo alla fame è nata nell’unico paese del mondo, gli States, che non hanno proprio una tradizione alimentare. I cittadini americani, in maggioranza, considerano una perdita di tempo stare per troppo tempo a tavola e così si manda giù di tutto, senza tenere conto della qualità. Ci si trasforma in obesi per deficit di cultura, di identità. Oltre un terzo degli americani ignora completamente la provenienza di ciò che mangia. Il 20 per cento delle decine di milioni che giornalmente acquistano i loro pasti al fast food lo consumano in automobile. Quella cultura ha fatto proseliti in tutto il mondo e non c’è città in cui non siano presenti i McDonald’s.
Fame e obesità sono due fenomeni contigui e persino negli Stati Uniti questa prossimità è evidente. Ma in maggioranza sono obesi, perché quando hanno i soldi si nutrono di alimenti di scarsa qualità. Perché succede tutto ciò? Gli organismi umani squilibrati dalla miseria in età infantile, metabolizzano e immagazzinano male il cibo e di riflesso hanno un rischio superiore di immagazzinare come grasso gli alimenti, di bassa qualità, cui possono accedere.
Una équipe di ricercatori di recente ha avanzato l’ipotesi che se i modelli di consumo rimarranno invariati, i bambini statunitensi odierni vivranno cinque anni di meno a causa delle malattie legate alla dieta cui saranno esposti da grandi. Si parla di anni di meno ma, vale la pena sottolinearlo, anche di qualità della vita notevolmente ridotta.
Quindi non stupisce che anche i bambini europei saranno sottoposti agli stessi pericoli di obesità, ai quali c’è da aggiungere diabete e disturbi cardiocircolatori.
In ogni caso, siamo di fronte a una dittatura implacabile: le quattro maggiori multinazionali dell’alimentazione controllano il 50 per cento del mercato alimentare. La sola Unilever ha il suo dominio nel 90 per cento del mercato mondiale del tè. Come dire, al mondo non c’è un grammo di merce che possa essere commercializzato in un libero mercato.
Vige lo strapotere delle multinazionali e non solleva certo scoprire che, per esempio, quasi tutti gli ingredienti di una barretta di cioccolato non sono presenti per accordare al prodotto un buon sapore ma sono aggiunti per rendere più semplice la confezione, per immagazzinare, spedire e conservare meglio la barretta, evitare che assorba umidità o veda i suoi ingredienti separarsi prima dell’apertura. Quanti sanno che il tè si è trasformato nella bevanda quotidiana dei proletari inglesi durante la rivoluzione industriale, dimostrando «fino a che punto i trafficanti di tè e zucchero fossero in grado di cavalcare, e favorire, i cambiamenti nei gusti secolari, ridurre i livelli nutrizionali, e ottenere come bel risultato una forza lavoro più caffeinica nel laboratorio del mondo»?
Tanta merce in esposizione
E quanti sanno come sono nati i supermercati? Nacquero negli Stati Uniti, all’inizio Novecento. Un luogo commerciale contraddistinto da un’abbondanza che prima non si era mai conosciuta. Per scongiurare le conseguenze negative collegate al surplus di produzione l’imperativo stava nel convincere i consumatori a comprare merce in quantità eccedenti, riducendo i prezzi. La geniale intuizione fu dell’Atlantic and Pacific Tea Company che fondò un gran numero di botteghe caratterizzate dallo stesso marchio.
Fin dagli esordi lo spazio fu realizzato non solo per commercializzare le merci a basso costo, ma anche per addestrare al bisogno il cliente.
In definitiva, il sistema alimentare si è trasformato in un vero e proprio campo di battaglia dove domina la legge del più forte. Come uscirne? I consigli dell’autore sono rivolti alla nostra vita di ogni giorno, cercando di trasformare i nostri gusti e le nostre scelte alimentari: «buona parte dei danni inflitti dal sistema agroalimentare passa sotto l’alibi della domanda dei consumatori, allora noi, come risposta, possiamo decidere di mangiare locale e stagionale».
I dilemmi dell’etichetta
Mangiamo di tutto e di più. Senza però sapere cosa. Le confezioni dei prodotti rivelano sfilze di ingredienti, in parte indecifrabili. Ma all’invasione della chimica, alcuni rispondono con i prodotti locali
«Coltivare i campi è stata la condanna per l’uomo cacciato dall’Eden. Tornare a quest’attività è un modo per riconquistarlo. È finita la baldanzosa euforia della ricchezza facile. Il nostro futuro sarà l’agricoltura pulita. In pratica saremo salvati dai contadini». È quanto afferma senza esitazione il grande regista italiano Ermanno Olmi che ha girato il documentario Terra Madre – uscirà nelle sale a maggio – un film sulla civiltà contadina che mette in luce i guai scatenati dall’industrializzazione sfrenata della natura.
Sulla stessa lunghezza d’onda le Campagne di intervento di Vandana Shiva, la militante indiana che lotta strenuamente contro l’appropriazione delle sementi, a livello mondiale, da parte delle multinazionali del cibo. Secondo Shiva l’uso massiccio di monocolture, pur garantendo rese agricole elevate, modifica gli equilibri del territorio e costringe gli agricoltori all’impiego di dosi massicce di pesticidi che provocherebbero la sparizione di insetti indispensabili per l’impollinazione delle piante e l’avvelenamento del cibo.
