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Smettere Si Può

Smettere si può

«Smettere di fumare è facile, io l’ho fatto centinaia di volte…». La battuta attribuita a Mark Twain è vecchia. Però il problema è sentito, e sono sempre di più le persone che si chiedono come rinunciare alla sigaretta e quelle che provano a smettere di fumare, spesso senza riuscirci.

«Il fumo è una dipendenza, una patologia ad alta complessità che deve essere affrontata con una terapia complessa», spiega Giacomo Mangiaracina, presidente dell’Agenzia nazionale per la prevenzione e direttore della rivista scientifica Tabaccologia. Ecco perché non bastano un farmaco o un singolo intervento, ma un approccio integrato, per abbandonare un comportamento che purtroppo è socialmente accettato e fa parte della nostra cultura. «C’è una leggera riduzione del numero di fumatori, ma resta uno zoccolo duro di irriducibili, nonostante gli effetti positivi di una serie di provvedimenti», prosegue il medico.

La legge Sirchia ha sicuramente contribuito a ridurre questo numero, «e sappiamo che negli Stati Uniti e in Australia il divieto di fumare anche all’aperto, nelle aree scolastiche, ha avuto effetto», precisa Mangiaracina.

Ma perché fumiamo? «Secondo i dati dell’Istituto superiore di sanità, il 60 per cento dei fumatori ha iniziato influenzato da persone che avevano intorno», osserva Fabio Beatrice, vicepresidente della Società italiana di tabaccologia, la Sitab. I giovanissimi, in particolare, tendono a scimmiottare e imitare i compagni che appaiono più brillanti e « scafati», magari proprio perché fumano.

Tanti fattori in gioco

E in realtà, il 90 per cento di chi smette di fumare lo fa da solo, attingendo alla forza di volontà oppure utilizzando i presidi disponibili, anche se in questo modo il rischio di ricadute resta alto. «Oggi sappiamo che non è possibile affrontare un problema come questo con un singolo metodo: è un’esperienza che abbiamo maturato con un lavoro di anni, da quando nel 1999 abbiamo creato la prima società scientifica dedicata a questi temi», spiega Mangiaracina.

Attualmente si punta a interventi integrati, che abbinano farmaci o altri presidi al counseling o a terapie di tipo cognitivo-comportamentale applicate da medici, psicologi o operatori formati appositamente, che seguano metodologie validate e adattate alla situazione locale: in questo modo è possibile accompagnare il fumatore nel suo percorso, valorizzarne le motivazioni, seguirlo nel momento dell’abbandono della sigaretta e aiutarlo a evitare le ricadute. Esiste un elenco di centri accreditati riconosciuti dal Ministero della salute (clicca qui) – cui si può accedere con la prescrizione del medico pagando un ticket – e dalla Società italiana di tabaccologia. Ed è a strutture di questo tipo che si rivolge il 5 per cento circa di chi vuole smettere di fumare. L’obiettivo, in genere, è quello di seguire corsi della durata di sei-otto settimane, secondo le linee guida definite dalle società scientifiche: «Gli interventi considerati efficaci sono quelli che raggiungono almeno il 30 per cento di successo a un anno dalla fine del corso», spiega l’esperto. Può sembrare un risultato modesto, ma anche se alcuni corsi vantano dati più soddisfacenti si tratta comunque di un risultato importante.

Smettere di fumare, sottolineano gli esperti, significa essere disposti a modificare la propria vita. Per questo, alla base dei corsi c’è anche un intervento di tipo motivazionale. «Le motivazioni con cui i pazienti si propongono sono le più varie ed è difficile valutarle; ecco perché, più che sull’abbandono del fumo, gli operatori lavorano su stadi, processi e livelli di cambiamento», osserva Mangiaracina.
Si comincia cercando di capire lo stadio in cui si trova il paziente. Ci sono quelli che dicono «per me il fumo non è un problema», una fase definita «di negazione» e chi invece ha fatto qualche passo avanti e pensa di dover smettere. E poi ci sono quelli che arrivano al corso perché inviati dal partner o dai familiari. «Ognuno deve trovare una propria motivazione interiore.

Tanti motivi per smettere

Il 31 Maggio è la giornata mondiale senza tabacco indetta dall’Oms (Oranizzazione Mondiale della Sanità), per sensibilizzare al rischio di cancro al polmone, una patologia quasi inesistente negli anni Cinquanta, e oggi purtroppo sempre più diffusa.
In questa data, si cercherà di invogliare tutti i fumatori ad astenersi dalla sigaretta, con l’obiettivo di poter incominciare da quel giorno per smettere definitivamente. Rendersi conto di poterne fare a meno può essere sufficiente a motivare molti ad iniziare il percorso: «si riesce a smettere quando si decide di cambiare qualcosa nella propria vita», spiega Beatrice. Ed è per questo che le sollecitazioni esterne, per esempio le richieste dei familiari, non sono particolarmente efficaci: «Smettere di fumare è un modo per dare valore a se stessi: bisogna volersi bene, ed è forse questa la cosa più difficile», osserva il medico.

