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VITA DA CAVIE

VITA DA CAVIE

Farmaci e malattie studiati su topi, scimmie, cani… Ha ancora senso ricorrere ad animali per la sperimentazione? La domanda rimbalza non solo tra gli animalisti ma anche nell’opinione pubblica. Ci sarebbero alcune alternative. Su cui i ricercatori esprimono dubbi

La sperimentazione sugli animali – «vivisezione», per gli animalisti, mentre chi ne sostiene la legittimità preferisce termini più asettici – è uno di quegli argomenti che dividono l’opinione pubblica e fanno litigare. È davvero necessario sacrificare animali per sperimentare farmaci e procedure mediche? Fino a che punto? E comunque, è moralmente ammissibile farlo? Ad animare il dibattito nel nostro paese, negli ultimi mesi, è stata la mobilitazione per liberare i cani della razza beagle di Green Hill, e successivamente quella contro la Harlan, multinazionale che alleva e vende anche in Italia animali destinati alla ricerca. Mentre le immagini di Double Trouble, un gatto utilizzato per ricerche neurologiche all’Università di Madison (Wisconsin) messe in rete dall’associazione animalista «Peta», hanno fatto il giro del mondo scatenando ondate di protesta. Ma sono davvero necessari questi esperimenti? Per il progresso di un certo tipo di medicina forse sì, almeno per ora. Il che non significa che non si possa fare molto per ridurli e limitare le sofferenze degli animali.
Il termine vivisezione riporta a immagini del passato: animali vivi aperti sul tavolo da dissezione, operazioni cruente praticate senza anestesia, cani con le corde vocali tagliate per impedire loro di abbaiare. Una realtà raccontata dallo scrittore Malaparte in una pagina famosa del romanzo La pelle, e descritta dallo svizzero Hans Ruesch in un saggio, Imperatrice Nuda, pubblicato nel 1976, che ha portato il tema alla ribalta nel nostro paese. Come ha fatto a livello internazionale, con toni meno sensazionalistici, il filosofo Peter Singer con il saggio Animal Liberation (tradotto in Italiano solo nel 2003; Liberazione animale, Il Saggiatore, pp. 308, € 11,00).
La regola delle tre erre
Oggi, esperimenti come quelli cruenti descritti da Ruesh e altri non sarebbero autorizzati. Già nel 1959 due ricercatori inglesi, W.M.S. Russell e R.L. Burch, hanno proposto la regola delle 3R per ridurre l’impatto della sperimentazione animale. I criteri da loro proposti – Replacement ovvero sostituzione degli animali con metodi alternativi, Reduction, riduzione del numero di animali e Refinement, miglioramento delle loro condizioni di vita – sono gli stessi che guidano la normativa europea più recente, ossia la Direttiva 2010/63/UE sulla Protezione degli animali utilizzati a fini scientifici. Una direttiva non ancora recepita dalla legge italiana, anche se prima delle elezioni era pronto un testo di legge, proposto dall’ex ministro Michela Brambilla e molto contestato dagli ambienti scientifici, che sanciva misure molto più restrittive rispetto alla normativa europea.
In ogni caso, la direttiva di quest’ultima assume impegni importanti sulla promozione di metodi alternativi rispetto alla sperimentazione e la tutela degli animali ancora utilizzati, anche se è stata molto criticata perché ammette in casi limitati l’uso di scimmie antropomorfe (gorilla, bonobo, oranghi) di cui molti paesi, tra cui l’Italia, hanno vietato l’uso, e consente di utilizzare gli stessi animali per diversi esperimenti.
Oggi, nella maggior parte dei laboratori, la realtà parla di stabulari puliti e ben tenuti, dove animali spesso di grande valore sono accuditi con cura. Si tratta, nella stragrande maggioranza, di topi o ratti – spesso confusi nelle frettolose traduzioni degli studi scientifici, ma parliamo di specie ben diverse con caratteristiche distinte. O sempre più spesso animali, prevalentemente topi, geneticamente modificati: definiti transgenici quando è stato inserito nel loro organismo un gene di un’altra specie, o knock out, quando un gene del loro organismo è stato inattivato in modo da simulare una patologia (esistono anche animali knock in, ossia con un gene attivato forzatamente).
Ricerca per cosa?
Animali hanno fornito modelli sperimentali per lo studio di malattie umane come l’Alzheimer, la depressione o il cancro, risultando preziosi e fragili, spesso sofferenti: non esisterebbero senza intervento umano, ma di loro si parla poco, forse perché i roditori colpiscono poco la nostra sensibilità. Come vengono utilizzati tutti questi animali? La sperimentazione sui farmaci è quella che più colpisce l’opinione pubblica ma, in realtà, la percentuale maggiore di animali viene utilizzata per le ricerche di base su malattie e processi fisiologici, in particolare per lo studio dei tumori, delle malattie cardiovascolari e dei disturbi mentali. Più ridotta la percentuale di animali utilizzati per la didattica e lo studio di procedure chirurgiche e dispositivi medici (alcuni degli esperimenti praticati sul gatto Double Trouble erano destinati alla sperimentazione di un nuovo impianto cocleare per trattare la sordità profonda); ci sono poi gli animali utilizzati per test di tossicità di varie sostanze e perfino per collaudare nuove armi.
Negli ultimi anni, però, sono stati fatti importanti passi avanti. Dal 2009 è vietata in tutta l’Unione europea l’esecuzione di test su animali a scopo cosmetico, sostituiti con varie tecniche tra cui, ormai molto diffuso, l’uso di pelle sintetica, e da marzo 2013 dovrebbe essere vietata anche la commercializzazione di prodotti con nuovi ingredienti sperimentati su cavie. Paradossalmente, proprio i progressi della ricerca che dimostrano la capacità degli animali di soffrire e provare emozioni rende sempre più difficile accettare il loro sfruttamento per la sperimentazione. Una preoccupazione che a volte spinge anche ad altre scelte diverse – come quelle di rifiutare la caccia o scegliere un’alimentazione vegetariana o vegan – e che ha dato vita a un filone di studi sullo status giuridico degli animali da cui potrebbero, in futuro, arrivare proposte interessanti.
Interrogativi su base scientifica
Il dibattito sulla sperimentazione resta difficile, perché è spesso giocato sull’emotività: se gli animalisti rifiutano il dialogo o denunciano, non a torto, la mancanza di sufficienti incentivi per la diffusione dei metodi alternativi, gli sperimentatori si trincerano spesso dietro il silenzio – anche per paura di ritorsioni violente, che in alcuni paesi ci sono in effetti state – o su affermazioni polemiche del tipo «preferite i topi ai bambini». Anche se non mancano punti di vista meno radicali. Ci sono animalisti che ammettono la sperimentazione animale entro certi limiti, approvando solo test con fini scientifici chiari e importanti, ed evitando le pratiche più cruente o l’impiego di specie considerate dotate di particolari capacità di autocoscienza. E sono sempre di più gli scienziati che si impegnano nello sviluppo dei cosiddetti metodi alternativi, in grado di dare risultati biomedici analoghi se non migliori di quelli garantiti oggi dalla ricerca fatta con gli animali. E anche alcuni ricercatori cominciano a opporsi alla vivisezione sulla base di teorie scientifiche.

Se vuoi leggere l’articolo completo,
invia una mail: info@vitaesalute.net

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