La stessa battaglia la porta avanti, in Italia, il nostro Carlo Petrini, fondatore dello Slow Food che chiede a gran voce il controllo da parte delle Comunità locali sulla produzione agricola e sulla qualità del cibo. «Del resto come negare che la possibilità di procurarsi alimenti di qualità e privi di residui chimici tossici è da considerare una delle libertà fondamentali dell’uomo», scrive nel suo memorabile libro, il premio Nobel per l’economia Amartya Sen (Libertà è sviluppo. Perché non c’è crescita senza democrazia, Mondadori, pp. Xx, € 10). La cosa è difficile perché, tanto per fare un esempio, le quattro maggiori multinazionali dell’alimentare tengono sotto stretto controllo il 50 per cento del mercato alimentare. Quello Occidentale è descritto come il mondo dell’abbondanza e della qualità, ma nei soli Stati Uniti, non in India, vivono ben 35 milioni di persone che spesso nel corso dell’anno non hanno i soldi per acquistare da mangiare nei «templi del cibo», i supermercati. Sempre un terzo degli americani non ha la più pallida idea da dove provenga l’alimento che mette in tavola.
Un libro-denuncia
La cosa vale per tutti i consumatori. La prova? Basterebbe farsi alcune semplici domande. Che cosa è questa roba che ho nel piatto? Da dove arriva?
Domande che si è posto Michael Pollan, professore di giornalismo all’università di Berkeley (Usa), dedicando un libro sull’argomento, che è diventato un caso editoriale per le centinaia di migliaia di copie vendute in tutto il mondo. Stiamo parlando di Il dilemma dell’onnivoro (Adelphi, pp. 487, € 28,00). Il tema centrale del libro è la schizofrenia alimentare che coinvolge milioni di persone che mangiano male e di riflesso diventano diabetiche, cardiopatiche, malate di cancro, obese e dunque alla ricerca sfrenata della dieta ideale per raggiungere il peso ideale e dell’alimento ad hoc.
L’attuale industrializzazione dell’agricoltura e dell’alimentazione ci fa sentire colpevoli delle nostre malattie e non ci dice certo che molto dipende da ciò che mangiamo. Del resto è difficile crederlo visto che, a prima vista, mai come in questo periodo gli sacaffali dei supermarket offrono migliaia di invitanti e splendenti prodotti alimentari. Però, se cerchiamo di fare una conoscenza ravvicinata di ciò che mangiamo le cose cambiano sensibilmente. «Per comprendere quanto sia ingarbugliata la situazione basta leggere le etichette dei prodotti alimentari dove compare spesso un’interminabile lista di sostanze chimiche anche nei cibi più semplici e con un’indicazione di provenienza che spesso rivela cibi che provengono da miglia di Km», ricordano gli organismi del biologico.
Come comprendere lo stato delle cose? Pollan per capire veramente ciò che mangiamo ha deciso che ci fosse una strada obbligata «quella di vivere in prima persona i passaggi che conducono a quattro tipi di pasti: il fast food, la catena biologica nella variante «locale» e la biologica industriale, e quella personale, ovvero il ritorno al prodotto procurato in prima persona». Per Pollan il modello migliore sembra quello delle fattorie nelle quali è possibile reperire una grande varietà di coltivazioni e di allevamenti, mercato corto o vendita diretta, che è un microcosmo pieno di equilibri in cui non si ricorre alla chimica. Un modello che non è certo difficile da espandere visto che sta conoscendo un vero e proprio boom. Negli Stati Uniti si registra un vero boom nelle città dei mercati degli agricoltori con un aumento del 53 per cento negli ultimi dieci anni dei cosiddetti «farmers market», dove è possibile acquistare prodotti freschi e genuini come frutta e verdure locali.
Mercato corto
E in Italia? Si deve innanzitutto alla Coldiretti l’avvio di una mobilitazione per consentire ai consumatori di fare scelte di acquisto consapevoli, che non inquinano e salvano il clima: dall’introduzione dell’obbligo di indicare in etichetta la provenienza dei cibi in vendita, alla disponibilità di spazi adeguati nella distribuzione commerciale, dove poter acquistare alimenti locali che non devono essere trasportati per lunghe distanze; dai «farmer market» fino all’inaugurazione del primo circuito a chilometri zero.
La stessa opportunità può essere colta acquistando direttamente nelle 57.530 imprese agricole nazionali che vendono frutta, verdura, formaggi, olio e altre specialità alimentari. Con un semplice click sul sito www.campagnamica.it con il motore di ricerca «In viaggio per Fattorie e Cantine» è possibile individuare nel proprio comune, provincia o regione la più ampia gamma di aziende agricole che vendono direttamente al consumatore. È il trionfo del mercato corto che, saltando le «viziose» fasi distributive, mette in diretto rapporto consumatori e produttori.
Il fatto positivo è che molti italiani cominciano a diventare frequentatori abituali delle fattorie di campagna, portati da motivazioni diverse: un risparmio medio del 30 per cento, ma anche la voglia di sapere che cosa si porta in tavola e il desiderio di inquinare di meno dando forza anche all’agricoltura locale. La vendita diretta del produttore nel 2008 è la forma di distribuzione commerciale che ha registrato la maggiore crescita battendo nell’alimentare negozi, hard discount e ipermercati, grazie a un incremento dell’8 per cento del valore delle vendite per un totale stimato in 2,7 miliardi di Euro. Lo ha reso noto recentemente il presidente della Coldiretti, Sergio Marini, a Bari, in occasione della divulgazione dei dati Istat sul commercio al dettaglio, alla convention delle cooperative aderenti a Coopcoldiretti Puglia, a cui hanno partecipato rappresentanti di duecento cooperative della Puglia insieme a imprenditori agricoli e operatori del settore.
Così se il 2008 ha fatto segnare il peggior risultato nelle vendite al dettaglio negli ultimi dieci anni, un italiano su due (52 per cento) nello stesso anno ha acquistato almeno una volta direttamente dal produttore agricolo.
 