Le donne sono le più vulnerabili: «È importante capire che il polmone femminile è più piccolo e più vulnerabile di quello maschile», ricorda Mangiaracina. Eppure i buoni motivi per smettere sono tanti: «Quando si smette di fumare la pelle diventa più luminosa, meno segnata, l’aspetto estetico migliora, e molte signore lo notano con piacere», ricorda Beatrice, anche perché pensiamo spesso al fumo che inaliamo, ma non a quello che si deposita sulla pelle dall’esterno. E che la sigaretta sia un vero killer è una certezza.
«Il fumo aumenta il rischio per patologie che sono le principali cause di mortalità, come cancro, malattie cardiovascolari e ictus», sottolinea Beatrice. «In Italia, a causa del tabacco, muoiono 50 mila persone ogni anno, in Europa 500 mila».

Mentre per gli uomini, specie i più giovani, un incentivo a smettere potrebbe venire dagli effetti del fumo sulla potenza sessuale: «molti ragazzi fumano per avere un aria da macho; si potrebbe ricordare loro che il tabacco ha un effetto negativo sia sulla fertilità sia sulle prestazioni sessuali», osserva Beatrice.

Può essere utile anche constatare le conseguenze del fumo «misurando la quantità di monossido di carbonio nei polmoni: un esame rapido e non invasivo che serve a valutare la situazione e i progressi di chi segue un corso, e che propongo anche agli studenti per spiegare gli effetti del fumo», spiega Mangiaracina. «Normalmente questo gas è presente nel nostro organismo in quantità di due-quattro parti per milione, in un fumatore è di dieci volte superiore. Ma quando si smette di fumare il valore cala rapidamente, insieme al numero dei battiti cardiaci per minuto».

Non è facile, tuttavia, prevedere in anticipo quali pazienti riusciranno a smettere e quali no: «La volontà è un concetto difficile da definire», spiega Mangiaracina. «Possiamo dire che il successo è proporzionato all’impegno, e un dato che utilizziamo per valutarlo è l’aderenza ai corsi: chi partecipa a ogni seduta è motivato e ha maggiori possibilità di successo».

I supporti all’intevento

In molti casi, l’intervento cognitivo può essere associato a un supporto di altro genere, come una terapia farmacologica. La molecola più utilizzata oggi è la vareniclina, «un’agonista parziale dei recettori della nicotina, estratta da un principio attivo vegetale poi sintetizzato in laboratorio, che toglie, per così dire, il gusto del fumo», ci spiega Mangiaracina. Mentre l’estratto vegetale da cui il farmaco è nato, ossia la citisina, un alcaloide naturale, è ancora usato soprattutto nei paesi dell’Est perché ha costi molto più bassi della molecola sintetica. «Se la vareniclina continuerà a non essere rimborsata dal Sistema sanitario nazionale», osserva il medico, «valuteremo la possibilità di usare anche la Citisina».
Anche la terapia sostitutiva con cerotti o gomme a base di nicotina, che non ha dato risultati molto soddisfacenti, può comunque venire utilizzata come supporto al counseling.

La nostra associazione mette a disposizione il corso Respira Libero, un corso che da più di 20 anni ha aiutato molti a smettere e a incominciare una nuova vita. Clicca qui per accedere alla pagina dedicata, e contattarci per sapere se è disponibile anche nella città!

Fumare «elettronico»
Resta aperta la questione delle cosiddette sigarette elettroniche, di cui alcuni studi mostrerebbero l’utilità: «è necessario avere delle conferme su grandi studi», osserva Mangiaracina; «sono comunque da ritenersi utili per chi vuole limitare il danno». Ma per smettere di fumare bisogna prima di tutto modificare lo stile di vita. «Smettere di fumare significa avere voglia di un mondo più pulito, e recuperare un po’della nostra animalità biologica: abbiamo bisogno di un ambiente sano, di aria e acqua pulite», osserva Beatrice. Rinunciare alle sigarette vuol dire astenersi dell’inquinamento dell’ambiente, ma anche di noi stessi «e quindi mangiare cibi più sani, abbondare con frutta e verdura, diminuire i caffè e fare attività fisica». In questo modo si può anche evitare di ingrassare.
«È vero che la nicotina ha un azione dopante che induce a consumare di più e mangiare meno», osserva Beatrice. «Per evitare di prendere peso bisogna idratarsi molto e stare attenti a quello che si mangia. E se non si riesce a vincere la tentazione di ricominciare, il corso si può sempre ripetere. «Non ci piace parlare di fallimenti, ma di ricadute», osserva Mangiaracina. «D’altronde, chi ha già seguito un programma terapeutico difficilmente riparte da uno stadio di completa negazione del problema, ed è comunque avvantaggiato per l’esperienza di cambiamento già vissuta».

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