Voglia di genuinità
Siamo di fronte a un fenomeno in controtendenza rispetto alla crisi generale perché concilia la necessità di risparmiare con quella di garantirsi la sicurezza del cibo dopo i recenti allarmi alimentari, dai maiali alla diossina irlandesi al latte alla melamina cinese. Tra le motivazioni di acquisto dell’indagine Swg/Coldiretti spicca infatti la genuinità (63 per cento), seguita dal gusto (39 per cento) e dal risparmio (28 per cento). Ma ci sono anche enormi spazi di crescita con quasi la metà (44 per cento) dei consumatori che non effettuano acquisti direttamente dai produttori e che non lo fanno perché non sanno a chi rivolgersi o dove andare, tanto che l’88 per cento della popolazione si recherebbe in un farmers market se c’è ne fosse uno nella propria zona.
«Occorre moltiplicare il numero di mercati degli agricoltori di Campagna amica che sono una formidabile occasione per aggiungere concorrenza a un sistema ingessato da anni», ha precisato Marini. «I mercati di Campagna amica, non sono solo un’occasione di mercato per tante nostre imprese, ma anche  un modo per far conoscere, apprezzare e riconoscere, al mondo, l’agricoltura italiana e le sue distintività, sono il miglior veicolo promozionale per il made in Italy e per il marchio che lo contraddistinguerà».
La «scelta delle scelte» rimane, infine, il vegetarismo. I vegetariani, in Italia superano ormai i 6 milioni: rifiutano di nutrirsi di un alimento che causa la soppressione di animali, può far ammalare, inquina l’ambiente e consuma energia.
In sintesi
La fame e l’abbondanza
– Ogni anno 15-20 mila nuovi prodotti alimentari sono immessi sul mercato dalle multinazionali del cibo, ma nei paesi in via di sviluppo è in corso un’epidemia di suicidi tra gli agricoltori che vanno in rovina per via dei mercati globali.
– Per ogni dollaro speso per promuovere alimenti naturali si spendono 500 dollari per pubblicizzare “junk food”.
– In Ghana, negli anni Novanta la produzione di riso copriva l’80 per cento dei consumi interni e quella di pollame il 95 per cento. Dopo la liberalizzazione imposta dalla Banca mondiale le produzioni locali sono crollate rispettivamente al 20 e all’11 per cento.
– Oltre un terzo degli americani non ha la più pallida idea della provenienza di ciò che mangia. Il 20 per cento delle decine di milioni che ogni giorno si nutrono di fast food lo consumano in automobile.
– Negli Stati Uniti ci sono 35 milioni di persone che spesso, nel corso dell’anno, non hanno abbastanza soldi per comprarsi da mangiare.
– Le quattro maggiori multinazionali dell’alimentazione controllano il 50 per cento del mercato alimentare. La sola Unilever controlla il 90 per cento del mercato mondiale del tè.
– Nel mondo ci sono 1,3 miliardi di bovini, coprono il 24 per cento della superficie terrestre e consumano una quantità di cereali sufficiente a sfamare centinaia di milioni di persone, visto che un ettaro coltivato a cereali produce 5 volte più proteine di un ettaro destinato alla produzione di carne. E disperde più energia nelle diverse fasi produttive.
– L’obesità cresce in Italia a un ritmo dell’8 per cento l’anno. Il 10 per cento degli italiani è affetto da questa patologia.
L’originale idea di un’azienda piemontese

Adotta a distanza. Un orto
Novità in arrivo in Italia per chi si vuole fare un orto. Per adesso è possibile nel Vercellese, ma nulla impedirebbe di allargare l’esperienza in altre province. In pratica, si può prendere un terreno in affitto per farsi produrre, in modo biologico, la verdura che si preferisce. In pratica si sceglie che altri lavorino per noi e poi si gode dei risultati. Come? Gli ortaggi arrivano, settimanalmente, direttamente a casa del locatorio appena raccolti. L’iniziativa piemontese degli orti si deve agli eredi della Giacomo Ferraris di Bianzè, 40 ettari di terreno in larga parte coltivati a riso. A sentire Giovanni ferraris è sufficiente un orto di 30 metri quadrati, per un nucleo familiare di 4 persone invece ne occorrono 90. Le consegne sono fatte a casa con furgoni alimentati a metano. I costi? Per una coppia ci vogliono 2 euro al giorno pro-capite per almeno mezzo chilo di prodotto. Se si è 5 o 6 il prezzo si abbatte a un euro a persona. È l’era dei coltivatori indiretti che possono anche andare a vedere il procedere delle coltivazioni.

Info: Ferraris Giacomo Giuseppe Cesare S.s. Azienda Agricola, Cascina Cagna – 13041, Bianzè (VC), tel 0161/49297.
Le info utili
Loro sono i padroni

I padroni del cibo è un’indagine appassionante che svela per la prima volta i retroscena della guerra in corso per il controllo delle risorse alimentari: un vero e proprio giro del mondo che spazia dall’aumento dei suicidi tra i contadini asiatici alle sventurate conseguenze degli accordi commerciali tra Messico e Stati Uniti, dall’emergere dei movimenti dei senza terra in Brasile al fallimento di molte produzioni agricole africane, fino a toccare le sofisticate tecniche di manipolazione dei consumatori nel ricco Nord del mondo. In una fase storica in cui assistiamo all’aumento dei prezzi di tutti i prodotti di base, anche nei paesi occidentali, conoscere e comprendere le politiche alimentari mondiali significa confrontarsi con i temi della globalizzazione e della giustizia sociale, ma soprattutto significa capire quali strategie produttori e consumatori possono mettere in atto per proteggere la propria salute e contrastare lo strapotere delle multinazionali.

Raj Patel
I padroni del cibo

Feltrinelli, pp. 286, € 16

 

Come ci fanno comprare di più
I trucchi del supermercato

Ogni volta che si varca la porta di un supermercato è bene sapere che si entra in un luogo dove ogni minimo particolare è stato studiato per farci uscire con il carrello stracolmo. Ingegneri sociali, psicologi, esperti di marketing hanno, infatti, codificato innumerevoli strategie per farci spendere molto più di quello che avremmo voluto prima di varcare il santuario del cibo. Vediamo come difenderci.

Comprare d’impulso…

È inevitabile mettersi in fila alle casse, e quindi restare in attesa. Per questa ragione alcuni prodotti di uso frequente e attraenti vengono posti a portata di mano, come batterie, lamette, cioccolata in tutte le forme. In più ci sono i bambini che le mamme si trovano costrette a portare al supermercato, con l’immancabile momento dei capricci. Gli esperti di vendita lo sanno benissimo. E allora le casse diventano il regno di ovetti al cacao, gomme, caramelle, patatine, barrette, tutto ad altezza del bambino. Il successo è assicurato dal fatto che i bimbi senza cognizione afferrano di tutto.

 
Allungare i tempi…
Le indagini di mercato ci dicono che ogni minuto in più tascorso al supermercato fa guadagnare ai gestori più di un euro. Ecco spiegata la ragione per cui i prodotti di largo consumo come olio, sale, zucchero, uova siano introvabili: più tempo si perde più prodotti inutili finiscono nel carrello. È proprio questa la ragione per cui i prodotti poco interessanti, o su cui si realizza di meno, o talmente importanti da essere inevitabili, sono collocati all’inizio del percorso: nei primi metri l’acquirente passa velocemente, senza guardarsi bene intorno. Eppoi, avete provato a domandarvi il perché i prodotti più a buon mercato si trovino, nove volte su dieci, disposti negli scaffali più bassi? Il perché il caffè si trovi lontano dallo zucchero? Facile: ci costringono a passare allo sguardo tanti altri articoli in più, rendendo più incisiva la vendita dei loro prodotti.
 
E quindi in sintesi…
1. Frutta e verdura sono all’ingresso. Si crea un’atmosfera da mercato.
2. Carrelli della spesa di grandi dimensioni: mettono a disposizione del cliente spazio a volontà e il cliente non capisce quanti prodotti ha comprato.
3. Temperatura ideale per l’acquisto: a 19°C si compra meglio.
4. I prodotti vanno collocati sotto una luce ad hoc. Ricerca ossessiva delle lampade giuste. Anche fino al 40 per cento dei costi di arredamento dei Supermarket è dato dall’illuminazione.
5. Il colore? Con un’adeguata esposizione dei cartelli, per esempio con prezzi scritti a mano in rosso, gli acquirenti pensino che si tratti di un’offerta particolarmente vantaggiosa.
6. Raggiungibilità. I produttori sono disposti a pagare un sovrapprezzo per avere i loro prodotti esposti in punti facilmente raggiungibili. Le occasioni, invece,  trovano posto nella parte bassa degli scaffali.
7. Tempi del mangiare. I prodotti sono, in genere, tenendo conto dell’ordine cronologico dei pasti. Dalla colazione alla cena.
8. Distanze. I prodotti più gettonati sono disposti lontano l’uno dall’altro: così nel carrello della spesa vanno a finire prodotti che non si intendeva acquistare.
9. Olfatto. Buoni profumi invogliano all’acquisto: non a caso i supermercati cuociono pessimo ma profumato pane surgelato a tutte le ore.
10. Confezioni ingannevoli. Confezioni più grandi non garantiscono sempre più contenuto.
Le Regole d’oro
Quelle parole oscure
– Provenienza di cibi in vendita: guardate cosa indica l’etichetta e preferite prodotti nazionali.
– Preferite i supermercati che dispongono di spazi adeguati nella distribuzione commerciale, dove poter acquistare alimenti locali che non devono essere trasportati per lunghe distanze, dalle «fattorie di campagna» (farmer market) fino all’inaugurazione del primo circuito a chilometri zero.
– Fate i propri acquisti direttamente nelle «farmer market». Con un semplice click sul sito www.campagnamica.it con il motore di ricerca «In viaggio per Fattorie e Cantine» è possibile individuare nel proprio comune, provincia o regione, la più ampia gamma di aziende agricole che vendono direttamente al consumatore.
– Leggete le etichette dei prodotti alimentari che si acquistano al supermercato, se compare spesso un’interminabile lista di sostanze chimiche, termini oscuri, è meglio non comprarli.
– Scegliete alimenti che non siano stati sottoposti a trasformazioni tali da divenire irriconoscibili.
– Preferite il biologico locale e non quello industriale: spesso i prodotti percorrono migliaia di Km.
 

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